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Diario di Bordò. Bordeaux Primeurs Experience: mondo Margaux/Yquem a teatro

Temi: Mondo Margaux/L’aperitivo più “caro” del mondo: Yquem a teatro

6 aprile 2011

Mondo Margaux

BORDEAUX (FRANCIA) – Dopo le lezioni private, o meglio, a domicilio, impartitemi nei giorni passati da Château Margaux e Château Palmer, è giunto il momento dell’approdo definitivo sulla rive gauche: destinazione Margaux, per l’appunto. Una denominazione che si distingue, oltre che per la classe storicamente apprezzata dei suoi cru, per l’unicità di annoverare uno château che porta il nome della appellation stessa. Pensa te che privilegio! E se Margaux 2010, il vino, ti parla ai sensi dall’alto della sua irraggiungibile eloquenza, mentre Palmer pari annata ti fa capire di razza medocaine, la panoramica di oggi, a stretto contatto con una venticinquina fra i migliori château del comprensorio, è servita se non altro a marcare differenze. Prima di tutto, contrariamente ai giorni passati, giochiamo in casa. Il che significa sveglia in orario umano, colazione abbondantemente rilassata e tutte quelle piccole premure che il maggior tempo a disposizione ti concede, come la possibilità di prepararti al meglio per difenderti dall’ennesima, straordinaria giornata simil-estiva del Médoc.

Ma la differenza più importante da rimarcare è quella con i vini della rive droite. Perché a parità di millesimo, tenendo conto che si tratta di una vendemmia particolare (2010), apparentemente di “materia ed attributi”, la caratterizzazione dei vini di Margaux (ma lo stesso dirò riguardo ai vini di St.-Julien, Pauillac e -solo in parte- St.-Estephe) sembra assai più spinta che non nei Saint Emilion. La cura nell’estrazione, il “garbo” espositivo, il grip tannico e la capacità di dettaglio rendono questi vini più “elastici” e nel contempo maggiormente refrattari alle tentazioni di un cliché organolettico fin troppo cadenzato e monotono, nei migliori casi riuscendo a far coabitare pacificamente pienezza, volume e dinamica con un senso della freschezza e del contrasto più accentuati che non nei vini della riva destra. Insomma, se tanto mi dà tanto, dalle prime avvisaglie medocaine qui si respira un’altra aria, per quanto mi riguarda assai piacevole da respirare.

Detto questo, se la qualità media appare più che buona, per quanto immaturi siano il mio grado di approfondimento e l’esperienza maturata sul campo in materia bordolese, anche qui non è che salti su dallo scranno per la meraviglia (Château Margaux a parte). Registri che ci sono belle cose, come Malescot St Exupery, la “genia” dei Cantenac, Lascombes, Rauzan-Segla, ma la vibrazione, la scossa emozionale, il turbinio interiore che arresta il flusso delle parole, beh, quello non c’è, mi è mancato. Insomma, non ho provato quel non so che capace di spostare i “confini” più in là del bicchiere che hai davanti. C’è tanta consapevolezza, quella sì, e tanta capacità di fare le cose con “criterio”. Il “manico”, ovvero la sensibilità interpretativa della singola maison, è importante  -come sempre d’altronde- al punto che qui dà l’impressione di riuscire quasi quasi a sopperire alle incertezze di un terroir rispetto a un altro. Il risultato complessivo ci conforta dal punto di vista tecnico e in molti casi stilistico (difficile incontrare vini ostentativi o forzatamente estratti); magari ci fa capire una volta di più come il cabernet (principalmente) trovi su queste sponde un habitat ideale alla sua rappresentazione, ma dello scarto di lato, della naturalezza la più naturale, della schiettezza la più schietta comincio a sentire la mancanza.

Di contro, il buffet di oggi, coccolato e corroborato da certe vecchie annate di vari Margaux, è stato uno di quelli che non si dimenticano.

Château Brane-Cantenac 2010 (2ème cru classé)

Dalle argille profonde del “plateau de Brane” ecco un vino gustoso, diretto, di sincera forza comunicativa. Un frutto maturo ben presente ma non oppressivo, e un deciso grip tannico, offrono luce e contrasto a una struttura solida che ben promette.

Château Cantenac-Brown 2010 ( 3ème cru classé)

Naso ancora cupo e scontroso, ma bocca di densità tattile importante e sinuosa eleganza. Mi piace masticarlo, ha sapore e spinta acida. Visto in prospettiva potrebbe farsi convincente.

Château d’Angludet 2010

Attacco aromatico sanguigno, caratteriale, anche se non propriamente fine, con un nota erbaceo-baccosa in prima linea. Nel contempo slabbrature fruttate ledono all’equilibrio, spostando il gusto su declivi fin troppo dolci e accomodanti. Discreto grip tannico ma poco senso dell’equilibrio, ora.

Château Dauzac 2010 (5ème cru classé)

Corteccioso e linfatico ai profumi, quindi sanamente burbero; di contro un po’ anodino e “lisciato” nella sensazione fruttata. Sostanzialmente freddo, sulle sue, compassato, fin troppo consapevole, con un tannino ancora da fondere.

Château Desmirail 2010 ( 3ème cru classé)

Pronunciato ed intrigante coté speziato, che te lo fa accostare e riaccostare volentieri al naso. Un pelo erbaceo se lo bevi. Espressivo, gustoso, anche se squadrato e poco flessuoso per via di quel tannino crudo e duretto che si ritrova.

Château du Tertre 2010 (5ème cru classé)

Erbaceo, potente e determinato, certo non va per il sottile. Il dettaglio e il chiaroscuro non credo saranno la sua bandiera, ma grinta e incisività non mancano.

Château Durfort-Vivens 2010 (2ème cru classé)

Profumatissimo, al punto da apparire fin troppo debitore di quella svolazzante e prevaricante nota floreale. La timbrica fruttata è fin troppo matura. Vinoso, giovane giovane, embrionale, finto-semplice. Di tecnica.

Château Ferrière 2010 (3ème cru classé)

Remissivo al naso, più dichiarato al palato, anche se manca di profilatura e indirizzo. Impastato, sento solo media la finezza della grana tannica.

Château Giscours 2010 ( 3ème cru classé)

Se l’approccio aromatico, d’acchito, “odora” di deja vu, fondato com’è su certe evidenze dolci e boisé, tutto men che banale se lo bevi: rotondità gustativa e cura della forma trovano infatti nella sinuosità della trama e nella carnosa sensualità del frutto due compagni di viaggio ideali. Al punto da rendere convincente il sorso.

Château Kirwan 2010 (3ème cru classé)

Bocca ricca e fruttata, senza scadere negli eccessi. Anzi, tutta “ammodino” e ben bilanciata. C’è saldezza e consapevolezza. Non trovo complessità, quella no, ma il bicchiere conserva la sua dignità.

Château Labégorce 2010

Una certa naturalezza, anche selvatica, rende il naso intrigante, alleggerito e instradato da una scia speziata. Bocca di spessore, ancora indietro nello sviluppo (ma và?), energica e strutturata: chiede tempo.

Château Lascombes 2010 ( 2ème cru classé)

Piuttosto compresso ai profumi, bocca più rilassata, snella, di buona dinamica, un po’ troppo svagata forse ma ben calibrata, senza ridondanze, a delineare uno stile convincente e poco sottolineato. Attenzione, che sa il fatto suo!

Château Malescot St-Exupery 2010 (3ème cru classé)

Carnoso, attraente, fra finezza e veracità, bella trama ricca e sinuosa, “impasto” saporito per un vino serio. Fra i migliori Margaux di oggi.

Château Marquis de Terme 2010 (4ème cru classé)

Piuttosto reticente al naso, dimostra buona concentrazione al palato, che è palato deciso e brillante, piuttosto profilato nonostante la voglia di apparire; legno da digerire ma buon conseguimento. Non la profondità che fa la differenza però.

Château Monbrison 2010

Vinoso, floreale, piacevole ma un po’ a corto di complessità.

Château Prieuré-Lichine 2010 ( 4ème cru classé)

Frutto maturo, al limite del surmaturo, per un naso compresso, pieno ma compresso. Succoso, compatto, a trazione anteriore se lo bevi. Non da allunghi.

Château Rauzan-Gassies 2010 ( 2ème cru classé)

Rovere infiltrante, il vino non prende “forma”, c’è energia ma poca direzionalità. Freddo, “consapevole”, poco concessivo, diamogli tempo.

Château Rauzan-Ségla 2010 ( 2ème cru classé)

Naso non proprio espressivo ma compatto; bella bocca, sapida, complessa, calibratamente austera, di bel portamento, un passo in più di carattere.

Château Siran 2010

Naso svagato ma palato serrato. Buon equilibrio e tensione, frutto maturo al punto giusto, tannino sodo. Non lo stacco ma si fa rispettare.

L’aperitivo più caro del mondo: Yquem a teatro

Il frequentatore più incallito e scafato di happy hour o l’infallibile segugio dei locali più trendy ed esclusivi della penisola avranno da dire senz’altro la loro. Io, del tutto avulso da certi contesti, d’altronde ho poche conoscenze e certezze da controbattergli. Però, a sentimento, d’amblé, penso che un happy hour come quello a cui abbiamo partecipato la sera del 6 aprile scorso a Bordeaux qualcosina di speciale ce l’avesse, e forse avrebbe costretto pure tali “espertoni” a ritarare il concetto di prestigio ed esclusività. A me per esempio l’imbarazzo ha cominciato a crearlo già dalla prima tangibile sua manifestazione, avvenuta sotto forma di cartoncino d’invito a nome di un “certo” Pierre Lurton (che non è propriamente il Lele Mora di turno, tanto per capirsi), che mi parlava della presentazione del millesimo 2010 di Château d’Yquem all’Opera di Bordeaux. Intanto, per il fatto di leggere il mio nome scritto a mano. Poi per tutto il resto.

Detto fatto, eccoci trasportati nel bel mezzo di un evento borghese che più borghese non si può. Un’atmosfera d’altri tempi, fatta di interni sfarzosi, monumentali e vagamente retrò, a cui faceva da contraltare l’assoluta attualità di Yquem 2010: la quintessenza della fragranza giovanile, altro che retrò! Diciamolo: Yquem alla mescita (a calo) è cinema, più che evento raro. Non mi tiro indietro dal confessare che la mia brava prima bottiglia me la sono scolata in una mezzo’oretta sì e no. D’accompagno, tanto per non farlo sentir solo, Yquem ’88, un bambino liquido in odor di zafferano intenso e prim’attore, anche se non finissimo. Nel frattempo i canapé, gli stuzzichini e gli appetizers si succedevano a ritmi sempre più indiavolati, portati a braccia da solerti camerieri d’ogni età e nazionalità. Un turbinio di forme e una miscellanea di sapori imprudentemente mischiati senza una precisa logica sequenziale, fra pesce e cioccolato. Tutto molto buono, se non fosse per la mia inspiegabile ostinazione a fiondarmi per troppe volte consecutive sulla stessa cosa, una sfera sicuramente commestibile che non desideravo mangiare e che invariabilmente passavo a Fabio Rizzari, più accomodante di me verso l’ignoto gastronomico. E poi sfavillio di luci, lampadari monumentali, vini color oro, abiti come si deve, etichetta. Non so, ma ho avuto l’impressione che gli unici animali fuori dal coro fossimo noi. Condizione che non mi è dispiaciuta affatto. D’altronde, al mio abbigliamento casual oculatamente, ma non smaccatamente, trasandato (aveva un suo perché) faceva il paio la tenuta post agonistica di Alessandro Masnaghetti. Eravamo senza rivali. Una collega che non so ci ha gentilmente donato una foto ricordo: io, Alessandro, Ernesto Gentili e Fabio Rizzari immortalati assieme al collega francese, funambolo della parola scritta e fine degustatore, Francois Perrin. Sembravamo contenti, nonostante l’aria da haute bourgeoisie che si respirava attorno. Poi ho realizzato sul perché: “diavolo di un Yquem, ha fatto il miracolo!”.

Puntate precedenti: Premesse (o conclusioni) ; Haut Brion e i suoi fratelli; Ritornare bambini a Le Lion d’Or ; Cari, vecchi mostri del Médoc ; Tourner à droite: Saint Emilion 2010;

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