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Basilicata e Calabria, “Parlano i vignaioli”

BACOLI (NA) – Lo scorso aprile si è svolta tra le mura dell’accogliente Casina Vanvitelliana sul Lago Fusaro, in quel di Bacoli in provincia di Napoli, la seconda edizione di “Parlano i Vignaioli“, una manifestazione fortemente voluta da Daniela Di Gruttola della Cantina Giardino per portare a Napoli i migliori interpreti del vino naturale in Italia. L’evento ha riscosso un notevole successo di pubblico (almeno in apparenza decisamente superiore all’anno scorso), a riprova dell’interesse sempre più crescente per il mondo dei vini biologici, biodinamici e naturali. Un momento di riflessione, oltre che di degustazioni, per fare il punto della situazione in Italia e soprattutto al sud. Ho deciso così di presentarvi, in una serie di pezzi, una rappresentativa delle aziende presenti. Purtroppo non di tutte, essendo diverse sfuggite all’assaggio, ma per le quali mi riprometto di rimediare quanto prima nel prossimo futuro. Altre, invece, non sono state incluse per una scelta ragionata, essendo state oggetto più volte, nel passato anche recente, di mie recensioni (su questa e/o altre testate). Sempre volutamente ho preferito tralasciare il riferimento a singole annate. Quella che potrà apparire agli occhi di molti appassionati lettori, i più intransigenti, una leggerezza inaccettabile nasce, in realtà, dalla precisa volontà di distogliere l’attenzione dal millesimo per sottolineare la validità di etichetta e produttore indipendentemente dalle variabili contingenti legate alla vendemmia. Spero mi perdonerete.

Basilicata

Musto Carmelitano è un’azienda agricola a conduzione familiare gestita dalla giovane Elisabetta. Dal 2007 è seguita dall’enologo Fortunato Sebastiano. L’Aglianico del Vulture è coltivato ispirandosi al metodo organico-biologico con le uve scrupolosamente selezionate e raccolte a mano. In cantina i processi di trasformazione s’ispirano ad una filosofia di produzione di stampo artigianale. Grande rispetto verso la materia prima con l’obiettivo di preservarne tutte le sue peculiari caratteristiche organolettiche evitando filtrazioni, chiarifiche e qualsiasi intervento di stabilizzazione.

La vinificazione avviene separatamente per le uve dei diversi vigneti aziendali: vigna di Pian del Moro (la parcella piantata 80 anni fa), vigna di Serra del Prete (di 45 anni di età) e vigna Vernavà (di 25 anni). Serra del Prete è un rosso che metterei con molta probabilità in una “cieca” di vini base nebbiolo tanto mi ricorda una denominazione blasonata come Barolo. Forse esagero ma si tratta davvero di un’interpretazione assolutamente peculiare e straordinaria. Nobile e austero nel suo approccio olfattivo: un bel frutto integro, maturo con note speziate e un leggero tocco animale che donano complessità e ampiezza. Il sottofondo balsamico “rinfresca” il calice ad ogni snasata. In bocca entra pieno, corposo, senza strafare, conducendo ad un finale sapido e lungo. Una bella bottiglia dal prezzo contenuto. Una giovane promessa da monitorare negli anni a seguire.

Un annetto fa in una piccola enoteca, a Parigi, specializzata in vini naturali, le uniche etichette italiane presenti erano quelle di Camerlengo. Sei mesi dopo gli scaffali svuotati, il rosso di Antonio Cascarano era andato letteralmente a ruba. Una bella soddisfazione, no?! La cantina di epoca millenaria, scavata nel tufo, si trova all’interno del Parco delle Cantine del comune di Rapolla, piccolo paesino alle pendici del Monte Vulture. Camerlengo ha significato la rinascita dell’azienda del nonno Falaguerra, famoso produttore di vino ed olio, una storia interrotta negli anni settanta. La prima fase ha previsto il recupero ostinato e paziente di parte dei vecchi vigneti. Il vulcano spento, da epoca preistorica, ha lasciato in eredità un terreno ideale per la coltivazione della vite. Oggi si producono due diverse etichette di Aglianico del Vulture. Seguito in cantina dall’enologo Antonio Di Gruttola i vini di Camerlengo non sono di certo una novità nel panorama dei vini naturali e non solo dei vini naturali. Antelio è un piccolo capolavoro di istintività e rigore. Dopo le note iniziali di riduzione il naso si apre lentamente su nitide sensazioni floreali, sottili ed eleganti. Con il trascorrere dei minuti si arricchisce di note minerali, ferrose ed ematiche, di timbro dichiaratamente cinereo e vulcanico. In bocca, pur senza rinunciare a volume e sostanza, si allunga in profondità e persistenza lasciando indelebile ricordo di sè. Ormai una certezza dell’enologia vulturina.

Calabria

Francesco Maria De Franco conduce una piccola azienda a Cirò, cuore nevralgico della Calabria vitivinicola. Le vigne, circa otto ettari, in prevalenza collinari, sono curate e coltivate secondo il metodo dell’agricoltura biologica. Solo rame e zolfo, elementi naturali usati da secoli in viticoltura, limitando al minimo le lavorazioni del terreno necessarie onde preservare la fertilità del suolo. Il rispetto della tipicità e della naturalità guidano il lavoro in vigna come in cantina. Gaglioppo, magliocco e greco bianco. Solo uve autoctone vengono utilizzate per produrre i vini, nella convinzione che solo attraverso questi vitigni, adattatisi da millenni alle locali condizioni pedoclimatiche, si possano produrre vini capaci di esprimere e raccontare il territorio ma anche la storia e la cultura della Calabria e del Cirotano. Il Cirò di Vigna De Franco è un esempio illuminante ed illuminato di quelle che sono le reali potenzialità delle varietà calabresi. A’Vita è il Cirò che tutti dovrebbero assaggiare almeno una volta nella vita. Un vino interpretato con mano leggera ed attenta, come dimostra fin dal colore scarico e trasparente che irradia di luce il bicchiere. Il naso è un tripudio di piccoli frutti rossi, sfumature speziate, balsamiche e floreali. Complessità sussurrata, mai urlata, senza rinunciare alla sua forte personalità: un ritratto che rispecchia precisamente l’indole e la gentilezza del carattere di chi lo produce. Al palato si conferma un vino di bella ed importante struttura. “Gourmand”(direbbero i francesi) e succoso senza ricorrere ad eccessi ingombranti di polpa nè a facili scorciatoie o ruffianerie. Acidità e tannino sono registrati magistralmente per un rosso in grado di coniugare un impianto solido e verticale alla piacevolezza della beva.

La immagine del monte Vulture è tratta da dove-andare.it; quella dei vigneti di Cirò dal nostro archivio

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