Fra Chateau Palmer, Sperss e Redigaffi. Cronaca semiseria di un piacevole imprevisto

Di • 2 feb 2011 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio Un commento
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Il pensiero comune suppone che senza imprevisti la vita scorra più tranquilla perché, solitamente, gli imprevisti sono negativi. Ma non sempre è così…

Dopo una partita a tennis decidiamo di concludere l’incontro con un aperitivo al bar del circolo. Spritz, noccioline, patatine ed altre sfiziosità del genere – dal nome che ignoro ma con gusto e calorie ben definiti – iniziano ad alleggerire le menti, l’umore sale e le stupidaggini si susseguono ad un ritmo incalzante, quasi contagioso.

Inaspettatamente viene dato un grosso contributo alla causa in corso: ecco magicamente apparire una bottiglia di Le Volte 2007 di Tenuta dell’Ornellaia. Iniziano una serie di brindisi al ’61 (per una volta niente ’69…) anno di nascita di un paio di loschi figuri della combriccola che, visto i tempi che corrono, è bene chiamare con nomi di fantasia come Luca e Max. Il blend di sangiovese, cabernet e merlot scivola sul palato che è un piacere e la bottiglia finisce velocemente così come è stata aperta. Arriva il momento dei saluti e da buoni single più o meno forzati, disquisiamo sull’alta cucina che ci apprestiamo a preparare: dopo varie idee cade infine quel muro che mi ero promesso di erigere sempre più alto a difesa della gastronomia: andrò a mangiare un panino da Mc Donald… Con altrettanta enfasi mi fa eco Max ma, senza scendere al mio livello, si accontenterà di un po’ di prosciutto confezionato e una pallida insalatina pronta da condire.

Apro una piccola parentesi: la salutistica visione del lavaggio dell’insalata fa immaginare una sorridente operaia stile Candy Candy intenta con le sue graziose manine a lavare delicatamente ogni singola fogliolina sotto una pioggerellina di acqua cristallina. Se solo provo a pensare a cosa possa galleggiare o giacere nelle profondità degli enormi contenitori dove quintali di insalata vengono rimestati in “acqua” diciamo originariamente pulita, sono convinto che di fronte alla bustina nel banco del supermercato potrei avere un ictus scientemente scatenato a inibire l’arto che si appresta a prenderla. Chiusa parentesi.

Erimo lì (come diceva Panariello in una sua famosa interpretazione) pronti all’estremo sacrificio quando il buon Luca, già colpevole della misteriosa apparizione della bottiglia, con un bagliore di luce mefitica negli occhi, butta lì la proposta tentatrice di seguirlo perché dobbiamo assolutamente assaggiare un formaggio irlandese al quale non si può dire di no.

Apriti cielo, apriti cuccagna! Conoscendo l’elemento siamo stati travolti da un insolito destino enogastronomico: il formaggio irlandese c’era, come pure l’inglese e gli italiani e cosa dire del francese saltato alla piastra e condito con olio appena franto, tanto per far felici anche colesterolo e trigliceridi. Una sinfonia di profumi e sapori mette a dura prova le nostre papille e il nostro naso.

Poteva finire qui? Certo che no, ormai il formaggio è tratto e una bella bisteccozza alta tre dita si profila all’orizzonte.

Ovviamente il palato reclama giusta pulizia ed idratazione: nemmeno a farlo apposta siamo in una cantina tra le più fornite della Versilia e così vengono seccate prontamente alcune bottiglie di “vinelli” come la Barbera d’Alba 2006 di Conterno, il Barolo 2005 di Beppe Rinaldi e lo Sperss 2000 di Gaja. Per dirla tutta le bottiglie sono state già bevute per metà circa tre giorni prima, ma di “avanzi”, se così li vogliamo definire, ce ne fussero…!

La bistecca è quasi pronta, occhiate interrogative s’incrociano: cosa ci toccherà bere ora?

Luca si diverte e mi stuzzica con un’altra proposta quasi indecente: scegliere a caso tra cinque o sei bottiglie di Bordeaux annata 1985, poggiate con nonchalance su di un tavolo messo apposta per inciamparci e distruggere quel piccolo patrimonio, oppure un Redigaffi 2007 di Tua Rita. Sono combattuto, l’incertezza regna sovrana e mi attanaglia le meningi.

Non me la sento di approfittare di un Bordeaux d’antan e, nonostante le insistenze di Luca, “ripiego” sul Redigaffi. Mentre mi prodigo all’apertura, appena tolta la capsula, ritorna in ballo la storia del Bordeaux e vengo subitamente bloccato: non vuoi il 1985 e allora ciapa ‘sto Chateau Palmer 1986! Mi arrendo.

Max nel frattempo comincia ad avere due occhini che la dicono lunga sul tasso alcolico, per ammortizzare gli dà dentro con le ganasce spolverando tutto il repertorio dei formaggi con una voracità degna della banda di topi di Ratatouille.

Non una ma tre rotture di tappo mi infliggono altrettante pene corporali ma alla fine, con una abilità e precisione all’altezza di Christian Barnard (per chi non lo ricordasse è il chirurgo che effettuò il primo trapianto di cuore), riesco a togliere tutto il tappo senza farne cadere all’interno nemmeno la più infinitesima parte. Una soddisfazione che a livello atomico-molecolare ti fa salire di diversi stati energetici e raggiungere quello di visioni quali essere premiato come miglior sommelier mondiale o invitato in commissioni che hanno l’onere di decidere qual è il vino più buono tra i più costosi e rari del mondo.

Poi il ritorno alla dura realtà, il naso tutto sommato ha retto ma in bocca proprio non va, il vino ha preso i sentori di muffa del tappo: tragedia! Max, sensibile come un cane da tartufi, dice che è bono lo stesso e se ne fa fuori un paio di bicchieri.

Il destino aveva già deciso: e Redigaffi sia!

La carne viene debitamente battezzata con uno dei migliori merlot italiani, un monolite dalla consistenza quasi gelatinosa che schiaccia la bistecca come un rullo compressore. I profumi di frutta rossa e nera, cioccolata, caffè, cuoio e le infinite sfumature speziate pervadono i sensi, viene voglia di lasciarsi trasportare dalle emozioni se non fosse per le grattate di tannini ancora giovani che ti risvegliano dal dolce oblio. Che grande futuro lo attende.

Decliniamo ulteriori proposte gastronomiche, dolci compresi – per un goloso come me vuol dire che sono già ampiamente appagato – rimane giusto lo spazio per un liquore che non conosco: François Peyrot – Poire Williams au Cognac, Liqueur à la Grande Champagne. Alla vista si presenta come un qualsiasi Cognac con quel bel dorato-ambrato trasparente che promette caldi ed umidi piaceri, sicuramente più facili da mantenere se bevuto con ben altra compagnia. Apro le narici e vengo invaso da profumi così intensi di pera che nemmeno i chimici dell’arbre magique sarebbero capaci di scatenare! Sembra di stare nell’occhio di un ciclone, lì tranquilli con il bicchiere in mano e tutt’intorno milioni di pere che girano vorticosamente, uno spettacolo. In bocca la leggera alcolicità – siamo su una trentina di gradi – contribuisce a rendere particolarmente intrigante questo nettare; sarebbe interessante provare a rifarlo diluendo olio essenziale di pera williams (dubito che esista) con un po’ di alcol. Devo impegnarmi duramente per resistere al richiamo nemmeno fossi Ulisse con le sirene.

E’ arrivato il momento di congedarsi, Max è quasi al limite e domani il lavoro ci attende, è dura alzarsi dal tavolo ma soprattutto l’etica mi impone di dare un freno alla generosità di Luca. Di questa serata, di questo felice imprevisto rimarrà un ricordo indelebile nella memoria sperando di sdebitarsi prima o poi in qualche maniera.

Grazie ancora Luca.

Le foto sono state scattate con il cellulare, scusate la qualità…

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Un commento »

  1. Boia deh Leonardo (in onore alle tue radici labroniche), ma l’articolo l’hai scritto appena tornato a casa? O direttamente sul tavolo tra le bottiglie seccate? Comunque sia un po’ di alcol in corpo lo dovevi ancora avere! E sarei anche curioso di capire dove eri, ma quello me lo dirai a voce, via…

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