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Saremo pane

di Aurora Tosi

Il bianco del marmo lo aveva accecato. Ora la linea dell’orizzonte era un confuso risplendere di pacato azzurro e la Capraia una nebbia sottile nel bel mezzo della nitidezza del cielo. Sulla cima giungeva una pungente brezza di mare che, birichina, solleticava le sue guance rosse di sole e di stanchezza. Era mezzogiorno ed Ettore era salito in cima alla vetta del Corchia per pranzare. Da solo aveva scalato quelle poche centinaia di metri che separavano le cave dal cielo e ora in silenzio consumava il suo pranzo, cercando di ascoltare i suoni che provenivano dalla valle. A pochi metri da lui neri corvi gracchianti si inseguivano sbattendo goffi le ali lucenti. Lontano, ai piedi del monte, i paesi erano formicai brulicanti di una vita distante e tranquilla, abitudinaria.

Ettore diresse più volte lo sguardo al paese di Levigliani, con tanta attenzione come se dovesse decifrare un qualche segnale proveniente da quella direzione. Meditabondo, addentò un grosso morso di pane bianco e morbido. La polvere della farina rimaneva attaccata alle mani. Stese la palma destra verso il cielo, poi quella sinistra e rimase stupefatto. Non era neppure un anno che lavorava in cava e già le sue mani si erano fatte ruvide e callose come quelle di Beppe, che era lì da trent’anni. Pensò a Livia e alle sue palme bianche e lisce, alle sue guance rosee. Guardò nuovamente verso la valle, poi riprese a staccare piccoli morsi dal grosso pane fragrante. Mentre masticava sentì la voce cantilenante della moglie che sorridendo cantava una melodia dolce e mesta; sulla spianata di marmo le sue mani si immersero nella montagnola di farina e di levame, dove cadde dapprima una nevicata di sale, poi una lenta pioggia calda d’estate. Mentre ella cantava, come se il canto guidasse le mani nel dar vita a una nuova creatura, la primordiale argilla prendeva forma e una pagnotta tonda e paffuta si scaldava al fuoco del forno odoroso di castagno e pino. Il grembiale in vita, le mani impastate e soddisfatte, il viso accaldato e un fazzoletto a tenerle i capelli, presso il forno ancora cantava. Sotto la veste portava orgogliosa il proprio bambino. Com’era bella! Non era mai stata bella come allora!

Livia era sempre stata una ragazza molto carina, occhi grandi e sinceri, capelli castani stretti in una lunga treccia ondeggiante, denti bianchissimi, passo fermo eppure aggraziato. Quando Ettore la spiava al lavatoio, mentre conversava con le amiche, aveva sempre pensato che fosse lei la più bella, ma da quando era incinta era diventata stupenda. Ettore era fiero della sua splendida moglie! Il profumo di quel pane gli ricordava il suo sorriso e lo pervadeva la certezza che ella avesse preparato quel pranzo con tutto il suo amore. Trangugiò un altro bel pezzo di pane e una fetta di lardo bianchissimo, appena venato di rosa, annaffiando il tutto con un sorso generoso dal fiasco rotondo e panciuto. Ora sorrideva anche Ettore; quella povera mensa condivisa con il vento e con la terra, lo aveva riconciliato con se stesso e con il mondo.

Sentì schiamazzi dabbasso; era l’ora di riprendere il lavoro. Ripose una parte del pane nel fazzoletto a quadri in cui Livia l’aveva avvolto, pensando che sarebbe potuto tornare utile alla sera, sulla via del ritorno, caso mai lo avesse preso la fame. Nel piazzale di cava ognuno tornava alle proprie mansioni, i visi accaldati e accigliati degli uomini conferivano serietà e tristezza al biancore del marmo freddo e ingeneroso. C’era da effettuare una varata e gli uomini stavano esaminando i punti in cui posizionare le mine. Mentre Ettore partecipava ai preparativi pensava alla vecchia montagna a cui a poco a poco staccavano il cuore nella loro ricerca di nuovi filoni di marmo lucente, nel tentativo di guadagnarsi da vivere giorno dopo giorno. Egli era partecipe del dolore del monte, la cui grandezza non poteva opporsi al loro crudele lavorio, insignificanti formiche sulla carcassa ormai informe di una maestosa aquila.

Improvvisamente lo attraversò il pensiero che anche i cavatori erano come i granelli di farina di quel pane bianco di Livia, il candido marmo il loro lievito per poter diventare pane. Sentì il calore del sole come un fuoco in cui cuocere lentamente e dorarsi e rendersi croccanti e farsi nutrimento per le labbra rosse e i denti candidi dei loro figli. Le briciole alla terra, un indissolubile destino con la montagna rabbiosa eppure impotente. Posizionarono le mine. La buccina risuonò nell’aria, vibrante. La montagna barcollò sotto di loro e un boato squarciò il silenzio, propagandosi per la vallata ai loro piedi. Si alzò un’enorme colonna di fumo biancastro e un coro stonato di tossi e brontolii. Livia una volta, al suo rientro da una giornata in cava, gli aveva confessato di come ella ogni volta che udiva il rimbombare cupo di una mina si stringesse forte le mani al petto e, fremendo, rimanesse in silenziosa dolente attesa per interminabili istanti, nel terrore che il malinconico richiamo della buccina suonasse ancora, stavolta per annunciare morte. Quel giorno dovette fremere più del solito, perché appena la nuvola di polvere si fu innalzata verso il cielo, liberando la visuale, Ettore scorse un piccolo gruppo di compagni accorrere sul piazzale, gridando qualcosa con agitazione. La buccina innalzò nuovamente il suo lugubre lamento e tutti si ritrovarono sul piazzale di cava a guardarsi sgomenti, i grigi cappellacci polverosi in mano, muti. Mario annunciava sventura. Uno degli uomini che stavano portando a valle, lungo la via di lizza, un blocco estratto in mattinata, era svenuto a causa della stanchezza e del sole accecante, lasciando la presa sui cavi che tenevano il masso. Il blocco era partito, travolgendo Nino, che allora si trovava davanti a posizionare i pali su cui far scivolare il blocco. Dal gruppo avanzò Aldo, imprecando contro quello stramaledetto lavoro che li stava uccidendo tutti. Altri gridarono, un fermento attraversò le file dei cavatori, una rabbia accompagnata da una violenta sete di ribellione. Antonio sbraitò che lassù era meglio non rimetter più piede.

In quel trambusto si udì debole la voce di Ettore che cercava di intervenire. Pensava a Livia e al bambino: se abbandonava la cava come avrebbe potuto mandare avanti la sua già povera famiglia? Certo non voleva che Livia lavorasse, non nelle sue condizioni; e lui quando avrebbe potuto trovare una nuova occupazione? Il suo cuore era pieno di tristezza per il volto un tempo allegro di Nino, ormai pallido e muto come quella pietra crudele che li circondava, ma alla fine si convinse che l’unica possibilità era di continuare a sfidare la montagna. Parlò così e i compagni, sordi ad ogni ragione, lo guardarono furenti, pronti a scagliarsi contro di lui, in cui avevano intravisto il capro espiatorio. Solo Mario riuscì a placare quegli uomini provati e violenti. Quale sarebbe stato il destino delle loro donne se essi si fossero sottratti al loro dovere di capofamiglia? La fame dei figli si poteva saziare solo con quel candido pane impastato nella montagna. Il legame con il l monte era eterno, solo lì avevano una speranza di sopravvivere. In fila, in un lugubre corteo doloroso, portarono il corpo del povero Nino sulle spalle, fino al paese, taciturni e scuri sotto i folti sopraccigli. Chi avrebbe avuto il coraggio di bussare alla porta della casa dove la moglie, cullando i figli insonni, attendeva il marito?

Quando giunsero a Levigliani era notte e le vie erano silenziose. C’era la luna nuova che faceva capolino da dietro la Pania. Ettore aprì lentamente la vecchia porta di castagno, che cigolò rivelatrice sui cardini. In cucina, il capo reclinato di lato sul petto, c’era Livia che dormiva, tra le mani un fazzoletto umido di lacrime. Aveva atteso il suo ritorno, ma il sonno infine l’aveva vinta. Sulla mensola la candela si era consumata. Nella cucina c’era un buon odore; sul tavolo, sotto un panno a quadri una pagnotta ancora tiepida aspettava soltanto di essere addentata.

Immagini: L’isola di Capraia (www.borghitoscani.com), Levigliani e il Corchia (digilander.libero.it/sergiocecchi), blocchi di marmo (www.barsimarmi.com)

4 Comments

  • Francesco Parasole ha detto:

    Ha veramente un bel sapore epico, questo delizioso racconto tragico. E so bene che “delizioso” stride e confligge nell’accostamento a “tragico”. E’ la nostra epica apuana, un’epica che è solo memoria ormai che si fa tradizione. Non è poco. Non è poco che si tramandi di generazione in generazione quel gusto così salato, fatto di sangue, lucore e farina, di “quel” pane. Toccante la metafora marmo/pane che ulteriormente si trasforma nell’intuizione del titolo. Non è poco che una “vecchia” storia si rinnovi così bene (rapida intensa e lieve) nel racconto di Aurora, che veramente dimostra così d’essere “dalle dita di rosa, figlia del mattino”…A lei si addicono le parole di Erri de Luca: <E’ bello vedere qualcuno che dondola davanti a una parete come una canna, al vento dei propri antenati >. Ora, poiché la Soria (quella con la maiuscola) coltiva delle strane lacune…e con opportunismo cinico si modifica… sarà bene che ancora si racconti del sibilo lungo della buccina sul ghiaione accecante degli ormai deserti ravaneti.

  • Aurora ha detto:

    Grazie davvero per queste bellissime osservazioni. Sono lieta di essere considerata all’altezza dei versi di Omero e delle parole di Erri de Luca, anche se non ritengo di meritarmi tanto.

  • alfonso ha detto:

    Francesco, ma ti trovo pure qui !?!?

    tutti gli altri perdonino

    alfonso

  • Francesco Parasole ha detto:

    Ebbene sì!

    Francesco

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