Ragioniamo di “sregionare”: spiluzzicando Castelvetro di Modena

Di • 9 feb 2011 • Rubrica: diLuoghi, Mangiare bere uomo donna 3 commenti
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Mi ritengo una persona molto fortunata. Per quanto golosamente peccaminosa, non sono colpevole da sola, ho molti complici che assecondano o stimolano la mia gastro-curiosità! E, sempre fortunatamente, fanno del viaggio, anche breve, un delizioso vizio. È così che da una lista di destinazioni proposte da un amico in occasione della giornata del Touring Club, ho subito puntato le mie papille verso un nome che riecheggiava passioni vinose: Castelvetro di Modena, patria del Lambrusco Grasparossa.

Vino DOC prodotto nella provincia di Modena, fa parte della famiglia dei quattro Lambrusco DOC dell’Emilia Romagna che oltre a quello già citato comprendono: Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Salamino di Santa Croce, Lambrusco di Modena. Il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro può essere composto dall’omonimo vitigno per il 100% o per l’85% con il possibile affiancamento di altri vitigni di lambrusco, fortana e/o malbo gentile. Il nome viene dalla particolarità che, prima della vendemmia, non solo le foglie ma anche la graspa (il raspo e i pedicelli) diventa rossa. Solitamente ne viene ricavato un vino molto fruttato, con una buona acidità che si abbina bene alla cucina un po’ untuosa dell’Emilia Romagna. Per quanto sia caratterizzato dall’effervescenza, tra i Lambrusco DOC, è il più pieno e corposo, e ha un retrogusto amarognolo che gli permette di equilibrare bene i sapori più dolci spesso caratteristici dei salumi emiliani.

Che siate più o meno d’accordo, purtroppo sono un’amante dell’effervescenza e non potevo non essere attratta da quella meta che alla fine non era poi così lontana. E quindi armati di gola e curiosità ci siamo mossi verso nostra destinazione e finalmente senza navigatore, alla vecchia maniera, cartina del Touring, appunti e occhio più o meno attento.

Dopo un viaggio non troppo lungo e chiacchierino siamo arrivati in una cittadina che si presentava piccola, ma sembrava essere l’ombelico del mondo. Ho contato ben tre matrimoni tutti nella stessa mattina (e poi dicono che le coppie sono in crisi…), una ventina e forse più di Ferrari che erano arrivate lì per uno dei tanti raduni, e non so quanti appartenenti al Touring Club in attesa di visitare le peculiarità della città. Certo era abbastanza sorprendente trovare tutto questo in un posto così… piccolo. Tuttavia spesso le cose più piccole sanno dare grandi sorprese. La cara Wikipedia ci dice scolasticamente che Castelvetro di Modena “è collocato nella parte meridionale della provincia, sulle colline precedenti l’Appennino e vanta una notevole fama per il suo Lambrusco Grasparossa”. Tutto perfetto, ma la cittadina offre molto di più.

Ogni due anni viene effettuato il Mercudo-La Biennale dell’assurdo, una rassegna di arte contemporanea che raccoglie le opere e le idee più assurde provenienti da tutto il mondo. Quelle più assurdamente interessanti vengono poi raccolte in un museo che si trova proprio all’interno della città e che fortunatamente è ad ingresso libero e perciò accessibile a tutti. Come la manifestazione stessa del resto. Basta avere l’idea più assurda possibile!

Da vedere è anche Palazzo Rangoni che nasce assieme al Castello di Castelvetro intorno al VIII-IX sec. Dopo l’avvento dei Rangoni (sec. XIV) quando Castelvetro divenne capoluogo del loro feudo (sec. XV) l’edificio si ampliò, assunse funzioni e caratteri più marcatamente residenziali e di rappresentanza. Degna di nota è la sala del Tasso, che ricorda il soggiorno del poeta presso il feudo del marchese Fulvio Rangoni. Il palazzo è situato nel centro della città, dove ha sede un’esposizione permanente di abiti in stile rinascimentale a cura dell’Associazione Dama Vivente, la stessa che organizza le manifestazioni “Dama Vivente” e “Festa al Castello”. La prima è il gioco della dama fatta con pedine viventi. Viene realizzata ogni secondo fine settimana di settembre in anni pari, è effettuata nella piazza centrale che è a damier, e le pedine e i damoni sono i giovani del luogo, solitamente bambini e ragazze. La seconda, invece, organizzata ogni secondo sabato di settembre in anni dispari, ricrea un banchetto rinascimentale con l’allegro contorno di musica, giochi, balli e cibi della tradizione locale. La partecipazione è libera, non importa essere del luogo, basta prenotare. Unica condizione? Indossare abiti rigorosamente dell’epoca!

Naturalmente, non poteva mancare la visita all’acetaia comunale. Situata nel sottotetto di Palazzo Rangoni, l’acetaia è sempre aperta l’ultima domenica del mese dalle 16 alle 19. La visita è curata dai Maestri Assaggiatori locali appartenenti alla Consorteria Aceto Balsamico Tradizionale di Modena – Spilamberto che guidano i gastrocuriosi nella degustazione. L’Aceto Balsamico ha una forte tradizione nella zona ed è veramente ragione di vanto per i suoi produttori. Purtroppo non essendo molto esperta ho potuto cogliere solo piccoli aspetti della descrizione che ci veniva fatta sui processi di lavorazione e d’invecchiamento. Quest’ultimo mi ha colpito perchè avviene in modo molto particolare in quanto ha sede in una serie di botticelle (sembra che si chiamino batterie) di legni diversi e di volume decrescente. Ogni anno il barile più piccolo della batteria fornisce qualche litro di prodotto. La diminuzione viene poi compensata con l’aggiunta del mosto cotto nel barile più grande. E pensate che l’invecchiamento può durare anche 25 anni, se non oltre. Lo ammetto: altri dettagli non so darvene, però era molto evidente l’amore e la passione che i produttori vi investono, e sicuramente sarà un buon motivo per tornare.

Dopo visite guidate e musei e papille gustative che protestavano anarchicamente, siamo arrivati alla nostra, o forse mia, gastrometa: la degustazione di prodotti tipici! Che naturalmente non potevamo non assaggiare nel cuore di Castelvetro. E’ così che la nostra gola ha trovato rifugio presso una delle sedi decentrate dell’Enoteca Regionale Emilia Romagna. Abbiamo proceduto ad una degustazione di tre vini accompagnate dai prodotti tipici della zona. Molto curiose erano le tigelle, dei piccoli panini piatti appartenenti alla tradizione culinaria modenese. Gli ingredienti base che mi sono stati detti sono la farina bianca e il lievito di birra, mentre lo strutto e il lardo per la cottura che solitamente dovrebbe avvenire in uno stampo per cialde. Probabilmente ora si utilizzano altri sistemi, ma il fine è sempre lo stesso: aprirle e riempirle di salumi. Sempre della zona! Mai suggerire cose diverse! E così abbiamo fatto con quelli che ci sono stati portati!

I vini presentati erano molto diversi l’uno dall’altro. Il primo che abbiamo assaggiato era un Pignoletto 100% spumantizzato in autoclave. Prodotto da Cleto Chiarli, il vino aveva ad una prima analisi visiva un colore giallo paglierino con riflessi tendenti al verde. Al naso rilasciava un bouquet di fiori bianchi tra cui si percepiva chiaro il gelsomino, mentre in bocca erano più evidenti le note di frutta gialla. L’acidità era ottima, soprattutto in quanto riusciva a ripulire la bocca dalla sensazione di grasso lasciata dal lardo che avevamo abbinato. Non era molto persistente, ma riusciva a trovare un buon equilibrio di sapore con i pecorini semi-stagionati che ci erano stati presentati.

Come secondo assaggio arrivava finalmente il tanto atteso Lambrusco Grasparossa di Castelvetro prodotto da Gianelli Urbano, fermentato in bottiglia. Di colore rosso rubino, all’olfatto lasciava percepire gli aromi di mora, ribes ed altri frutti rossi. In bocca le promesse venivano mantenute fino al retrogusto che, per un perfettdo Lambrusco, deve essere leggermente amarognolo. L’effervescenza del vino e la lieve astringenza dei suoi tannini (ricordiamoci che è comunque un vitigno a bacca nera) toglie alla bocca il senso di grasso rilasciato dai piatti della tradizione ma soprattutto da salumi come la mortadella, rigorosamente senza pistacchio, che avevamo abbinato.

Infine abbiamo potuto assaggiare lo Sponda-Malbotto, annata 2008, un IGT fatto con malbo gentile e prodotto da Villa Boni. Il malbo gentile un tempo era usato soltanto come uva da taglio per il Lambrusco, ma recentemente, grazie alla rivalutazione dei vitigni autoctoni minori, è diventato il protagonista di interessanti eno-esperimenti. Dal colore di un rosso rubino carico, il vino aveva al naso un evidente aroma di ciliegia. In bocca non è molto corposo, tuttavia rilascia molti aromi di frutta rossa in buon equilibrio senza avere una preponderanza della ciliegia che ci si aspetterebbe dopo l’analisi olfattiva. Inoltre l’alcolicità e l’acidità risultano bene equilibrate e permettono al vino di accompagnarsi ai pecorini, anche se non era molto persistente.

Messe a tacere le papille gustative, ci siamo alzati soddisfatti e con un panorama più ampio che andava oltre al semplice Lambrusco. E tutto questo per soli 12,00€. Un prezzo equo per un po’ di soddisfazione, no?

Enoteca Regionale Emilia Romagna
Via Cialdini 6 (Borgo Antico)
Castelvetro di Modena (MO)
Tel. 059790489
Orari: venerdì, sabato e domenica dalle 19.00 alle 22.00
www.enotecaemiliaromagna.it

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3 commenti »

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  2. Come dice l’Artusi: “quando sentite parlare della cucina emiliana, fatele un inchino”. Complimenti.

  3. …. detto da un romagnolo, poi!

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