Harmoge 2009 – Prima Terra

Di • 24 Ago 2011 • Rubrica: diVini, L'appunto al vino Un commento
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Sottozona/Cru: Villa Pratola a Ponzano Magra; Zuncone di Manarola – La Spezia (SP)

Vitigni: vermentino; bosco e albarola

Data assaggio: agosto 2011

Il Commento:

Il giallo è oro acceso, luminoso, brillante. L’ombra opaca non ne attenua la forza. Il naso è cangiante, intenso ma non prim’attore come potrebbe sembrare. Vive di mezze tinte e riesce a veicolare la vena macerativa in qualche cosa di compiuto, di realizzato, di apprezzabile. Non per questo di scontato: umori di ginestra, uva spina, fiore d’acacia, cannella e pietra focaia aprono ad un gusto coerente, arioso, scorrevole, ampio, carnoso, senza appesantimenti, senza strascichi. Sono una profonda mineralità, e una profonda complessità tattile, ad instradare un sorso che non si arresta alle evidenze ma scava oltre, trovando pertugi ricchi di sale ed umori più caldi di frutto maturo.

Da una agricoltura dal sapore antico, che fonde etnologia, amore per la terra e ricerca sul campo, un vino spiazzante e amico al tempo stesso. Non per il prezzo magari, ché ci vorranno 30 euro, ma per l’ancestrale sua personalità, “obliqua” quanto basta da sembrarti innata.

La Chiosa:

Ci potremmo accontentare di pensare a Prima Terra come a una idealità, o meglio, ad una scommessa coltural/culturale. E come tale accettarne le conseguenze. Ad esempio l’umoralità di una produzione, con l’ingenuità, l’esagerazione, la spinta in avanti che sole appartengono ad una reale scommessa. Una produzione quanto mai dialettica peraltro, con il piglio artigianale nel suo Dna, capace di incuriosire e di far discutere. Una produzione a volte molto riuscita, altre meno. Certo il progetto ha teste pensanti alla base.

In primis Walter De Batté, l’anima inquieta delle Cinque Terre, il vignaiolo-etnologo che ha fatto suo il paradigma “buccia è territorio”, da cui la pratica della macerazione sulle bucce per i vini bianchi. Ma il progetto asseconda soprattutto la volontà di tre amici (De Batté, Canesi, Donati) a far sopravvivere una viticoltura difficile, affascinante, in odor di dimenticanza, che trova sui pendii scoscesi e terrazzati delle Cinque Terre di Riomaggiore e nella conca calda della Val di Magra i territori d’elezione per un tentativo di riscossa, di riconoscimento, quasi di affrancamento da un ingiustificato oblìo. Bene. Harmoge vuole rappresentare l’unione e la sintesi dei due terroir: vermentino da Ponzano Magra (terra di fiume, argille e limo), bosco e albarola da Manarola (alta sul mare, di scisti e sabbie).

Stilisticamente ci si muove su crinali impervi, e come tali, capaci di approdi tanto inusuali quanto individui, quando le cose marciano nel modo in cui devono marciare. Mi spiego meglio: si fa un bel parlare della macerazione sulle bucce per i vini bianchi. Da molto tempo, direi fin dagli esordi, ho avuto l’opportunità di seguirne gli sviluppi fatti vino grazie alla frequentazione assidua friulana (la madrepatria per la riscoperta di queste pratiche, se pensiamo alle primogeniture di Josko Gravner e degli altri alfieri d’Oslavia) e agli assaggi ripetuti del meglio (e del peggio) della categoria da nord a sud della penisola. Siamo arrivati a un punto di svolta, ad una necessaria presa di coscienza, ciò che la consapevolezza, l’esperienza maturata e i risultati ottenuti mettono oramai sul piatto: ogni metodo o pratica enologica ( che sia consentito vaddassè) ha la sua più o meno giustificabile ragion d’essere. Ma ogni pratica enologica deve restare per l’appunto un mezzo, al fine di traghettare il vino verso approdi chiari, assistiti dalla completezza e, possibilmente, dalla gradevolezza.

“Sentire” in un vino solo l’effetto macerativo, senza riconoscervi né uve né territorio, schiacciare profumi su un registro troppo ossidativo, creare presupposti per un bianco rusticamente tannico, è un lavoro a metà, incompleto, monco. O forse incompletabile, chissà ( ché il terroir eccome se la dice, la sua!). Questa pratica, come le altre (mi viene in mente il vituperato affinamento in botte piccola),  non deve obnubilare un carattere, non deve mischiare e confondere trame. Non deve omologare, deve illuminare. Quando illumina (e in certi casi ci si riesce eccome), beh, quella luce ha colori tutti nuovi, che smuovono istinto e non cerebralità. Allora riesci a vedere oltre. Allora il tutto assume un senso. Ecco, da una piccola enclave capace di una bellezza paesaggistica potente e ispiratrice, la proverbiale cocciutaggine ligure appare qui al servizio di una esperienza nuova, coraggiosa, fatta di luci ed ombre, ma necessaria come l’acqua per smuovere sedimenti. Se non altro, per andare oltre.

La foto di Walter De Batté è stata tratta da sito amico Lavinium.

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