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Se è Mare Nostrum è di tutti, storia di una cooperativa

Cristian è figlio del Comandante, Paolo. Baffoni bianchi a rendere simpatico un faccione un po’ imbronciato, guardingo. Zuccotto di lana calcato sul testone, fisico robusto e un po’ tarchiato, sì, insomma, ben piantato al suolo. Sembra disegnato così per resistere ai venti, alla salsedine e ai marosi. In mare si direbbe ci sia nato e cresciuto.

Paolo e Cristian sono pescatori, con tutta l’aria di esserlo da sempre, da generazioni. Invece no, troppo facile. Nella brutta stagione quando il mare decide che sono più i giorni a terra che quelli in barca, Cristian fa le valigie e prende un aereo per l’altro capo del mondo. Non va mica in vacanza o a cercare il bel tempo. Va in giro per chiese. America specialmente, Chicago, San Francisco, Boston ma anche in Senegal. Basta siano nuove, appena innalzate al cielo, in previsione di nuovi credenti. Ovunque ci sia un’abside intonacata di fresco. Monta giganteschi mosaici su sterminate pareti emicircolari.

Il nonno, Antonio, più che pescatore era contadino, a Pietrasanta. E tutt’al più andava in bicicletta sino a Livorno a pescare le anguille nei fossi, prima che diventassero scoli di acqua marcia e ci si pescassero solo i Modì fatti col Black & Decker.

Paolo, il Comandante, di suo invece faceva il marmista che per un pietrasantino è quasi un destino. Capelli e polmoni imbiancati dalle polveri impalpabili di carbonato di calcio pensava al candido delle onde, al cloruro di sodio, al mare.
A pescare ci andava anche da giovane, ma di nascosto. Di nascosto soprattutto al terribile maresciallo Bebbu, un brav’uomo sardo capitato chissà come alla guardia di finanza di Viareggio. Per ogni Lupin c’è uno Zenigata e ogni Diabolik ha il suo Ginko, Paolo lui aveva il maresciallo Bebbu. Ed erano inseguimenti e agguati, sui mari, come in un romanzo di Salgari ma senza buoni e cattivi. Stimandosi in fondo perché ognuno faceva il suo. Battagliando però senza quartiere perché al primo fermo poteva anche chiudere un occhio. Te la cavavi col sequestro del pescato e al più con un caloroso lisciabusso. Ma la seconda volta però eran dolori. Per cui quando, giocatosi ormai il jolly, non aveva più saputo resistere al richiamo del mare, provò anche a tagliarsi i baffi per non farsi riconoscere. Perché senza i baffoni Paolo sembra davvero un altro. “Paolo io? No quando mai”.

Adesso è in mare da dieci anni e sembra che ci sia nato tra le onde, come i suoi pesci.

Quest’inverno Cristian ha comprato la barca nuova, il Delfino, 12 metri. È un peschereccio vero. Col verricello, il posto per le cassette e il ghiaccio e anche un cucinino perché capita di star fuori e il mare, ma soprattutto il mestiere, mette fame e sete.

A Viareggio una ventina di anni fa le piccole barche hanno cominciato a riunirsi in cooperative per resistere all’invasione della pesca industriale. Quella dello strascico selvaggio, distruttivo, che con catene gigantesche fresa i fondali, come un trattore un campo, distruggendo ogni cosa, scogli, poseidonia, ecosistemi interi.

La loro cooperativa, Mare Nostrum, esiste da 15 anni e oggi ha 24 soci e 20 imbarcazioni. Paolo, il comandante, è uno di quelli che ha cominciato, dall’inizio insieme a meno di una decina di barchette. Il loro modo di pescare per fortuna non è cambiato, piccola pesca sino alle 6 miglia, senza strascico. Che il mare lo sentono loro si capisce già dal nome. E ancora con più attenzione lo trattano, sapendo bene che invece è di tutti e anche che a tutto non può resistere. Per cui non si limitano solo a tirarci fuori i pesci, ma fanno pesca-didattica. Pescaturismo no, chiamarlo così non gli piace proprio.
La sera calano reti e nasse e al mattino le salpano insieme a chi esce in barca con loro. Poi è il pescato stesso che si racconta, le tecniche, l’impatto, le specie da pescare e quelle da salvaguardare. Una parte viene cucinata a bordo, innaffiata da qualche bottiglia gelata nel ghiaccio del pesce. E se il tempo è bello ci può scappare anche un tuffo a largo, nell’acqua blu, profonda, del Tirreno. Con un po’ di fortuna capita di incrociare bande di delfini o anche qualche grosso cetaceo ché tra Capraia, Corsica e costa ligure sono di casa.

Partenza comoda, alle 8, quella sì da turisti, da piazza don Sirio vicino ai ponti della darsena e alla chiesina del pescatore. I loro banchetti (dove il pesce lo vendono direttamente sul molo a un passo dalle barche) si incontrano tornando dal cuore del porto di Viareggio verso il ponte mobile e la capitaneria. Un sito internet non ce l’hanno ancora ma se non li trovate un telefono quello almeno ce l’hanno (368 403427).  Una giornata a bordo con loro, insegna innanzitutto il rispetto per il mare. Per i pesci, per le taglie e le stagioni.  E che c’è un pesce sostenibile, per l’ambiente e anche per il portafoglio, anzi che le due cose, quasi sempre vanno insieme.

Perché negli ultimi anni è diminuito sia il pesce tirato su con le reti che la vendita. Un po’ è l’allevamento a portare via tanto mercato. Non ci si lamenta di quello sostenibile e di qualità, ci mancherebbe, ma quando la grande distribuzione (come quegli enormi gigamercati appena dietro l’Aurelia a meno di 500 metri dal mare) ha le orate in offerta a 7 euro anche chi ha il mare a un passo finisce per cascarci. È una progressiva, desolante perdita di memoria e di cultura che fa preferire il pesce nobile allevato a ormoni, vitamine e antibiotici a quello selvatico, povero misconosciuto e buono!

Oggi, anche grazie a Paolo, Cristian e le altre barche della cooperativa, sta ricominciando ad aumentare la conoscenza delle specie non considerate. E per fortuna di quello che una volta si chiamava di terza categoria se ne vende di più. Razze, lecce (rondinini), sugarelli, pesce-fico, torpedini, aluzzi, salpe, lecce stella, occhiate e cheppie (alose) ma anche cefali, specie i testoni, quelli che ti fanno ricredere sui muggini.

La pesca che insegnano a chi decide di passare un giorno con loro è quella con reti da posta (calate a sera e salpate al mattino), ci prendono anche sparnocchie (mazzancolle) e il nasello.
Pescano anche a lampare per acciughe e sarde, o con le nasse che riprendono dopo tre giorni (pregando sempre che nessuno gliele porti via che sembra strano ma succede e non di rado) per seppie, polpi e totani. I gamberi invece sono stupidi assai. Si prendono calando a fondo fascine di olmo e alloro, dentro si fissa un mattone e magari qualche sarda, e quelli sciocchi ci si intrappolano dentro.

Usano anche i palangari che però è lavoro più lungo e faticoso. Lunghe lenze da 500 a 1500 ami calati a fondo tra gli 80 e i 120 metri innescati a totani, sarde e salacche. Si innescano in tre ore, sulla barca mentre si prende il mare verso il largo. E lì, se il tempo e la fortuna aiutano, son belle catture: grosse gallinelle, dentici, scorfani di fondo, occhioni, anche qualche spada. Che ripagano della fatica di salparle: 700 ami si tirano su in 10 ore! Per cui si tirano su in due giorni, dopo 24 e 48 ore dalla calata.

E poi anche qui specie squisite ma quasi ignorate dal mercato, sciabole, palamite, mostelle, lampughe, aguglie, tombarelli e pesci serra. La qualità è identica se non superiore ma poi sul banco la gente è diffidente e il peggio è che lo sono anche molti ristoratori. Così chili di pesce superbo vengono svenduti o tagliuzzati e venduti in minutaglia.

Vale la pena provare a pescare con loro. Per imparare a conoscerlo, il pesce. Conviene a chi pesca ma soprattutto a chi mangia. Basta non chiamarlo pescaturismo.

One Comment

  • diego ha detto:

    ciao!
    sarebbe bella una tre giorni di pesce “dimenticato” ,cuochi “semplificatori” e piccoli produttori di vino, magari in un posto consono,non troppo “pottino”… già, dove? boh,ci possiamo pensare

    Saluti!

    Diego

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