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Vite da degustazione: palati in affitto ed elogio al vino che non c’è (più)

Per quelli che non scrivono per sentito dire (L’AcquaBuona docet) alle parole servono i fatti. Meglio, le suggestioni. Servono come il pane. Così oggi sono pensieroso. Troppe giornate che sanno di tappo. E le giornate che sanno di tappo, se è impossibile cassarle dai calendari, andrebbero quantomeno evitate dagli scribacchini enoici e dai degustatori. Eppure ho un “limo” dentro, ineludibile, che non riesco a far sfogare. Insinua che mi sono perso qualche cosa, qualche cosa che avevo e che non trovo più. Dall’altra parte però -malefico di un limo!- mi illude, sibilandomi che in fondo quello che ho adesso un tempo lo potevo soltanto sognare. Fuor di farneticazioni, lo struggimento mi spinge ad un bilancio, un bilancio al quale oggi non posso più sottrarmi.

Anni fa, da absolute beginners del giornalismo enogastronomico (anzi, diciamolo, da autentici apprendisti appassionati parvenu), ogni occasione era buona per scrivere, ogni frammento di vita che avesse a che vedere con il vino prerogativa indispensabile per continuare ad illuderci di appartenere a quel mondo lì e mantenere viva la scintilla di una scommessa apparentemente fragile chiamata L’AcquaBuona: un incontro fugace, un fondo di bicchiere, un’occhiata condivisa, un luogo del vino magari solo sfiorato, tutto diventava pretesto e stimolo. “Lei cosa fa, scusi?” E tu a rispondere, fra verità e menzogna: “scrivo di vino”, oppure: “ ho un sito” (e qualche interlocutore immancabilmente cominciava ad annusare l’aria attorno, perché sito per lui significava odore, altro che internet!).

Che bello, che onore sentirsi pedine del gioco, e che ganzo cominciare a giocare! Inseguire un produttore, vincere le titubanze emotive e bussare finalmente alla porta di quella cantina rimasta per te invariabilmente chiusa, partecipare ad ogni evento vinoso che dio metteva in terra, pagarsi il biglietto d’entrata, presidiare gli stand in attesa dell’occhiata benevola del vignaiolo di turno, conquistarlo al dialogo, confondersi con le sue storie, godersi per intero la sensazione magica di un invito inatteso quale quello di accomodarsi al suo stesso tavolo! E poi via, su e giù per lo stivale, a presenziare i mille eventi enoici. Ore e ore con il taccuino fra le mani (li ho conservati tutti i miei taccuini, sono un centinaio!) e scarpe morbide per non farti sentir male ai piedi, a registrare ogni minimo sussulto dei nostri palati invasi (e invasati).

Ritagliarsi spicchi di tempo sempre più importanti, toglierli agli affetti e alle professioni per rincorrere una partenza nuova, per riuscire a sentire l’odore del vino che verrà, per camminare le vigne, visitar le cantine. Bastava allora un bicchiere bevuto di straforo in un bar per trasmetterci la bramosia di un commento. Scrivere, scrivere, scrivere…… foss’anche stato un bicchiere di clintòn! E le vigilie insonni prima di un viaggio o prima di affrontare una delle tanto agognate degustazioni che il destino (e poco altro) ci consentiva ai tempi con centellinata parsimonia, chi se le scorda più!?

Insomma, c’è stato un inizio: coinvolgente, partecipato, strasonnato, irripetibile. Ripensando al quale ancora non mi capacito della tanta energia spesa, così come non riesco ancora a misurarne il reale peso emozionale, quello che forgia i ricordi (e sono tanti). Poi ci sono state quelle che io chiamo le “coincidenze affettuose”. Persone del mestiere che hanno espresso stima nei tuoi confronti ed apprezzamento per i tuoi scritti incerti da ingenuo visionario del vino. Ci sono stati incontri importanti, quelli sì, che hanno partorito cambiamenti. Ed hanno imposto, e ancora impongono, i sacrosanti ringraziamenti.

C’è stata -effettiva, progressiva, esaltante- la vittoria della “scommessa ” AcquaBuona, che ha preso il suo passo ed acquisito notorietà, il tutto reggendosi con orgoglio sulle proprie gambe. E adesso che le occasioni sono fin troppe, che sei tirato per la giacchetta di qua e di là, che dovresti possedere il dono dell’ubiquità per presiedere agli appuntamenti ai quali vieni invitato (senza pagare il biglietto peraltro!), ora che le porte delle cantine ti si aprono con facilità e con esse, a volte, i cuori dei piccoli e grandi vignaioli “d’Italì”, oggi che i vini assaggiati e rimuginati annualmente non sono più 100 ma 4.000, e che i produttori conosciuti e frequentati formano una fitta schiera…. Oggi, che mi sento parte di quel mondo che un tempo sognavo e basta, che cosa mi sta accadendo?

A volte, soprattutto durante le campagne di degustazione “guidaiole”, fitte come una sassaiola liquida, mi sorprendo a pensare di essere soltanto un palato in affitto, che brucia nello spazio esatto di un assaggio, l’ennesimo, tutta l’adrenalina che c’è, tutta l’energia di scorta necessaria per andare oltre quei commenti frenetici  e quel numerino definitivo e pragmatico che si chiama punteggio. Come se a quello sforzo, fatto di concentrazione e premure, bastassero solo e soltanto poche righe e un benedetto numerino a chiosare. Subito dopo le fatiche guidaiole mi sento come svuotato, quasi la mia missione si esaurisse lì. Quello svuotamento ha l’ardire della perseveranza, e nelle giornate tappose è capace di fomentare inquietudini. Eppure, se solo penso a quanto potrei scrivere ora rispetto a qualche anno fa! Di quante riflessioni, di quante argute dissertazioni sarei capace su tipologie, vini, terroir e su cento altri argomenti del mondo mio amato vitivinicolo!? Perché tutte quelle belle sensazioni che letteralmente infuocavano le penne, oggi, sia pur potenzialmente stimolate da tante e tante situazioni (che ad averle vissute un tempo sarebbero state manna), spesso si sedimentano e non prendono la via del racconto? Perché si fanno introiezione e non comunicazione? Di più, cosa è andato perduto della purezza ingenua di allora?

Ecco, quando le giornate prendono a sapere di tappo mi succede di arrovellarmi così, arrivando a rimproverarmi di non avere più l’energia vitale di un tempo e il fuoco passionale che “muove” le storie. O peggio, di essere incontentabile. D’altronde l’asticella emozionale è andata inevitabilmente alzandosi, lo so. Fondare il senso tutto di una scrittura sulla descrizione di un incanto, quale quello che si cela dietro e dentro ogni frutto della terra (e nei gesti che lo sottendono), quindi ignorare le cose mediocri, evitare di parlarne e di dargli spazio, ha significato cercare approdi emozionali sempre più forti. Emozione forte significa per esempio rifuggire l’ovvietà. Parlare di un grande vino, celebratissimo, osannatissimo, esclusivo, non rappresenta più un orizzonte ma potrebbe facilmente prestare il fianco all’ovvietà, a cui possono poco le parole ad effetto. Nell’ovvietà non dimora il traguardo. Non più.

Per fortuna, così come succede ai tappi, non tutte le giornate se ne escono difettate all’origine. Al contrario, devo ammettere che certe giornate ce la mettono tutta per riservarci le palpitazioni di una esperienza che si possa definire nuova o per illuderci che le attese antiche verranno finalmente ripagate. Insomma, esistono giornate speranzose e propositive. Sono quelle nelle quali, quando meno te lo aspetti, arrivano i segni. Prendi ieri: la giornata di ieri, partita col tappo, si è conclusa con una stappatura reale, concreta, con le sue brave vittime (le bottiglie) e i suoi bravi commensali (lo zoccolo duro della complicità esistenziale). La cantina giudiziosa di un amico caro (Vincenzo Ramponi) ha partorito il segno. E’ un vino legato a doppio filo all’estro lucido e visionario di Luigi Veronelli questo qua. Sono passati trent’anni. Luigi lo inseriva allora fra le predilezioni da suggerire agli acquirenti curiosi, assieme ai Conterno e agli Schiopetto, ai Domenico Ivaldi e ai Giorgio Grai. Bottiglia borgognotta, vetro spesso color marrone, etichetta su sfondo bianco di limpida quanto essenziale suggestione, il Capo del Monte 80 della Fattoria di Ogliano è un capolavoro. Irresistibile, struggente, di umori e sentimento tutti veneti (ci arriva dai colli trevigiani in odor di Prosecco), è un raro uvaggio di cabernet franc e marzemino che porta in dote un frutto piacevolmente confit, ciliegioso, voluttuoso, senza mai scadere nell’ovvietà e nella pesantezza, concedendosi altresì incredibili nuances balsamiche e speziate in un sorso profondo, integro, vivo, pieno ma non imbottito, scorrevole e complesso. Non un’ombra di terziari qui. Ancora l’esuberanza di un ragazzotto, con il “comparto” tannico da far invidia ad un grand vin, setoso e maturo come si ritrova.

Bene, parto convinto nella ricerca internettiana. E scopro, per la prima volta, che tale ricerca non sortisce i risultati attesi: nulla su questo vino, nessuna notizia sulla Fattoria di Ogliano e su Gianni Spinazzi viticoltore. Eppure, per una volta, la presunta assenza di un passato, che ai più potrebbe suonare come un concertato oblìo dovuto all’effettiva “scarsezza evocativa”, è stata la cosa più stimolante che mi potesse capitare. Una esaltazione nella esaltazione. Un vino che non c’è (più), pensa te. Un vino che non esiste (più). Ma un vino a cui la sorte ha voluto “alleggerire” il  fardello pesante della dimenticanza per concedergli il privilegio di un epilogo glorioso, orgoglioso e commovente. Grazie a lui oggi  la penna ha ritrovato gli stimoli e il buonumore ha ripreso quota. Con il buonumore il buon senso: sì, sono quel che sono. Mi basta così. Resto insofferente alle rappresentanze e alle rappresentazioni, mi fa rabbia pensare ad una critica enologica troppo facilmente tacciabile di poca professionalità ed incoerenza, così come provo disagio di fronte agli scrivani galoppini dell’establishment, dai quali esigo distanza. Amo i vini “obliqui” e i vignaioli umili. Ho tutto da imparare ma la strada fatta fin qui non è stata invano. In fondo, forse, se una giornata sa di tappo basta cambiare “bottiglia”.

12 Comments

  • Enzo ha detto:

    caro Fernando,
    che belle parole e quanto le sento reali, concrete. Scusami se apro un pochino il mio animo, sperando di inserire una pietrina sopra una piramide come la tua. Io ho gustato e odorato l’Universo per tanti anni. Esso ti insegna l’umiltà più profonda e mai potresti pensare di conoscerlo e di carpirne le sue regole perfette e troppo semplici per noi. Tutto ciò che puoi fare è descriverlo con il linguaggio della matematica o meglio ancora con quelle dell’ammirazione e della passione. E’ questo è stato l’automatico approccio che ho avuto verso il vino. Non ho mai cercato di comprendere le sue meravigliose capacità che erano anch’esse frutto della natura. Ho solo cercato di venire trascinato nelle sue emozioni, senza pretendere altro che provare felicità pura e sincera. So benissimo che è formato da molecole, da catene di carbonio e pochi altri elementi. Atomi, solo atomi… ma l’Universo mi ha insegnato a capire che anche le molecole più semplici possono creare castelli fiabeschi, irrangiungibili da noi miseri esseri umani. Il vino doveva essere estetica ed etica, un modo di pensare, di riflettere, di avvicinarsi ad altri volti della natura più benigna. E questo ho cercato in lui e soprattutto in chi il vino lo crea dalla terra fino al bicchiere. E gli amici sono venuti naturali, spontanei. Spesso mi chiedono: “Ma come fai a conoscere tanti produttori? E come fai ad avere tanti amici tra loro?”. Non so rispondere (o forse lo so). Non sono un cliente. Poche bottiglie e nulla più. Non faccio guide e non ne sarei certo in grado. No servo alla pubblicità..e allora, perchè? Perchè probabilmente sono riuscito a rendere tattilE sicuramente anche a loro. Questo è lo spirito che hai anche tu. Fallo uscire sempre allo scoperto e certe melanconie o tristezze scompariranno come neve al Sole.
    Un abbraccio
    Enzo

  • lamberto ha detto:

    L’Ame du Vin

    Un soir, l’âme du vin chantait dans les bouteilles:
    «Homme, vers toi je pousse, ô cher déshérité,
    Sous ma prison de verre et mes cires vermeilles,
    Un chant plein de lumière et de fraternité!

    Je sais combien il faut, sur la colline en flamme,
    De peine, de sueur et de soleil cuisant
    Pour engendrer ma vie et pour me donner l’âme;
    Mais je ne serai point ingrat ni malfaisant,

    Car j’éprouve une joie immense quand je tombe
    Dans le gosier d’un homme usé par ses travaux,
    Et sa chaude poitrine est une douce tombe
    Où je me plais bien mieux que dans mes froids caveaux.

    Entends-tu retentir les refrains des dimanches
    Et l’espoir qui gazouille en mon sein palpitant?
    Les coudes sur la table et retroussant tes manches,
    Tu me glorifieras et tu seras content;

    J’allumerai les yeux de ta femme ravie;
    À ton fils je rendrai sa force et ses couleurs
    Et serai pour ce frêle athlète de la vie
    L’huile qui raffermit les muscles des lutteurs.

    En toi je tomberai, végétale ambroisie,
    Grain précieux jeté par l’éternel Semeur,
    Pour que de notre amour naisse la poésie
    Qui jaillira vers Dieu comme une rare fleur!»

    — Charles Baudelaire

  • Fernando Pardini ha detto:

    Per Lamberto: grazie del supporto “bodeleriano”, che quanto a ispirazione ancor oggi ha pochi eguali. Anche se forse l’aspetto più stimolante di questo scritto è pensare a Lamberto che lo scrive! Oddio, tutti coloro che conoscono Lamberto, Lamberto Tosi, sanno benissimo della sua padronanza della lingua(francese), sanno benissimo dei suoi proverbiali francesismi, usati come il prezzemolo.
    Detto questo, raccontaci: quanto tempo hai impiegato a scrivere ‘sta pappardella senza errori?

    Per Enzo: grazie per la stima e per gli incoraggiamenti. Condivido il tuo pensiero e l’ho letto con piacere, Anche se sul più bello (sul crescendo), mannaggia non son riuscito a comprendere la frase: “Perchè probabilmente sono riuscito a rendere tattilE sicuramente anche a loro”. Forse per mia incapacità o forse per via di malefici refusi, figli pur sempre legittimi di una scrittura “di pancia” ( o di cuore).

    fernando

  • Lamberto Tosi ha detto:

    La tecnologia ci viene in soccorso oramai! Si trova pari pari quasi tutto su internet e col taglia e incolla si fa anche bella figura. Eppoi sono sopravvissuto a 5 stage a Bordeaux e a due viaggi in Francia di cui uno in solitaria…… à bientôt!

  • Fernando Pardini ha detto:

    Ostia è vero. E io che ti pensavo prono a sudare con gli accenti acuti e quelli circonflessi…..beata tecnologia!
    fernando

  • Enzo ha detto:

    accidenti Fernando… si vede che cancellando una lettera ho cancellato anche quello che c’era prima… Il succo comunque era: “rendere tattili i sentimenti e le emozioni che che mi avvolgono davanti alla cultura del vino. E sicuramente questo semplice e umile approccio è sembrato sincero anche a loro” … o qualcosa del genere…. Ah…questa tecnologia che ci uccide!!!!
    Un bravo anche a Lamberto e alla splendida traduzione che Baudealire ha fatto dei suoi pensieri. In fondo niente male questi francesi, quando si applicano….
    Enzo

  • Cristina Galliti ha detto:

    Una vera delizia la lettura del suo articolo! Sia per lo sfogo autobiografico così spontaneo ed appassionato che per lo stile elegante ma leggero.
    E il ritmo ondulante tra la vivacità dei ricordi, lo sbandamento dovuto alle considerazioni legate al presente e poi riecco qualcosa che ravviva la fiamma e riscatta l’adrenalina!
    Praticamente si è risposto da solo no?
    Attenzione però a non diventare dipendenti dell’emozione a tutti i costi, me lo ripeto spesso anch’io, guardiamo indietro e rammentiamo con affetto le passioni, l’entusiasmo, l’energia iniziale, godiamoci il successo che viviamo perchè ce lo siamo meritato, frutto di anni di buona semina, e rilassiamoci un po’, assecondiamo il calo fisiologico di passioni che comporta un apparente malinconia, siamo solo in stand by per poi riprendere energia ed emozionarci ancora e ancora…..
    Buona continuazione dunque e al piacere di rileggerla…..Cristina

  • Fernando Pardini ha detto:

    Grazie per le parole Cristina. Sì, l’antidoto sta proprio in quello che lei suggerisce. Ma è abbastanza assodato che io sia oramai un “emoziono-dipendente”. Di terapie in giro ve ne sono parecchie. Vedremo quale la più efficace.
    un saluto
    fernando pardini

  • Riccardo Margheri ha detto:

    Nel mio piccolo, ti capisco Fernando, e ti ringrazio per aver dato voce a sentimenti che dal basso della mia minima esperienza (assolutamente non paragonabile alla tua) condivido. Mi rtengo un privilegiato per aver avuto accesso, almeno un minimo, a questo magico mondo, e tanto più fortunato in quanto, per continui a scapicollarmi da una degustazione all’altro, riesco ancora a non annoiarmi. Anzi, qualche bel momento di esaltazione a vario titolo lo si trova quasi sempre, e la bottiglia “tappata” si può cambiare 🙂

  • Lorenzo Pansani ha detto:

    l’intensità della passione, commista ad una professione poi, moltiplica esponenzialmente le sfuggenti variabili dell’etica del fare e le mille interazioni tra esse. Vecchi e nuovi produttori, il dinamismo infinito di prodotti(o creazioni!); continue e concomitanti kermesse, pompose o pregne di presunta umiltà, il perpetuo desiderio d’esserci o il rimpianto per aver scelto senza aver coscienza di quel sospiro perso, tra i commisti meandri enosnob o un’improvvisata bettola di periferia.
    Scrivere, anche di una sola combinazione, per quanto articolata, alla fine par sempre banale, oppure i concetti diventan arruffati come in questo commento, ma qui l’apparenza del tutto comprendere non si ripara caro Fernando ed allora uno si arrovella, attorciglia volontà e fanatismo arrendendosi difronte all’inarrivabile assoluto di cui troppi si rendon alfieri. Cos’è un tappo se non un giudizio, un’intromissione non desiderata nell’anima di un vino che ne cela velleità e misfatti al sognatore di turno. Il tappo non è un giudizio assoluto, ma una distorta autoreferenzialità di un’essenza che oggi non si svelerà.
    Quando il sognatore smette d’esser giudizio e ritorna sentire, ecco di nuovo quel senso catturato per un attimo tra le righe e pronto a contraddirsi al prossimo capoverso, ecco le parole che lasciano intuire una nuova letttura del presunto scontato.
    Continua Fernando a liberar la tua penna anche quando par che non voglia fuggire, non è per altri, ma solo per te, è la tua essenza anche quando ti sembra sappia di tappo! Coglierne il substrato per te sarà immediato mentre gli altri dovranno avere o pretendersi tutto il tempo che merita…
    A presto.

  • michela ha detto:

    Troppo bello da leggere, di un fiato.
    Nella speranza di nuove buone giornate e meno “sentori di tappo” 🙂

  • Fernando Pardini ha detto:

    Grazie Michela
    la speranza rimane.

    fernando

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