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Cuculia, lo spirito del “passe-livre” a Firenze

Ammetto che alle volte è bello capire di essere erroneamente scettici. E questo è stato uno di questi casi. Cuculia, sottotitolo, o sottoinsegna in questo caso, “libreria con caffè”, è uno dei molteplici locali che rendono pulsanti le notti ludiche e culturali della vita fiorentina. Inaugurata nel settembre del 2009 in Via dei Serragli 18/r, nel pieno centro di Firenze,  dai quattro soci Verdiana, Nico, Daniel e Roberta, fin dalla sua apertura è stata omaggiata con recensioni su blog, riviste di settore o generiche, siti d’informazione e tanto altro. Il nome nasce dal vecchio nome della via dove una volta avevano sede monasteri e ville aristocratiche con giardini dove uccelli, ma soprattutto cuculi, e da qui il nome, rendevano la strada caratteristica per il loro cinguettio. Un nome singolare, che ha il gusto della riscoperta ma anche della nostalgia. E alla fine ti viene da pensare che è solo un altro dei tanto locali, più o meno bio, più o meno teieria, più o meno libreria, più o meno etnico o forse no, più o meno concept store o concept cafè o forse no. Chi può essere interessato a un’altra recensione su un locale di cui si è ormai scritto e riscritto tutto l’essenziale? Ormai la tipologia è conosciuta, così come lo scopo dei proprietari di ricreare un luogo dove il gusto per il cibo e per la cultura si fondano in una cosa sola, un’esperienza globale per la persona che di appetito da soddisfare non ha solo quello dello stomaco.

E a quel punto, mentre entri titubante ti chiedi cosa potrai mai scrivere di nuovo che non sia già stato scritto prima, inizi a guardarti intorno. Tre sale, molto accoglienti e, per quanto i colori varino dal bianco a dei toni più tenui, veramente molto calde, grazie ai dipinti, i poster e alle librerie che arricchiscono le pareti. E’ piacevolmente prevedibile scoprire che anche questo è un luogo di passe-livre, il famoso passa-libro. Sul sito viene definito come un gioco in cui perfetti sconosciuti si scambiano libri senza neppure incontrarsi ma lasciando i libri stessi nei posti più strani, come bar, autobus, panchine, ecc. Naturalmente ci tengono a sottolineare che non sono libri abbandonati o perduti ma “liberati”. Liberati da cosa non saprei esattamente, ma l’idea di poter lasciare in eredità, se così posso dire, un’esperienza letteraria a qualcuno che non conosco la definirei sicuramente bella e dà un senso ulteriore anche alla nostra stessa attività di leggere.

Con il tempo sono stati stabiliti anche dei luoghi dove poter praticare il gioco e in alcuni di essi si possono trovare scaffali pieni di libri liberati in attesa di essere letti da altri appassionati. Tuttavia, come in tutti i giochi, anche qui ci sono dei bari, e alle volte chi prende un libro per lasciarne un altro cerca solo di liberare non tanto il libro in sè quanto la propria libreria del magari ennesimo tomo sulla storia delle pulci amazzoni nel periodo precolombiano di trecento pagine. Beh, non che anche le pulci non siano degne d’interesse, ma forse il motivo per cui viene lasciato non rientra proprio nello spirito del passe-livre. Fortunatamente da Cuculia, nell’angolo riservato a questa pratica si trovano libri interessanti, dal romanzo classico al libro d’avventura, dal manuale più che utile al piccolo testo che magari è un pacco ma alla fine, nell’insieme, lo possiamo pure accettare.

E poi naturalmente c’è un piccolo spazio per ognuno degli eventi che si susseguono durante la settimana, dal piccolo concerto di tango che cerca di avvicinare anche i profani alle atmosfere delle milonghe argentine, al circolo letterario dove tra vino, libri, parole, idee ci si sente un po’ rinfrancati del fatto che, in un mondo di tecnologia e social network il confronto e il dialogo faccia a faccia ha sempre il suo fascino. Ma di libri non si parla solamente: se ne presentano, oppure si può assistere a piccoli spettacoli per bambini ed adulti, o sorseggiare un ponce livornese mentre si naviga con la mente e la multimedialità grazie al wifi del locale, o trovarsi proiettati in cene a tema. Insomma, di tutto un po’.

Poi, naturalmente, il listino e la vista del balcone offrono un’ampia scelta di tè, infusi, tisane e dolcetti tentatori che seducono la gola, ma che fanno anche rabbrividire pancia e fianchi. Ed è tutto bello, tutto interessante, ma ne hanno ormai parlato tutti. E allora che fare? Mentre lo sguardo gira rassegnato però, ecco che appare la sorpresa! Piccoli recipienti con lamponi, foglie di menta trionfanti, lime, cioccolato bianco (chissà perché), attrezzature e gesti veloci, precisi ma molto morbidi che solo un vero barman può avere. Ebbene sì, nella dolce libreriacaffetteriateieriabruncheria, e chi più ne ha più ne metta, lì insomma dove meno te lo aspetteresti, si fanno anche i cocktail. E grazie alla mano consapevole di uno dei baristi: Francesco Andreini.

Classe 1981, e, per quanto apparentemente molto giovane, barman da quasi dieci anni. “Beh, appena diplomato ho iniziato come parrucchiere, ma non era la mia strada. Poi nel 2002 ho iniziato a lavorare al Barone Rosso, un pub di Siena, la città da cui provengo. Dato che ero molto appassionato del mio lavoro, il proprietario mi suggerì di fare un corso professionalizzante e così ho frequentato quelli dell’AIBES – Associazione Italiana Barmen e Sostenitori. Ho lavorato in vari locali, poi per quattro anni in un albergo e adesso… eccomi qua”. E per fortuna, aggiungerei! In un mondo di bar tender improvvisati e strane mescolanze spacciate per cocktail, è sempre bello assaggiarne uno fatto da un vero professionista. Che prima di tutto deve saper consigliare. Quindi primo test: l’elenco dei miei gusti. E perché sia non troppo dolce, ma non eccessivamente amaro, da aperitivo ma fresco, non c’è niente di meglio di un American Fusion con un po’ di cetriolo per renderlo più fresco. Secondo test: che ne pensi dei bicchieri di plastica? Storce il naso: “non mi piace fare i cocktail nei bicchieri di plastica” ammette. Fortunatamente da Cuculia si usa solo il vetro. Uno degli ingredienti per un ottimo aperitivo è innanzitutto la soddisfazione del barman.

E finalmente inizia la preparazione. Per me oro colato, dato che so solo degustare e non prepararne. Si mettono due fettine di cetriolo assolutamente fresco fatto a pezzetti, un goccio di angostura (un goccio? Eh sì, è il terribile q.b. di ogni ricetta che decreta la bravura di un barman. Un po’ meno di un goccio, o un po’ di più, e tutto è rovinato), un tocco di soda e poi si pesta il cetriolo. “In questo modo” spiega Francesco ai miei occhi titubanti “con la soda il cetriolo rilascia il sapore e la freschezza che dovrà dare al cocktail”. Poi 2,5 centilitri sia di vermuth rosso che di bitter, un passaggio nello shaker, e alla fine un’aggiunta di ginger ale. In pochi minuti ecco un cocktail invitante all’occhio, sfumato di tonalità rosso-arancio che fanno bene anche all’umore, con il sapore amaro del bitter un po’ stemperato dalla freschezza del cetriolo, rendendolo così gradevole e non eccessivamente persistente. Un ottimo aperitivo leggero.

A questo punto, però non è possibile non chiedere qual è il suo cavallo di battaglia. “Il “ciocco mojito”. “Non è mio”, ammette, “l’ho visto fare e ho imparato. E’ fatto con scaglie di cioccolato bianco (ecco a cosa serviva!) che vengono pestate insieme al lime e solo dopo viene aggiunta la menta. Noi lo serviamo con terrina di cioccolato bianco al seguito, e qualche pralina a seconda del gusto del cliente.” Interessante. Si potrebbe parlare per ore sull’argomento, soprattutto quando ti trovi davanti qualcuno che sa cosa dice e cosa fa. L’unico problema? Da quattro anni studia per diventare designer. Questo decreterà la fine della sua carriera come barman? Non si sa. Egoisticamente spero di no. Tuttavia, poiché non ci è dato conoscere il futuro, i suoi cocktail me li godo nel presente. L’espressione carpe diem non è mai stata più azzeccata!

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