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Pinot Nero d’Italia al Vinitaly. Partendo dalla Toscana…

Pinot Nero Fabio Pracchia

Pinot Nero Fabio PracchiaVERONA – Lo spunto per il Vinitaly quest’anno è arrivato da un invito toscano, una degustazione di Pinot Nero accomunati dall’essere figli delle valli appenniniche di questa regione, valli storicamente non così vocate per la produzione vinicola, tutte accomunate da un clima assai diverso da quello delle celebri aree chiantigiane o ilcinesi. Sei Pinot Nero prodotti da altrettanti viticoltori spinti da impulsi comuni, primo tra tutti il fascino di questo difficile vino/vitigno, ma senza quasi essere a conoscenza l’uno di quello che stava facendo l’altro. Una passione in comune che è sfociata nella recente costituzione di una associazione, nella presa di coscienza di non essere i soli pazzi a cercare la Borgogna tra le più selvatiche valli toscane, nel ripetuto scambio di esperienze, nel continuo confronto dei vari, e variegati, risultati ottenuti.

Lo stand di Toscana Promozione, al Vinitaly, ha ospitato uno dei loro incontri, questa volta di fronte a stampa e colleghi vignaioli, anche con l’intenzione di pubblicizzare l’associazione, che già conta una decina di aderenti (alcuni dei quali ancora in fase così sperimentale da non aver presentato il loro vino). A moderare la degustazione Fabio Pracchia, che ha introdotto l’argomento parlandoci delle caratteristiche peculiari delle valli toscane, a partire dal loro isolamento storico “che le differenzia dal tipico marchio di fabbrica dei borghi toscani da cartolina.” Un isolamento fatto anche di povertà e quindi di una agricoltura promiscua arrivata fino ai giorni nostri, cristallizzata a causa dallo svuotamento delle campagne più difficili a favore degli ambiti industriali, e ora riscoperta da vignaioli curiosi alla riscoperta delle radici contadine, ma anche attratti dall’innovazione e dalla sfida, attitudine questa che li ha portati a confrontarsi col vitigno scorbutico, quello che fa soffririre ma che può regalare grandi soddisfazioni. Ecco il fil rouge: la sfida, la curiosità, l’amore per la terra e la presenza in vigna, ché senza questa è ben difficile cavare qualcosa da un filare di pinot nero!

Pinot Nero Appennino ToscanoMa perché pinot nero ce lo spiega anche Vincenzo Tommasi, presidente dell’associazione e produttore (La Civettaia è la sua azienda) ancora in fase sperimentale per il pinot. Tommasi cita la guida ’63 del Touring, dove Sestini, dividendo l’Italia in zone omogenee, associava l’appennino toscano alla parte settentrionale della penisola. Una peculiarità climatica significativa che si ritrova anche nei vini, diversi tra loro ma accomunati dall’essere comunque più “nordici” degli altri pinot nero prodotti nell’Italia centrale, anche nella stessa Toscana al di fuori dall’appennino.

Passiamo quindi all’assaggio per verificare quanto ascoltato, e l’attacco è con il Pinot Nero 2009 de Il Lago. Podotto nel Mugello a 350 metri sul livello del mare (la quota maggiore della degustazione, con tutte le vigne comunque comprese in una fascia di 100-150 metri di altitudine), si presenta rubino chiaro come da tipologia e assai varietale nei profumi: farmaceutici di china, speziati di cannella, mediamente intensi. L’ingresso in bocca è fresco ma un po’ diluito, poi il vino risale su supporto alcolico e chiude amarognolo, con tannini fini e note terziarie.

Subito uno scarto stilistico col secondo Pinot Nero, il 2009 di Podere Còncori dalla Garfagnana. Qui il rubino è più vivo e  intenso mentre  i profumi richiamano alla mente ciliegia e rovo, fruttati e vegetali. All’assaggio si notano il corpo e l’alcolicità in un contesto un po’ crudo, note di pasticceria e una linea erbacea ad accompagnare l’assaggio fino a quel finale di bella tessitura tannica.

Torniamo in Mugello e cambiamo annata con il Ventisei 2008 de Il Rio, di Paolo ed Emanuela Cerrini. Il colore è chiaro, aranciato sull’unghia, e i profumi sono persistenti e composti, di frutta matura e fiori. Un vino di 14% alcolici che offre una bella soddisfazione gustativa per la sapida presenza e l’intensità aromatica. L’alcol lo rende un po’ più aggressivo dei vini precedenti, ma dà il suo contributo in pienezza e sostegno aromatico.

Andrea Ghigliazza e Sabina Ruffaldi di Casteldelpiano presentano il loro Melampo 2008, pinot nero di Lunigiana. Il colore rubino è mediamente intenso e un’unghia aranciata testimonia l’evoluzione in corso. Il naso, di china e vegetale, è decisamente varietale e di buona intensità. Precisa la consistenza aromatica al palato, che apre pulito e chiude soffice, amaricante, con note di lampone acerbo.

Con Andrea Brogi e il Podere Fortuna ci spostiamo di nuovo a sud, ancora nel Mugello, e scaliamo un altro anno. Il Fortuni 2007 ha colore aranciato e un naso ampio e persistente di frutta matura, china e minerali. La bocca offre un ampio spettro aromatico, intenso e lungamente godibile. Un vino di grade bevibilità e piacevolezza, anche nel finale dai tannini dolci.

Ultima tappa di nuovo in Garfagnana, col Pinot Nero 2007 di Macea, dei fratelli Antonio e Cipriano Barsanti. Torniamo a colori più intensi anche se non al rubino del vino di Podere Còoncori (di due anni più giovane). Un leggero viraggio del colore dimostra l’età, mentre i profumi, dalla timbrica “naturale” condita di leggera acescenza si differenziano decisamente dai vini finora assaggiati. Al gusto si ritrova la varietalità, su note un po’ rustiche e vegetali. Chiusura dominata dai tannini e dall’alcol.

Un panorama abbastanza variegato quindi, con Podere Fortuna, Casteldelpiano, Il Rio e Il Lago più vicini allo stilema borgognone, mentre i due vini garfagnini  mirano più alla vegetale freschezza dell’uva per risultare più tannici e meno maturi. A questa cesura si sovrappone naturalmente anche la profondità storica, che fa la differenza tra vini già stabilizzati nella loro qualità e altri ancora esperimenti in itinere.

Stimolati da questo interessante confronto non ci siamo però sentiti soddisfatti e con tutta la produzione vitivinicola italiana a disposizione nei paraggi è stato immediato pensare di allargare il campo e gettarsi sui riferimenti nordici, ma sempre italiani, dei nostri produttori toscani. Un salto in Alto Adige e uno in Val d’Aosta erano d’obbigo.

Si parte quindi col Barthenau Ris. Vigna Sant’Urbano 2008 di Hofstatter. Per anni etichetta di riferimento del pinot nero italiano, ultimamente appare irrigidito da un perfezionismo tecnico che non riusciamo a scalfire, o almeno che ci risulta insondabile negli assaggi di annata, quelli offerti al Vinitaly. Il colore del vino è un bel rubino limpido e chiaro, ma i profumi sono restii a raccontarci qualcosa. Vino pulito, alcolico, ancora muto.

Da Joseph Niedermayr assaggiamo il Pinot Nero Precios 2008 e il Riserva 2008. Il primo è ancora chiuso, incatenato negli aromi terziari. Bocca scorrevole, chiusura tostata. La Riserva fa anch’essa barrique ma la troviamo più aperta, specialmente nella bocca elegante e precisa, dal tannino finissimo.

Di Ansitz Pfitscher ci piace di più il Pinot Nero Matan 2008 del Pinot Nero Fuchsleiten 2009. Il primo possiede buona eleganza in una bocca acida, tesa e varietale, seppur non complessa. Il Fuchsleiten presenta una copertura legnosa, sia all’olfatto sia al gusto, che lo rende in questa fase poco decifrabile; dietro la coltre intravvediamo una bocca poco sapida, sfuggente.

Il Blauburgunder 2007 di Weber ha colore rubino mediamente intenso e un naso di macedonia di frutta. Di facile beva, è varietale e poco concentrato. Buoni i tannini.

Ci vuole il Blauburgunder Riserva 2008 di Stroblhof per risollevare questo Alto Adige che fin’ora non ci aveva particolarmente emozionato. Il rubino è chiaro e lucente, i profumi sono varietali, di china e incenso. Bocca di bella mineralità, lunga e cristallina nella definizione aromatica. Setosi i tannini. Ci piace meno il Pigeno 2009, più alcolico, dagli aromi di cenere e frutta matura. La bocca, ampia, manca ancora di complessità, anche se già si nota una bella risalita finale.

Buono anche il  Blauburgunder 2009 di Ignaz Niedrist. Decisamente alcolico (14,5%), offre spunti vinosi e un rubino chiaro acceso. Bocca piena e corposa, ancora poco sviluppate le note terziarie più tipiche del vitigno, ma piacevole nonostante il calore alcolico.

Per chiudere in bellezza ci spostiamo dagli stand atesini a quello di Heres, dove si possono assaggiare il Blauburgunder 2008 di Falkenstein e il Blauburgunder Mazzon 2008 di Bruno Gottardi.

Rubino virato al mattone il vino di Falkenstein, offre un suadente naso di lampone e speziature di buona persistenza. In bocca è lieve, lungo, in continua crescita. Chiude terziario, teso, asciutto, amaro.

Color mattone anche per il Pinot di Gottardi, che veramente sovrasta quanto assaggiato fin’ora. I profumi sono complessi, china, minerali, erba, intensi e penetranti. Al gusto si apprezzano l’ampiezza e il passo sicuro, le note di catrame e di sottobosco, la lunghezza infinita. Se vogliamo trovare un difetto, si nota un po’  l’alto tenore alcolico (14%), ma ecco, proprio per volerlo trovare!

Scarto veloce e eccoci in Val d’Aosta, dove partiamo col Pinot Nero 2009 de Les Cretes. Il colore è rubino vivo chiaro, e i profumi, pulitissimi, sono di ciliegia e screziati di rimandi vegetali. Vino persistente e leggero, molto invitante, al gusto è lieve e minerale, chiude con tannini di seta.

D&D presenta il Pinot Noir 2009, di colore rubino chiaro e dal naso espressivo e pulito. Stilisticamente molto simile al vino precedente, è un poco più avaro di sensazioni ma comunque assai piacevole.

Il Pinot Noir 2009 di Ottin si differenzia un poco dalla pulita bevibilità dei suoi colleghi valdostani. Qui il colore è un rubino già virato e i profumi sono suadenti, di lampone e fragola matura, a cui si associa la linea vegetale tipica del vitigno. Bocca ampia, molto piacevole. Il tannino a grana fine e il lungo finale minerale ne fanno uno dei migliori vini della giornata.

Chiudiamo la Val d’Aosta con Anselmet. Il suo Pinot Noir Vigna Tule 2009 ha colore rubino vivo e naso vinoso, di fiori e vegetali. Saporito e ampio al gusto, lo troviamo pieno e fragrante pur chiudendo un po’ rapidamente su tannini comunque piacevoli.

Dopo questa rapida carrellata è possibile ora tirare conclusioni? Non per fare il punto sul Pinot Nero in Italia, ma almeno tornare ai nostri toscani dopo il confronto con le regioni più vocate dello stivale? Un attimo, manca ancora una cosa da fare, cercare un Pinot Nero che sia toscano ma non appenninico. L’occasione ce la dà lo stand delle Tenute Ambrogio e Giovanni Folonari, dove cerchiamo il Cabreo Black 2007, quasi un gioco per la grande azienda che lo produce in poche bottiglie da vigneti storici a 450 metri di altezza a Panzano (in pieno Chianti Classico). Il colore è un rubino di media intensità, ma certamente tra i più intensi fra quelli visti oggi, e i profumi sono di frutta rossa, erba, minerali, non facilmente riconducibili a quanto assaggiato fin’ora. In bocca il vino è ampio, molto fruttato, offre corpo e chiude con un tannino che potremmo definire chiantigiano, non aggressivo ma certamente più in linea coi tipici rossi toscani che con i delicati Borgogna. Insomma, un vino piacevole e interessante, che ci insegna come il territorio dica la sua, specialmente su vitigni particolari come il pinot nero.

Quindi? Quindi dobbiamo ammetterlo, nella diversificazione delle espressioni offertaci dalla degustazione dei Pinor Nero dell’appennino toscano, sembra comunque potersi rintracciare una timbrica  comune, una tensione verso la rarefazione e la freschezza che accomuna questi vini alle etichette provenienti dalle regioni settentrionali del nostro paese. Vini più o meno centrati ovviamente, ma comunque già in grado di gareggiare alla pari con i più celebri e celebrati concorrenti italiani, e in qualche caso (ed è già successo)  raggiungere il podio in concorsi comparativi alla cieca.

Come detto, i sei campioni assaggiati non sono che l’avanguardia di un  movimento più ampio; altre cantine si stanno associando e presto saranno in grado di partorire i loro prodotti. Curiosi come sempre, attendiamo…

7 Comments

  • Luciano ha detto:

    Vitigno affascinante, difficile sia nella coltivazione che nella vinificazione, ma che quando riesce al meglio, dopo alcuni anni dalla sua “nascita” regala sensazioni ed emozioni uniche!
    L’articolo a mio avviso conferma questo…difficile trovarne grandi, ma gli appassionati non riescono a desistere nella continua ricerca!

  • PATRIZIA ha detto:

    Forse solo assaggiando il Pinot Nero Campo alle More di Sandro Gini ci si rende conto di dove è lui e di dove sono rimasti tutti gli altri. Senza offesa,,,

  • Fernando ha detto:

    Gentile Patrizia
    sì, assaggio con regolarità il PN di Gini, lo conosco assai bene così come conosco assai bene chi lo produce, già capace di sfornare bianchi emblematici e pure longevi. Anche se – lo sai – avere a che fare con questo nobile e scontroso vitigno non sempre significa approdare a risultati lusinghieri. In certe annate il PN di Gini è realmente un buon vino. Fra queste annovero la 2006 fra le migliori, mentre la 2007, ultima uscita, si attesta su un livello di minor complessità. C’ da confidare comunque, visto l’estro del vignaiolo in questione, in una continuità di risultati ancora migliore. Riguardo al raffronto con ciò che succede in Italia, devo dire che ad oggi trovo alcune espressioni altoatesine superiori: Gottardi e Stroblhof naturalmente, a cui voglio aggiungere Ferruccio Carlotto, in sicura ascesa. Lo stesso Ottin, pure citato nel pezzo da Luca, è una espressione molto affascinante di PN italiota. E, per andare via dalla pazza folla, a me non dispiace la fisionomia “obliqua” ma personalizzata del Pinot Nero che produce Flavio Basilicata nella sua Due Terre, su a Prepotto (Friuli).

    Ah, dimenticavo una new, visto che nel pezzo si parla dei pinoneristi appenninici toscani: proprio Alessandro Brogi, del podere Fortuna, ha sfornato una micro selezione di PN dalla vendemmia 2007 destinata a far parlare di sé. Peccato per i piccoli numeri (e per il prezzo tutto men che banale), ma se ne parlerà.

    salutoni

    fernando pardini

  • Leonardo ha detto:

    Concordo con Fernando sull’attuale migliore livello dei pinot nero altoatesini.
    I pinot neri toscani mi hanno lasciato quasi sempre abbastanza indifferente: se ne coglieva l’ottima fattura “tecnica” ma dimostravano una certa mancanza di personalità.
    Ricordo comunque con assoluto piacere le primissime uscite del pinot nero di Fortuna, anche se devo dire che negli ultimi anni, con il moltiplicarsi delle etichette e con le selezioni a prezzi esagerati, la qualità media di questi pinot nero mi pare diminuita e non al livello delle prime uscite del Fortuni.

    saluti
    Leonardo

  • Fernando Pardini ha detto:

    ……personalità che qualcuno in Toscana comincia ad avere con una certa regolarità. Il Piropo di Castello di Potentino, dal 2008 divenuto PN in purezza, è uno di questi…….

    fernando pardini

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