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IGT Sicilia San Basilio 2010 – Riofavara

Sottozona/Cru: contrada San Basilio – Val di Noto – Ispica (RG)

Vitigni: nero d’Avola

Data assaggio: agosto 2011

Il Commento:

Qui è dove la naturale esuberanza del frutto non scade mai nella ovvia rappresentazione di se stessa, e della sua vanagloria. Qui è dove la gioventù si fa fremente, ma anche prodiga di dettagli sottili. Qui è dove la gioiosa consistenza di un vino che “scorre” ti fa capire di non aver affatto bisogno di costruzioni attorno. Nella limpida e accecante rappresentazione varietale “nerodavolesca”, hai tutti i pertugi e tutti gli accenti che servono per gettare una luce nuova su una tipologia, e su un vitigno, desiderosi di appartenenza, di connotazione, di “appigli” territoriali certi. Nella vena selvatica e salmastra, metallica e acciugosa dei suoi profumi tutta la potenza espressiva delle migliori contrade di Eloro e della Val di Noto. Nella carnosa sensazione tattile (sì, è vino da prendere a morsi) e nella trascinante, ma mai ridondata, succosità, l’istintività di un bere amico. Nei ritorni di gelso, capperi e menta la stura per lasciarti trasportare lontano. Se tu dovessi esemplificare il concetto di piacevolezza, potresti rappresentarlo con un bicchiere così, senza troppo parlare. Qui, dove la perizia tecnica appare al servizio della veracità, senza intaccarne la sostanza. Qui, in un vino “annata” solare e intenso, maledettamente finto-semplice, implacabilmente armonioso, dalla beva traditrice.

Nella mia cella agostana, alle prese con i giudizi febbrili e le meditabonde schede guidaiole, oggi ho ritrovato un senso e la voglia di comunicare. D’altronde, mi è entrato il mare in casa. A 10 euro, ho il mare in casa.

La chiosa:

Di fronte a San Basilio (il vino intendo) vale più che mai il celebre adagio veronelliano: “ da cogliere in piena gioventù”. Ecco, mi piacerebbe pensare che ciascuno di noi potesse coglierlo un vino così. Lui (il vino intendo) si dà daffare per metterti a tuo agio. Al punto da aprirsi a varie chiavi di lettura. Dove tutte, lo sento, invariabilmente portano alla stessa meta. Che poi, chiosando con forbìti giri di parole, è questa: “ma quant’è ‘bbono?!”.

Dopo San Basilio (il vino intendo) una domanda sorge spontanea: di quanti maquillage, di quante ridondanze, di quante intimidazioni coloranti, di quante spasmodiche-melliflue-pachidermiche-consistenze, di quanti scimmiottamenti stilistici avrà ancora bisogno la generosa terra di Sicilia prima di comprendere che un’altra strada c’è, che esiste, è percorribile, bella e individua? Ma è davvero così difficile sostituire l’istinto alla cerebralità per poter finalmente sostenere, senza essere erosi dai sensi di colpa: “questo si beve, quest’altro no?”.

Massimo Padova e la sua Riofavara, in quel di Ispica (e dintorni), stanno trovando una strada. Di più, altri ispirati interpreti – da nord a sud, da est a ovest- riflettono ormai nei loro vini una “sicilianità” più autentica, più riconoscibile, più spinta. C’è un bel sentire nell’aria, ma forse non è abbastanza. Io, per un vino giovane e bello, ho un ricordo giovane e bello: porta la voce di Pino Daniele, quello degli esordi, quello “vero”. Uno che già allora aveva trovato una strada, e che per il suo Sud gridava: “voglio di più di quello che vedi”.

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