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Chianti Classico Focus. Nomi e cognomi: Lamole (e dintorni)

Ma chi l’ha detto che non c’è? Così, se nel pezzullo d’esordio (leggi qui) si accennava allo spirito collaborativo della compagine produttiva grevigiana, a parlare di Lamole di quello spirito se ne coglierà forse l’effettiva portata. Non solo dunque una condivisione di idealità, quanto piuttosto una fisionomia stilistica diffusa e consolidata, tanto da lasciar emergere con nettezza le caratteristiche dei vini qui prodotti. Insomma, senza troppi giri di parole, e assumendosi ben bene le proprie responsabilità di “visione critica”, la piccola e appartata Lamole getta una luce speciale sulla produzione chiantigiana, una produzione che dio solo sa quanto avrebbe bisogno di essere illuminata così.

Sapete quando dei vini riesci a non celarne l’anima? Quando non hai timore di mostrarne le nudità? Non è un caso se la stragrande maggioranza dei vignaioli lamolesi (che per la verità si contano sulle dita delle mani) abbia scelto gesti e modi “tradizionali” per focalizzarne al meglio la fisionomia. Affinché le doti di eleganza, “candore” e freschezza di cui gli alti terrazzamenti di Lamole sanno farsi culla preziosa non andassero disperse in una confezione enologica troppo ostentativa. E’ da queste parti che nascono oggi vini melodiosi, accattivanti, puri, che fanno della snellezza, delle ricamate sottigliezze aromatiche, della succosa dolcezza tannica e della ficcante spina acida le armi pacifiche della loro identità. Indipendentemente dal tasso di complessità. Anzi, si deve proprio a quel “gusto spogliato”, a quel disincanto finto-semplice, a quella genuina schiettezza la capacità di tradurne efficacemente l’innata vocazione gastronomica. Sta lì, in quel mirabile intreccio fra dolcezza di frutto, mineralità e sapidità, la chiave di volta organolettica. Nei casi migliori, a regalare un senso di autenticità non comune, e a rivelare una delle anime più eleganti e “riflessive” del Sangiovese chiantigiano.

E’ vero, questa terra non è a caso: su una terrazza naturale che domina la vallata del fiume Greve, proprio dirimpetto a Panzano, Lamole significa rocce di arenaria e sabbie di sfaldamento della roccia madre, in particolare galestro. Significa grande presenza di scheletro (sassi e ancora sassi) e un nulla d’argilla. E poi bassa piovosità, circostanza alla quale sopperiscono le altimetrie significative (uhei, si arriva sopra ai 600 metri qui!) e le esposizioni, come a dire: temperature fra le più fresche del comprensorio e provvidenziali arieggiamenti.

Così, il mitico sangiovese “grosso” di Lamole (da cui il clone R10) va ispirando propositi “pacificamente bellicosi” nelle coscienze contadine delle generazioni nuove, di coloro cioè – spesso e volentieri gente “autoctona”- che hanno creduto e ancora credono a una idea di Chianti Classico personalizzata, da vestire come solo la terra saprebbe vestirla. In tal senso, potremmo dire che da qualche stagione Lamole è diventata una piccola fucina di buoni “sarti”!

Ah, nella breve disamina dei protagonisti che seguirà ho inteso associare a Lamole i “dintorni”: per esempio “la strada che porta a Lamole”, caratterizzata da condizioni pedoclimatiche un po’ diverse e da un paio di cantine significative, e poi Ruffoli. Perché nel caso di Ruffoli vi sono evidenti affinità sia dal punto di vista geografico che pedoclimatico, ciò che rende potenzialmente assimilabili certi tratti stilistici nei vini. Una enclave, quella di Ruffoli, di struggente bellezza paesaggistica, con altimetrie importanti da mettere sul piatto dei ragionamenti e con un paio di celebri realtà a propiziarne la meritata nomea.

SAVIGNOLA PAOLINA

Savignola Paolina, nella mente mia, ha un nome e un volto. Il nome è un punto fermo nella memoria: Paolina Fabbri. Il volto per la verità tende a confondersi nei ricordi un poco appannati della mia prima gioventù enoica, appresso a mio padre lungo le strade di Greve, a spiluccare i primi Chianti e a partecipare puntualmente alla grande festa del vino che animava ogni settembre la piazza a mercatale del paese, quando a scendere in campo c’era tutto il Chianti, ma proprio tutto, produttori inclusi.

Tanti anni son passati. Diciamo più di trenta. Paolina, donna del vino ante litteram, a quei tempi là era già anziana eppure sempre in prima linea dietro al suo banco d’assaggio. Dai primi poggi vitati di Via Petriolo, la strada che salendo porta a Lamole, quella donna si era fatta artefice di vini superbi, che ben si staccavano dalla massa. Luigi Veronelli lo aveva compreso fra i primi, come al solito, e così li cantò.

Storia antica quella dei Fabbri, cognome peraltro assai diffuso in quel di Lamole. Adesso è la nipote Ludovica, coadiuvata dal marito, a condurre l’azienda, ciò che ha portato al rinnovamento della cantina e alla attualizzazione dei processi produttivi. E i vini, elaborati secondo tecniche calibratamente moderne grazie all’ausilio di un enologo di vaglia come Lorenzo Landi, se forse non vibrano più come un tempo non tradiscono di certo il mandato territoriale affidatogli: distanti dalle più “sottili sottigliezze” tipiche dei vini provenienti dalle zone più alte (più classiche) di Lamole, sono caratterizzati da una bella dolcezza di frutto. Restiamo solo in attesa di ritrovarne l’auspicata profondità, ciò che per adesso manca al Chianti Classico 2009 (ma che precisione, che gradevolezza!), al Riserva 2008 (segnato da una sensazione vegetale un po’ insistita) o al Granaio 2009, piuttosto selvatico e irruente. Ma è soprattutto nei Chianti Classico annata che la proverbiale timbrica fruttata (“rotonda”, dolce e suadente), tanto cara a queste sponde, lascia chiara traccia di sé.

VIGNAMAGGIO

Da una delle cantine più “in vista” dell’area grevigiana, da oltre vent’anni di proprietà dell’avvocato Gianni Nunziante, grazie anche ad una produzione, per l’appunto, visibile (oltre 200.000 bottiglie annue da circa 50 ettari di vigneto), ecco qua vini tecnicamente irreprensibili e degnamente prodighi di vibrazioni territoriali. Ciò che si estrinseca con apprezzabile continuità già a partire dalla linea “base”, nella quale spiccano il Chianti Classico Terre di Prenzano, le cui uve provengono da un singolo vigneto capace di apportare ai vini un particolare candore fruttato (lamponi e fragoline di bosco ne sono i tipici marker), e il simpatico Morino, un sangiovese gioviale e poco estrattivo  – ma dal prezzo appetitoso – a cui è difficile resistere (perlomeno per quanto mi riguarda).

Sul fronte dei cru, sempre polposo ma mai fuori dalle righe, con un potenziale di eleganza in grado di raggiungere traguardi significativi (l’annata 2006 in tal senso insegna), è il Chianti Classico Riserva Monna Lisa, l’etichetta dedicata a “Monna Lisa” Gherardini, rampolla della nobile casata fiorentina alla quale appartenne la tenuta fino al 14oo (o giù di lì) e probabile volto dallo sguardo emblematico dipinto da un certo Leonardo da Vinci nella sua Gioconda.

Per chiudere in fantasia, diciamo che sensualità, fascino ed eleganza sono le doti fondanti di Vignamaggio, inteso come vino. Uno dei più fini rappresentanti della categoria dei Supertuscan (eccellente nelle versioni 2001, 2006, 2007; più che buono nel 2004 e 2008), le cui uve cabernet franc provengono da un vecchio vigneto di oltre 40 anni. Sulle rotte del vino fruttato, morbido e voluttuoso si muove invece il “compiacente” e meno originale Wine Obsession.

PODERE CASTELLINUZZA

Saliamo ancora di quota (altimetrica). Ci troviamo adesso nell’areale lamolese classico, già in odor di “montagna”. A Castellinuzza per la precisione, nel piccolo regno di Paolo Coccia. Tre ettari di vigna e la precisa volontà di lavorare “in sottrazione” per assecondare snellezza e profumi. E’ qui che nascono vini naturali, sottili, emblematici di uno stile e di un territorio. Che abbisognano magari di stagioni propizie alla maturazione lenta e graduale del sangiovese, ma che negli anni buoni possono regalare sensazioni di struggente finezza. Rigorosamente affinati in vasche di cemento, i Chianti Classico della casa affidano le loro sorti alla schiettezza, alla sinuosa dolcezza fruttata (che una volta “incontrata” non puoi non riconoscere come “lamolese”), al rigore espressivo e alla incantata scia aromatica, “librata” e sfumatissima. Nell’ambito di una proposta affidabile dal piglio orgogliosamente artigianale, si stacca il magnifico Chianti Classico 2009, uno degli esempi più alti della vitivinicoltura lamolese contemporanea.

CASTELLINUZZA E PIUCA

Ci spostiamo di poco. O nulla, se stai ai nomi: di Coccia infatti sempre parliamo. Qui è Giuliano, fratello di Paolo (vedi Podere Castellinuzza) a condurre le danze, in una proprietà che conta 2 ettari di vigneti terrazzati, disposti ad altimetrie importanti su terreni assimilabili a quelli del fratello, casomai caratterizzati da esposizioni differenti. Sangiovese e canaiolo sono le “voci” fondanti, acciaio e cemento gli strumenti di una enologia quanto mai essenziale e pulita. Ciò che si traduce in un Chianti Classico stilizzato, profumato, soave, “scarnificato” se vuoi, ma dalla beva “contagiosa”, tanto da richiamare a più riprese i Chianti senza fronzoli della mia gioventù, che non disdegnavano l’impiego di uve a bacca bianca. E se ancora non si raggiungono la profondità e la complessità delle etichette più importanti, di fronte a una così brillante esemplificazione di tipicità ti accorgi di non sentirne poi tanto la mancanza.

I FABBRI

Con una cura e una dedizione encomiabili, le sorelle Susanna e Maddalena Grassi hanno deciso di fare sul serio a partire dal 2000. Lo hanno fatto recuperando al degrado gli storici terrazzamenti secolari, magnificamente esposti a sud sud est, reimpiantando vitigni radicati ed esplorando con dovizia di particolari le potenzialità delle arenarie di Lamole, su cui poggiano oggi 9 ettari di vigna specializzata ad altitudini importanti. La produzione, articolata su una serie di etichette molto riconoscibili nello stile, offre una “timbrica territoriale” netta, fatta di colori tenui, corpi medi e ricamate suggestioni floreali. Con una fragranza fruttata, e una purezza nel tratto, incontestabili.

Di questi vini leggeri e “danzanti” i degustatori distratti potrebbero non coglierne le intimità, non respirarne cioè l’impagabile senso di autenticità che da essi traspare, fondato su vibrazioni sottili, non su urla. Invece, per chi non fosse interessato a vini densi, polposi e avvolgenti, beh, dai Fabbri avrà di che divertirsi. E se il Chianti Classico Riserva 2007 resta ad oggi un traguardo ineguagliato per finezza e compiutezza, tutte le etichette della casa (Olinto, Terra di Lamole, Lamole) dichiarano senza infingimenti la loro appartenenza, rinfrancate da una istintiva bevibilità e offerte peraltro a prezzi competitivi.

LAMOLE DI LAMOLE (PILE E LAMOLE)

Scrissi di già su Campolungo, ai tempi del nuovo scasso che avrebbe portato a un leggero ampliamento dello storico vigneto. Scrissi di già sulle potenzialità del Riserva omonimo, che da Pile e Lamole, azienda agricola di proprietà del gruppo Santa Margherita, sono state ben raccontate in tante ispirate vendemmie (leggi qui). E se i 50 ettari messi a dimora ci parlano oggi di una realtà dal volume di fuoco non indifferente, dobbiamo anche dire che qui si è sempre usata una “mano delicata” in fase di elaborazione, cercando di fondere la naturale sobrietà dei vini della zona in etichette nelle quali perizia tecnica e caratterizzazione trovassero dei ragionevoli punti di incontro.

Oggi il Chianti Classico Lamole di Lamole è un affidabile compagno della tavola, sempre gioviale nei “modi”, semplice semmai, ma molto piacevole da bersi. E fra le Riserve della casa spicca ovviamente il Chianti Classico Riserva Vigneto di Campolungo (eccellente nella versione 2007), dal portamento aristocratico, dai toni finanche austeri e dalla particolare filigrana tannica. Fa piacere comunque constatare come in un contesto ambientale così particolare, oltre che evocativo, la volontà interpretativa di una azienda di tal fatta abbia da sempre inteso assecondare, nei vini, le ragioni del territorio, senza imporre troppe forzature o deviare le rotte verso inopportune banalizzazioni.

FATTORIA DI LAMOLE di PAOLO SOCCI

E arriviamo alle Stinche. Nel cuore di Lamole. Per parlare di una delle famiglie che maggiormente hanno contribuito alla riscoperta e alla valorizzazione del territorio. Al fine di salvaguardarne una specificità multiforme: stilistica sicuramente, ma anche ambientale e culturale. Ciò che fa oggi di Lamole una piccola enclave dove finalmente contano più i fatti (i vini) che le parole.

Paolo Socci conduce sedici ettari di vigna distribuiti in tanti microappezzamenti, caratterizzati da diversi sistemi di allevamento (fra cui il raro alberello) e da diverse età d’impianto (non manca il piede franco), posti peraltro ad altitudini comprese fra i 500 e i 680 metri(!). Ha ricostituito con pazienza certosina gli storici terrazzamenti e va producendo vini di limpida matrice chiantigiana, dotati di un equilibrio e di una freschezza gustativa da non lasciare indifferenti.

Fra questi c’è il Chianti Classico Vigneto Antico Grospoli, tirato ahinoi in (troppo) poche bottiglie ma autentico cavallo di razza lamolese: l’intreccio di frutto, mineralità e salinità rende avvincente l’amalgama del nuovo 2008, consegnandolo agli annali dei grandi vini di territorio. Un conseguimento di rara bontà, la cui conoscenza si fa ineludibile. Per capire un po’ di più, per andare più a fondo. Senza necessità di spendere -come mi ostino a fare sempre io- troppe parole.

Altre cantine del territorio: Le Masse di Lamole, Castelli del Grevepesa, La Doccia.

I DINTORNI: RUFFOLI

QUERCIABELLA

Gli oltre 70 ettari distribuiti su diversi distretti vitivinicoli (non solo Ruffoli quindi, ma anche Panzano, Radda, Gaiole), senza considerare gli investimenti effettuati in terra di Maremma, annunciano una realtà dai “grandi numeri”. Eppure, l’azienda della famiglia Castiglioni fin dagli esordi (1988) si è distinta per una produzione super curata, ambiziosa, di nicchia, perseguita con scrupolo artigianale da uno staff tecnico preparato (Dales D’alessandro in campagna, Guido De Santi in cantina) e “corroborata” da scelte agronomiche consapevoli, che hanno accolto i dettami dell’agricoltura biologica prima e della biodinamica poi, a partire dal 2000.

Lungo tutto questo arco di tempo, come per ogni realtà dinamica (e non solo “bio”dinamica) che dir si voglia, ci sono stati momenti di slancio, altri di consolidamento ed assestamento, poi gli inevitabili aggiustamenti e infine ancora le ripartenze. Con una costante: i vini provenienti dai vigneti di Ruffoli hanno sempre compreso, principalmente, uve non radicate nella loro palette costitutiva. Così è nel celebre Batàr (che un tempo si chiamava Batàr Pinot), blend di chardonnay e pinot bianco che spianò la strada del successo a Querciabella e fece sognare più di una volta la Borgogna, soprattutto con le sue prime uscite. Così è nel Camartina, raffinata unione di cabernet sauvignon e sangiovese, con netta preminenza del primo, che ha trovato nei poggi di arenaria e sabbie di Ruffoli le concause di una superiore esigenza di finezza, preferita da sempre alla presenza scenica e all’impatto materico.

Le ristrutturazioni agronomiche e cantiniere più recenti hanno portato, dopo una momentanea impasse qualitativa coincisa con i primi anni del secolo in corso, a una nuova svolta nel segno della personalità: Camartina 2007, e ancor di più Camartina 2008, segnano le tappe di una ritrovata ispirazione, concretizzando vini aristocratici, di lodevole profondità e dal chiaro imprinting chiantigiano. A questi si aggiunge da qualche vendemmia Palafreno, merlot in purezza di buona accordatura e finezza, per fortuna assai distante dalle derive melliflue e dolciastre ancor oggi tanto in voga.

Circa il Chianti Classico, prodotto mediamente in 200.000 bottiglie (le uve provengono da vari comuni chiantigiani), è la melodiosa dolcezza di frutto il suo marchio di fabbrica, per un vino che ha sempre coniugato cura formale e morbidezza gustativa, accogliendo un calibrato uso del rovere piccolo senza per questo concedersi troppi ammiccamenti. C’è da chiedersi quando si opterà per un Sangiovese in purezza, magari d’altura, magari proveniente da quelle magnifiche parcelle sopra Barbiano che ho visto ospitare cento erbe diverse in attesa di rinascere a vigneto, e a una fioritura tutta nuova.

PODERE POGGIO SCALETTE

Buen retiro di Vittorio Fiore, celebre enologo di lungo corso, Poggio Scalette (da diverso tempo saldamente nelle mani e nel cuore del figlio Jurij) ha assunto fin da subito (prima metà anni ’90) la fisionomia e la nomea di una preziosa rarità garagiste. Fisionomia di fatto perduta con l’ampliamento del corpo dei vigneti, arrivati oggi a circa 18 ettari, ma non nell’immaginario degli appassionati, da quando si pensa alla “statura” del solo vino prodotto in azienda, almeno fino al 2001: Carbonaione, sangiovese in purezza (clone di Lamole) derivato dagli alti vigneti di Ruffoli, alcuni dei quali vecchi di 70 anni (così fino ai primi reimpianti, iniziati a partire dal ’97).

Terra povera qui, ricca di scheletro, sabbia e limo. E vento, tanto vento. E altitudini significative (450 metri). Condizioni queste che hanno plasmato un vino profondo ed elegante, di notevole personalità e ottimo potenziale di longevità. A partire dal 2001, la fisionomia sensuale e finissima del Carbonaione “prima maniera” è andata modellandosi nel verso di uno stile più moderno, in cui colore, estrazione e legni gli hanno impresso una caratterizzazione più esplicita e meno flessuosa rispetto a un tempo, quantomeno se còlto in giovane età.

Nel frattempo, l’entrata in scena del polposo e seducente Piantonaia, merlot d’altura distribuito dall’Enoteca Pinchiorri di Firenze, accresceva la fama esclusiva della cantina. Poi, ultimamente, ecco spuntare il primo Chianti Classico della casa, prodotto a partire dal 2008 con risultati interessanti, quantomeno per garbo espositivo e pura godibilità, a cui si affianca quello che Jurij Fiore è solito inquadrare come un divertissement, da che l’epicentro produttivo (ed emozionale) resta e resterà invariabilmente il sangiovese: Capogatto il suo nome, declinazione in chiave Ruffoli del classico blend bordolese. Tutto men che banale se stai ai primi risultati (2008), tanta l’eleganza e la freschezza sottese. Quindi, più che un divertissement, un “serio divertissement”!

Puntate precedenti: Panzano

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