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Diario di Bordò – Bordeaux Primeurs 2010 experience. Secondo giorno: Haut Brion e i suoi fratelli

Martedì 5 aprile 2011 

Temi: Colazione da Haut Brion – Focus su Graves/Pessac-Leognan

Colazione da Haut Brion

BORDEAUX (FRANCIA) – Un’altra cosa che ho imparato bene fin dalla prima alzataccia mattutina nel Médoc è che le latitudini non scherzano. Eccome se non scherzano. Tanto da dominare notte e giorno. E i ritmi stessi di noi umanoidi, impegnati nello spazio angusto di una vita a seguire fedelmente quel che ci detta l’infinito alternarsi di buio e luce. Tutto ‘sto preambolo metafisico-esistenziale per dire che alle 6 del mattino, ad aprile, nel Médoc, è proprio buio. In compenso il sole tramonta tardi (ma va!?), che qui da noi in Italia mica ci siamo abituati! Un’altra cosa che ho imparato – e sudato sul campo – è la “ripidezza” del gradiente termico giorno/notte. Stamattina ad esempio siamo partiti da Margaux che il termometro della nostra valente Passat presa a nolo segnava 6 gradi. Dico 6 gradi.  Da lì a poche ore lo stesso termometro si sarebbe concesso l’azzardo di toccare i 27! Uno sbalzo termico enorme, tanto apprezzato dalle uve quando è tempo di maturare quanto sofferto dai nostri cuori affannati, sorpresi che è tutto dire (come il mio maglioncino simil Benetton di lana fina) da un sole girondino implacabile e inusuale. Tant’è, lo staff di Château Giscours, solerte come pochi, preventivamente avvertito della nostra partenza sollecita, aveva fatto in modo di farci trovare una colazione fresca fresca (calda calda) fin dalle 6. Mai cosa fu più gradita. Così come la visione che avremmo avuto da lì a poco ( e così per le albe a venire), lungo la strada che ci avrebbe condotto alla dimora del buon Fabio Rizzari. Infatti notiamo con sorpresa che qualcosa intorno si muove, contrariamente a quanto solitamente accade nelle lande médocaines per tutto il resto della giornata. Sono ragazzi e ragazze di ogni età che più o meno imbacuccati si dirigono alla fermata del bus per andare a scuola. Un’attività sociale a tutto tondo, la fermata del bus. E un posto buono per parlare di futuro.

Noi ci dirigiamo, lo avevo già annunciato, nientepopodimenoche da Haut Brion, château fra i più celebri du monde entier, che di passato (glorioso), presente e futuro se ne intende. E che si trova a Pessac, alla periferia di Bordeaux. Ecco, appunto, la periferia di Bordeaux: se subodorare (a volte persino vedere) qualche essere umano nelle brume silenziose del Médoc resta fondamentalmente un piacere, scordatevi tutto ciò o voi che entrate sulla Rocade, il raccordo anulare che gira tutt’intorno a Bordeaux città, snodo inevitabile quando vuoi spostarti dalla riva destra alla riva sinistra (o viceversa) o andare nelle Graves o in qualsiasi altra parte del pianeta che non sia l’oceano Atlantico. Tutto il mondo sta lì, e gira attorno alla città con la sua automobilina. Distanza di (in)sicurezza media fra un auto e l’altra: 1 metro. Sono assai convinto che più della metà delle automobili che vi sfrecciano sopra non facciano altro per tutta la giornata, senza mai uscire dal circuito. Per fare presenza insomma. Così come son convinto che non tutte le automobiline abbiano in realtà un autista che le conduca. Una giostra incredibile La Rocade, usciti dalla quale  – ma le uscite appaiono come lampi e devi essere pronto a buttartici dentro, altrimenti salti il giro – tutto d’incanto ritorna tranquillo, come quando approdi a Pessac, borgo di periferia in odor di anonimato. Certo che è difficile immaginare lì, alle porte del paesello, anzi dentro il paesello, uno dei vigneti più importanti al mondo. Noi, svegliati ben bene dall’onda d’urto a 4 ruote chiamata La Rocade, implacabili come non mai e con soli 15 minuti di ritardo accademico (eccedere i 15 minuti sarebbe stato deleterio, al limite del rifiuto di riceverti), ci ritroviamo nella mitica torretta dello château a degustare meraviglie tutte nuove in compagnia del mattiniero Alessandro Masnaghetti (l’unico giornalista al mondo capace di bussare all’alba alla porta di uno château e di essere persino ricevuto!) e del direttore tecnico della casata.

Fin da subito calati nella parte, ecco che il quartetto dei rossi batte un colpo e sentenzia la propria dichiarazione di esclusività. La Chapelle de la Mission Haut-Brion 2010 possiede una particolare predisposizione al dialogo. Il suo frutto è un frutto carnoso e concentrato. Eppure non senti una forzatura ch’è una nei dintorni. Un coté leggermente selvatico e speziato ne ravviva il profilo. Fresco e ritmato (il timbro tostato/grafitato del rovere non lo soffoca), capisci ben presto trattarsi di un vino serio e grintoso, dai tannini magari rugosi ma saporiti.

Le Clarence de Haut-Brion 2010 ha connotati fruttati più marcati de La Chapelle, e nel contempo si fa più avvertibile la “vena” vegetale al gusto. Il vino ha ciccia e spessore, qualche diatriba da dirimere a cui il futuro provvederà e un sincero dinamismo. Non brilla per finezza, quello no, ma è certamente espressivo.

Si cambia orizzonte quando ti avvicini a La Mission Haut-Brion 2010 (Pessac-Leognan GCC), mai così prossimo alle mirabolanti performance del premier vin. Che vino ragazzi! Apprezzare in un sol bicchiere pienezza e leggerezza, questo è. E un frutto croccante, maturo al punto giusto, a cui l’allure sauvage porta in dote la visceralità. Grande la complicità emozionale, mentre i tannini si sbriciolano sapidi in bocca, allungando trame ed ambizioni.

Infine lui, Haut-Brion 2010 (Pessac-Leognan 1er GCC), carnoso ed elegantissimo, brillante nella esposizione, sensuale e vellutato al gusto, di elettiva fusione tannica, puro, setoso e lunghissimo, a suggellare una colazione vinosa indimenticabile, altro che da Tiffany!

A proposito di dimenticanze: i bianchi! La Clarté de Haut Brion 2010 (83% semillon, 17% sauvignon) è un vino fresco ed accogliente, solo non dotato di tensione superiore. Altra razza La Mission  Haut-Brion Blanc 2010 (81% semillon, 19% sauvignon), se vuoi meno concessivo sul versante aromatico rispetto al precedente ma molto più profondo, sottile e circuitore. Un  gioiellino dai risvolti floreali e minerali da attendere con fiducia questo qua, che in bocca trova tanto ritmo e tanto sale da marcar la differenza. Infine Château Haut-Brion Blanc 2010 (46% semillon, 54% sauvignon), il più celebre (e ti pareva!) dei vini bianchi girondini, lì dove senti proprio l’uva in bocca, la schiacci sotto ai denti e ce l’hai. Bella stoffa davvero, e bella materia. Masticabile, ricco di sève, intenso eppure capace di snellirsi miracolosamente al gusto. Vino di razza insomma, pieno e futuribile.

Usciamo dalla tenuta che non sono ancora le 9. Il sole è ormai più che una promessa ma io sono certo che anche se fossero state le 6 (e alle 6 in Médoc-credetemi- è proprio buio) Haut Brion avrebbe detto lo stesso la sua, al punto da costringere la notte a partorire anzitempo un’alba, in barba alle regole ferree dei fusi orari. Pensa te di cosa son capaci ‘sti vini qua!

 

Focus su Pessac-Leognan

Poco più tardi, a pochi chilometri di distanza da Haut Brion, più precisamente a Château Malartic Lagravière, nel cuore della denominazione Pessac Leognan, dove peraltro ho goduto di una prolungata sosta rigenerativa nei giardini della maison, alle prese con jamones iberici tagliati al coltello (concessione non da poco, se penso al proverbiale amor patrio transalpino), paté de foie gras maison e vecchie annate della casa (interessante il ’90), il panorama offerto da Graves e Pessac-Leognan (quest’ultima, praticamente una sottozona delle Graves, la più giovane delle appellation bordolesi, battezzata tale nel 1987) metteva sul piatto dei ragionamenti una ventina di produttori, con la caratteristica -unica per le sessioni di degustazione di Bordeaux Primeurs- che ciascuno di essi (o quasi) proponeva all’assaggio anche un bianco. Sì perché nel bordolese la zona diciamo così elettiva per i bianchi, oltre che nel Sauternaise, sta proprio qua (e ripensando all’Haut Brion Blanc di stamattina mi spiego pure il perché). Perciò mi sono divincolato volentieri fra bianchi e rossi per trarne qualche buona suggestione, non diffusa come avrei voluto ma nei casi migliori assai istruttiva.

Fra i vini bianchi, diversi i “tipi” simpatici che ho incontrato. Château Carbonnieux 2010 per esempio deve ancora farsi (come tutti gli altri d’altro canto) e il fiele vegetale che lo pervade non depone a favor di garbo espositivo, ma il grip ce l’ha nelle corde, lo senti. Domaine de Chevalier 2010 profuma di ruta e mette in campo un succo tutto agrume. Non spinge molto ma è peperino. Château de Fieuzal 2010 alza il tiro: naso carnoso, linfatico, uvoso. Bocca buona da masticare, avvolgente e generosa. Château Haut-Bergey 2010 è vino di ciccia con qualche fardello roverizzato da lasciarsi alle spalle. Più snello e gradevole se lo bevi, buon preludio al futuro che sarà.

Di Château La Louvière 2010 oggi ne apprezzi la fragranza floreal-agrumata e la salinità negli allunghi (e non è poco). Château Latour-Martillac 2010 possiede buone sfumature aromatiche, anche se non lo puoi certamente definire un vino esplosivo. Piuttosto buono Château Malartic-Lagravière 2010 (il padrone di casa), grasso e ispirato, arioso e sostenuto, solo di media lunghezza. Gli fa il paio Château Olivier 2010, dalla riconoscibile impronta sauvignoneggiante (sono fior di sambuco e foglia di pomodoro) non priva di sottigliezze, mentre Château Pape Clement 2010 va palesando una forza comunicativa non banale. La spinta di cui è capace, con la struttura sottesa, ne rendono la fisionomia tutto men che sottile ma quantomeno fiera e sostanziosa. Per finire, Château Pique-Caillou 2010 profuma di pietra focaia e agrumi ma è molto indietro nello sviluppo. Mi piace la sua schiettezza, quella sì, ma non brilla per finezza. Château Smith Haut Lafitte 2010 invece è elegantemente disegnato nei profumi, possiede un gusto sapido e guizzante e realizza una delle prestazioni migliori del parterre.

Fra i rossi, dopo le riprove esaltanti di Domaine de Chevalier e nuovamente esitanti di Smith Haut Lafitte (già assaggiati il giorno precedente da Derenoncourt), ho annotato qualche pezzo buono e registrato le avvisaglie di un’annata ricca di contenuti, anzi di attributi (leggi alcol e polifenoli), per fortuna quasi sempre miracolosamente imbrigliati da una freschezza acida a dir poco salvifica. Certamente però la predisposizione al dettaglio sottile di cui sono proverbiali portavoce i rossi delle Graves nelle annate classiche, qui si disperde un po’.

Così vi dico che fra i pochissimi Graves  a disposizione il più convincente mi è parso Château Rahoul 2010, per snellezza gustativa, equilibrio e maturità tannica. Intendiamoci, non la statura del vino superiore, ma quel tratto avvolgente e cremoso non mi dispiace, ché non ammicca a lordure.

Nella galassia Pessac-Leognan, dietro l’inarrivabile Domaine de Chevalier (e dietro naturalmente Mission Haut-Brion e Haut-Brion stesso), Château Haut-Bailly 2010 ci ha messo tutto l’impegno di cui è capace per ben figurare. Compatto, esotico, con un intrigante coté di erbe aromatiche da regalare, dall’ardore dei legni e da una calibrata vegetalità emergono il piglio e l’energia delle edizioni migliori. Solo discreto invece  Château Haut-Bergey, in cui la sensazione fruttata è un po’ troppo insistita e la bocca resta una bocca a trazione anteriore, più da centrocampo che da affondo.

Interessante la sfaccettatura aromatica, finanche floreale, offerta da  Château Larrivet Haut-Brion 2010, che deve attendere una reale integrazione tannica per potersi giudicare appieno. Niente male per sentimento e sapore Château Latour-Martillac 2010, di cui mi piace il tipico impasto di frutto e vegetalità, meno la timidezza.

Buono Château Malartic-Lagravière 2010, dall’interessante fraseggio dei profumi scandito da frutto e spezie. Dotato di una struttura agile e non ridondante, ha dalla sua una sincera potenziale bevibilità, e un finale giocato di sottigliezze. Château Olivier 2010 è uno dei nasi più svolazzanti, agrumati e meno “calcati” del parterre. Per questo non puoi non definirlo esotico. Non so se questi esotismi siano la sua cifra, ma quantomeno si lascia ben bere. Château Pape Clement 2010 infine è un simil supertuscan: concentrato, speziato, inchiostrato. Una dichiarata forza comunicativa. Eppure senti che al palato riesce a profilarsi, ben oltre la mole estrattiva. Insomma, va a vedere che c’è sinuosità. Al punto che nonostante il fardello del rovere riesce ad essere ficcante.

Dopo pranzo ripartenza verso il Médoc, con una scaletta fitta di appuntamenti presso vari château, i più esclusivi, quelli che non partecipano alle sessioni di degustazione “cumulative” della mattina. Quelli che per incontrarli devi prenotarli anzitempo, in certi casi con mesi di anticipo. Insomma, oggi pomeriggio avranno inizio, almeno per quanto mi riguarda, le gite scolastiche, che vi racconterò nella prossima puntata. Per adesso non ho che da ringraziare, una volta di più, i miei ciceroni Ernesto Gentili e Fabio Rizzari, senza i quali quegli appuntamenti sarebbero rimasti una chimera.  Senza i quali, alla meglio, le statistiche avrebbero registrato un pilota incerto in più annodarsi senza sosta lungo quell’anello d’asfalto ipnotico e infernale chiamato La Rocade.

Puntate precedenti: Premesse  (o conclusioni) ; Primo giorno: misto griglia

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