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Montepepe Bianco in verticale: Montignoso ha il suo piccolo cru

La famiglia Poggi, da Montignoso, va praticando architettura e sogni. Sembra si trovi a suo agio. Uno di quei sogni, in particolare, appartiene alla collina di Montepepe, provincia di Massa Carrara, alta Toscana. E’ quello che interessa a noi. Prende spunto da una attenta riqualificazione ambientale, ciò che ha partorito nell’arco di qualche anno uno scenografico vigneto terrazzato con i suoi infaticabili muretti a secco ottocenteschi, dove hanno preso dimora vitigni bianchi e rossi fra tradizione e Rodano (vermentino e viognier per i bianchi, massaretta e syrah per i rossi), e un recupero edilizio di una bella villa gentilizia, i cui ambienti sono stati in parte riattati a preziosa cantina. Esposizioni propizie, suoli acidi e forti -tessitura franca con innesti sabbiosi-, consulenze agronomiche ed enologiche che non scherzano (Federico Curtaz), sono le basi programmatiche al servizio del sogno. O della scommessa, vedete un po’ voi come chiamarla. Che poi, alla luce dei primi frutti, appare tutto men che insensata, tanto da far drizzar orecchie e papille ai curiosi e ai viandanti enofili, genìe alle quali sento di appartenere.

Ma se le parole possono lasciare il tempo che trovano, la graziosa verticale di cui sono stato fatto partecipe pochi giorni orsono ha costituito l’occasione giusta (e la testimonianza tangibile) per ricrederci da eventuali pregiudizi, probabilmente mutuati da un panorama enologico quale quello massese, fatto di poche certezze (anche interessanti) e altrettanto poco “dinamismo”. E’ stato così che le prime 4 annate prodotte di Montepepe Bianco, vino bandiera della casa, vermentino in forte prevalenza (variabile, a seconda delle annate, dal 70 al 90%) con saldo di viognier, tirato suppergiù in 7000 bottiglie, hanno detto la loro.

Vini saldi e ben “carrozzati”, dal tratto aromatico “ terragno” e salmastroso, i Vermentino massesi (sponda Candia –Montignoso per intenderci) si distinguono marcatamente dai più celebrati, e assai prossimi geograficamente, Vermentino dei Colli di Luni, nei quali i tipici profumi di erbe aromatiche e macchia mediterranea riescono modulati secondo un registro olfattivo più “aereo” e svolazzante, e dove la struttura si fa più esile e snella. Nei Vermentino massesi invece basi solide, grinta, sapore, mineralità e una freschezza non banale, tanto da permettersi qualche azzardo in più dalle “parti” della longevità, rispetto ai “dirimpettai” lunensi.

In questo senso, i bianchi di Montepepe ben si inseriscono nell’alveo dei vini tipici, checchennedica la presenza del viognier ( in certe annate piuttosto esigua), e mi sembrano un mélange ispirato di tecnica (precisione e correttezza non mancano) e personalità. Soprattutto però sono lo specchio fedele delle annate di provenienza, quindi cangianti per loro natura (e questo mi conforta), con il trait d’union di profumi stilizzati, mai smaccati, “cerealicoli”, sottilmente vegetali (erbe di campo) e speziati, e un gusto elegante, di buona dinamica e fiera caratterizzazione, doti queste ultime non propriamente ascrivibili nel pedigree di certi vini meramente semplici e beverini che da queste parti abbondano. C’è qualcosa di più e di meglio qui. E la giovane età della vigna, con questi risultati alle spalle, non può che deporre a favor di futuro, richiamando da par suo le dovute attenzioni verso una esperienza agricola ad alto tasso di affidabilità, certamente ambiziosa, ma che ha il bell’ardire di scuotere finalmente dal torpore il fin troppo tranquillo mondo vitivinicolo massese.

Montepepe Bianco 2009

Erbe aromatiche, grano e gioco di lieviti (che ancora lavorano) in un naso riflessivo ma promettente, che saprà crescere. Nel frattempo -se le attendi- certe sfumature balsamiche (duro di menta) ne allentano lo spirito “terragno” rendendo il tutto più fresco e arioso. Bel dinamismo al palato, progressione sicura, fondamentali eleganti, nettezza dichiarata ma coinvolgente, senza che si sfiori la “chirurgia”. Il futuro dalla sua parte.

Montepepe Bianco 2008

Naso timido e remissivo. Umori di fieno ed erbe di campo senza insistenze. Di contro, bella esplosione di sapore se lo schiacci sul palato, ché se ne escono brividi floreali e ti ringalluzzisci. Buona sapidità, salmastra o quasi, che incide ed allunga il sorso. Vino di silhouette, più delicato degli altri, meno strutturato, ben bevibile nonostante il mutismo aromatico.

Montepepe Bianco 2007

Frutto più marcato qui, come il suo giallo. Caloroso, solare, esotico e speziato, dimostra bella intensità aromatica e un ascendente mediterraneo più dispiegato. Gusto avvolgente e succoso, ma anche più largo e meno profilato degli altri vini. Zuccheri residui “a giro”, ad addolcire e togliere profondità alla trama.  Uno Spatlese de noantri insomma, a cui il futuro potrebbe riservare qualche chance in più in termini di ritmo gustativo e fusione delle parti. Merita l’attesa.

Montepepe Bianco 2006

Prima annata prodotta ed autentica sorpresa della serata: naso sfumato, “librato” ed elegantissimo, floreale, agrumato, idrocarburico, “d’altura”. Ottima souplesse, ci stanno garbo e portamento, equilibrio, vitalità e profilatura. Ci siamo. La strada è tracciata.

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