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Ancora tè giapponese dopo Fukushima?

Il terremoto che ha colpito il Giappone lo scorso mese di marzo ha avuto conseguenze devastanti per il paese e per la sua economia, soprattutto a causa dell’incidente nucleare di Fukushima. Nel tentativo di impedire una catastrofe delle dimensioni di quella di Chernobyl, i tecnici hanno riversato nell’ambiente notevoli quantità di materiale radioattivo che ha contaminato un’area molto vasta. Chiaramente il primo comparto produttivo a essere colpito da una tale situazione è l’agroalimentare; il rischio di contaminazione radioattiva impone di bloccare il consumo di prodotti provenienti da quelle aree, in particolare il tè.

Il governo giapponese sta tenendo sotto controllo i livelli di radioattività ambientali e quotidianamente effettua controlli sui prodotti alimentari in tutto il territorio nazionale. In particolare, le ultime notizie riguardo al tè parlano di residui di Cesio 137 e altri radionuclidi nel terreno e sulle foglie verdi nelle prefetture di Kyoto, Mie e Shizuoka, comunque al di sotto dei limiti che la normativa (sia giapponese che europea) considera pericolosi per la salute. Tali limiti sono stati invece superati nelle foglie già essiccate provenienti da Shizuoka (circa 300 km da Fukushima). C’è da dire che in Giappone, data la particolare conformazione geografica del paese, vi sono aree molto lontane l’una dall’altra; così l’isola di Kyushu è distante più di 1000 km da Fukushima; presumibilmente la contaminazione radioattiva in quell’area dovrebbe essere trascurabile (così come del resto è attestato dalle autorità giapponesi).

È arduo stabilire un confine tra timori irrazionali, giusta diffidenza e principio di precauzione. Sta di fatto tuttavia, che nei mesi scorsi le autorità giapponesi sono state accusate di aver minimizzato in varie occasioni la reale portata del rischio di contaminazione radioattiva e di scarsa trasparenza. Del resto, anche qui da noi, siamo stati testimoni della vergognosa campagna di disinformazione messa in atto dalle televisioni di regime su quanto stava accadendo in Giappone, nel (fortunatamente infruttuoso) tentativo di spegnere l’ondata emotiva seguita al disastro di Fukushima e far fallire i referendum del 12 e 13 giugno.

Personalmente, da profondo amante del tè giapponese, sono stato a lungo combattuto tra le due possibili opzioni, ma alla fine ho optato per la prudenza, decidendo di privarmi – almeno per un po’ – di una delle cose che amo di più. Mi sono dunque attivato per cercare tra i cinesi o gli indiani un tè che, per profumo, gusto e colore, si avvicinasse ai miei amati sencha o gyokuro. Vi è innanzitutto il ben noto e pregiato Lung-Chin cinese, dalla foglia piatta e aroma erboso che ricorda (ma solo ricorda) il soave gyokuro. Ho esplorato poi vari tè verdi dal Darjeeling, Sri Lanka, Nepal, tutti con interessanti caratteristiche, che non sarebbe giusto liquidare in due righe e di cui quindi mi riservo di parlare estesamente in uno dei prossimi articoli (eventualmente un’unica menzione per un tè poco noto proveniente dalla provincia cinese di Hubei: En-Shi-Yu-Lu, che con i giapponesi ha in comune l’intenso colore verde e il carattere dolce e delicato). Tuttavia, devo dire che dopo questa indagine non ho trovato niente che fosse sovrapponibile ai tè giapponesi e che quindi potesse rappresentare un valido sostituto. Stando così le cose si naviga a vista, consumando parsimoniosamente le ultime scorte di sencha pre-Fukushima e attendendo qualche improbabile e al momento non pronosticabile novità. Rimane solo, per l’ennesima volta, la riflessione su quanto sia ricco e meraviglioso il pianeta che ci è stato dato in sorte di abitare e su quanto l’avidità e la stupidità umane ce la mettano tutta per impoverirlo e deturparlo.

L’immagine del tè sencha è tratta dal sito dethlefsen-balk.de

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