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Giuseppe Cortese, il Barbaresco che resiste

Ci sono vini nati per correre. E per arrivare lesti alla meta. Sono lampi fugaci, amplessi frettolosi, dei quali presto ti dimenticherai. Poi ci sono i passisti, che prendono bene il fiato e resistono a lungo, sfiancando alla distanza avversari sopra avversari. Magari non li noti subito, ma li ricorderai per sempre. Sono gli affetti rari.

Ci sono vini che segnano il tempo, e che le mode non scalfiscono. Vengono magari superati (persino dileggiati) sui tratti brevi, pianeggianti e senza buche: i tratti accomodati. Passate le mode, te li ritrovi sempre lì, a segnare il tempo con la solita innata fierezza. E il tempo, in ossequioso rispetto, li risparmia, preservandone una fisionomia incorrotta, ciò che riconosci e in compagnia della quale stai bene. Insomma, esistono vini fondisti dallo stile consolidato per nulla sfiorati dalle tendenze modaiole. Sono i vini “resistenti”, nel senso di partigiani. Io sto con loro.

Ecco, ricordare in una istruttiva verticale svoltasi in azienda le gesta enoiche più recenti di casa Cortese, su a Barbaresco, è un po’ come tuffarsi in un’atmosfera senza tempo, di quelle capaci però di tratteggiare in modo impagabile il carattere di un territorio e della sua gente. Di quelle che sanno raccontare storie, che poi sono storie “di resistenza”, di resistenza agli accomodamenti. Di fronte a noi l’aulica compostezza del Barbaresco che non deve chiedere mai, inflessibile e terragno, sottilmente evocativo, di granitica fierezza, che unisce temperamento e sottigliezze e traduce nel bicchiere, senza infingimenti, l’orgoglio legittimo di una appartenenza. Perché, a ben vedere, all’origine del tutto c’è un privilegio. E il privilegio da queste parti ha un nome: Rabajà.

Che poi, volendo fare le pulci (e volendo per un attimo darsi delle arie da “criticone”),  fa piacere apprezzare come da qualche stagione a questa parte il Barbaresco di Cortese  abbia assunto una impronta tannica meno maschia di un tempo e una percezione fruttata più suadente, tale da “allungarsi” per tutto lo sviluppo gustativo a disegnare sorsi più armoniosi e meno intransigenti. E come l’integrazione del rovere sia andata facendosi più compiuta. Tutto questo per sottolineare che tradizione (che a casa Cortese nascano vini-monumento della tradizione è cosa ovvia) non significa immobilismo. E tutto questo senza che sia andato perduto un grammo del temperamento e della proverbiale sobrietà di cui questi vini si vestono. Soltanto perfezionando il perfezionabile. Scavando più a fondo un’altra possibilità. Questo è il Barbaresco Rabajà di Giuseppe Cortese, oggi.

Per il Riserva Rabajà invece, le cui uve provengono da una parcella di oltre 50 anni di età, hai poco da imbrigliare. La monumentale profondità dei tannini, intrisi di una speciale sapidità e inspessiti dai lunghi affinamenti in botte e in bottiglia, mi fa tornare alla mente le parole-paradosso di Beppe “Citrico” Rinaldi, a proposito della sua idea di Barolo: “il Barolo non deve essere pronto mai”. Beh, assaggiare il Riserva Rabajà di Cortese mi ha richiamato quella cosa lì. Uno di quei fondisti di cui accennavo pocanzi. Uno che tu lo incontri, lo assapori, e scopri che per il tanto che ti ha dato ti ha dato sempre solo in parte ciò che potrebbe. Eppure riesce a farsi desiderare, e a spingerti verso la ricerca per bramare un reincontro. Uno che mannaggia a lui quanto ti incuriosisce! Lo ricercherai, eccome se lo ricercherai, consapevole che avrà ancora cose nuove da dirti, consapevole altresì che non sarà mai pronto. Ma non c’è da scoraggiarsi di una attesa quando di fronte a te hai un portatore sano di giovinezza.

Barbaresco Rabajà in verticale

Da 4 ettari di vigneto impiantati sui terreni limoso-sabbiosi del cru Rabajà, con esposizione sud sud ovest, a 300 metri slm. Primo imbottigliamento di casa Cortese 1971. Tempi di macerazione significativi. Botte grande.

Barbaresco Rabajà 1997

Naso sottile, profilato, di bacca selvatica e sottobosco, mandorle e spezie. Un rigore antico, una altezzosa franchezza, di poche concessioni e tanta concretezza. Non uno svolazzo, non una voce fuori dal coro. Dalla sua un portamento austero e una fisionomia stilizzata, finanche introversa. La freschezza del tannino è salvifica, e chiede ancora tempo.

Barbaresco Rabajà 1998

Qui i profumi sono intensi, e ti illudono. Bacca selvatica, frutta secca, cuoio e liquirizia. Ne intuisci la cupezza boschiva. Eppure ti attraggono. Non così al palato: l’asciuttezza del tratto gustativo mi fa propendere per una bottiglia poco fortunata.

Barbaresco Rabajà 2003

Aperto, concessivo, solare, generoso, l’annata particolare spalanca le porte al frutto, che ha riverberi persino agrumati (scorza d’arancio) e ti ringalluzzisce. Cremoso, vibrante, saporito, davvero un buon conseguimento estratto dal cappello di un millesimo caldo e insidioso.

Barbaresco Rabajà 2004

Dalla carnosa profondità dei suoi profumi emergono più netti i richiami fruttati, e il profilo aromatico accoglie, oltre alla scorza della terra, accenti più sensuali. Frutto rosso, ma anche gli immancabili umori di sottobosco e corteccia. Bocca melodiosa, di succo e precisione, implacabile nella progressione, flemmatica nel portamento, solida nella impalcatura tannica, che non ferisce ma accompagna.

Barbaresco Rabajà 2005

Anche qui hai il tratto sinuoso ed elegante di un giovane Rabajà, un filo più “stretto” e profilato rispetto al diffusivo 2004. Eppure non perde un briciolo del rigore “cortesiano”. Una sensazione acida puntuta tende a indurire il sorso, e nel contempo a donare contrasto e reattività. Tutta roba buona per il futuro.

Barbaresco Rabajà 2006

Un Rabajà ricco, avvolgente, carnoso, di generosa spinta alcolica, di un fruttato più pieno del solito, con un intrigante coté di erbe aromatiche da regalare. Un Rabajà ampio e sontuoso insomma, senza che ne risentano la flemma e l’integrità tannica, a marcare il passo di un vino centrato e futuribile.

Barbaresco Rabajà 2007

Il convitato di pietra della giornata. Sia pur assente dalla degustazione, non posso esimermi dal ricordarlo. Perché rappresenta uno degli approdi più felici degli ultimi tempi e uno dei conseguimenti più fulgidi per l’annata. Un vino di dettagli e temperamento, di profumi sfumati, librati e terragni, di sinceri ricami floreali. Un vino di contrasti, accelerazioni, freschezza e purezza. Un vino da godere.

Barbaresco Rabajà 2008

Aura classica, purezza cristallina. Buona timbrica fruttata e seducente melange di erbe aromatiche. Tatto setoso, nitido, elegante, nobile, struggente, profilato, ineccepibile. Mi sarà piaciuto?

Barbaresco Riserva Rabajà in verticale

Età del vigneto 55 anni. Stessi suoli del Rabajà “base”. Anima super tradizionale. Lunghissimi affinamenti in botte, altrettanto in bottiglia prima della commercializzazione.

Barbaresco Riserva Rabajà 1996

Evoluzione sul registro del sottobosco. Sono tabacco, menta e austerità. Severo, compunto, old style, di rocciosa mineralità, si dimostra tutto sommato poco incline al dialogo. Tannini incisivi, pragmatici, dai ritorni chinati.

Barbaresco Riserva Rabajà 1999

Austero e compassato, frutta secca, humus e liquirizia, tannino monumentale e incisivo, senza che assuma cadenze amare. Non fa una piega al tempo, fiero e sicuro di sé.

Barbaresco Riserva Rabajà 2001

Grande complessità aromatica: foglie secche, terra, ghianda, tabacco, pepe; bocca grintosa, continua nello sviluppo, un rivolo di dolcezza a stemperare gli accenti più duri, elettiva sapidità e finale in spolvero.

Barbaresco Riserva Rabajà 2004

Gran rigore, profondo e sottilmente sfumato, con un naso ancora in rodaggio: frutto rosso ma anche frutta secca, catrame, iodio, tabacco biondo. Tannico, saporito, sulfureo, di ricca essenzialità, è ravvivato da una spina sapida che punta dritta verso il futuro.

Si ringrazia Tiziana Cortese (insieme al fratello Piercarlo generazione nuova della genia dei Cortese da Barbaresco) per l’accoglienza e la gentile ospitalità di un giorno.

One Comment

  • gabriele ha detto:

    grazie fernando, mi hai davvero emozionato con questo racconto. sarà che sono un passista praticante…

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