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Barolo 2007, l’importanza di una scelta. La Morra – prima parte

Puntuali come sempre, con l’autunno in poppa, ci permettiamo di rilasciare qualche impressione sulle ultime uscite di Langa. La complessità dei vini, con la necessità di un ascolto attento e reiterato, suggeriscono infatti l’attesa prima di sparare il colpo, così da poter mettere assieme in maniera più organica, esaustiva e ponderata ciò che è scaturito sia dagli assaggi primaverili (grazie come sempre a Nebbiolo Prima, intelligente kermesse per stampa ed operatori che trova sede ad Alba nel mese di maggio) che da quelli estivi, ancor più estesi e maniacali.

La Morra è una realtà articolata, innervata da tanti e tanti produttori e con la sua bella specificità di storie, blasone e carisma da mettere sul piatto (e nel bicchiere). Dolcezza fruttata, pienezza fruttata, “accoglienza” fruttata: sintesi nebbiolesca che delinea Barolo di foggia elegante, sinuosi e garbati nelle versioni migliori, pacificamente “accomodanti” in quelle meno ispirate. Qualcuno semmai non vi rintraccerà la cosiddetta “seconda parte di bocca”, ovvero quella complessità e quel rilievo gustativo capaci di innescare la fatidica marcia in più. Salvo eccezioni, aggiungo io, che pure ci sono. E’ così che lo “stile” La Morra si muove agilmente su rotte tenere e fruttate, dando voce e credito ad una immediata piacevolezza, istintiva, confortevole, a scapito magari della profondità.

Forse è proprio per questo, per regalare ai vini di La Morra una auspicata tridimensionalità, che è nata e cresciuta qui la più importante (e influente) corrente stilistica dell’era contemporanea barolesca, con capiscuola quali Elio Altare e Roberto Voerzio, che ha messo paletti, rimosso incrostazioni e indicato nuove strade, che poi a loro volta si sono diramate in viuzze più o meno diversificate a seconda dell’estro di turno: rese in vigna bassissime, vendemmie quasi quasi posticipate, estrazioni brevi magari con l’ausilio di rotomaceratori e poi aggiunta di tannini ellagici delle botti piccole. Una pratica questa che ha generato sia vini interessanti sia vini più omologati, sia vini centrati che vini disequilibrati, riuscendo forse solo in parte nell’intento di amplificarne la complessità. Non più di quanto non facciano di già naturalmente certi terroir, perché ci sono vigneti a La Morra che quanto a privilegio e “temperamento” mica scherzano!

Il generoso millesimo 2007, nel frattempo, non ha in genere favorito le zone calde dalle esposizioni mirabolanti, come un Cerequio o le Brunate (eccezion fatta per il sorprendente Brunate di Marcarini). Molto meglio il versante dell’ Annunziata, segnatamente il maestoso Rocche o il tondeggiante Gattera. Questo, ovviamente, a grandi linee.

Nello specifico, più assennato affidarsi a una disamina maggiormente articolata, come quella che timidamente proponiamo qui sotto. Qua e là potrete imbattervi in suggestioni derivate da selezioni o Riserve di altri millesimi, in uscita quest’anno sui mercati. E non senza sorprese. Certo è che, ribadendo il refrain di cui alla puntata dedicata a Monforte, mai come in questa circostanza risulta importante la scelta. Per rintracciare quei vini maggiormente equilibrati ed articolati, e nel contempo più refrattari alle insidie del millesimo, capaci di agganciare alla proverbiale piacevolezza di La Morra qualche privilegio in più, come il dettaglio, la progressione, o una vibrazione più profonda.

Ah, il fitto panorama ha consigliato di dividere in due parti la trattazione su La Morra. Al solo scopo, supremo, di salvaguardare il benessere psicofisico del lettore, anche il più impenitente. Quella che segue è la prima delle due.

BOSCO AGOSTINO

Da qualche stagione a questa parte la produzione di stampo artigianale della famiglia Bosco (Agostino ed il figlio Andrea) sta meritatamente ritagliandosi uno spicchio di visibilità nell’affollatissimo contesto produttivo di La Morra. E questo grazie a vini molto equilibrati e mai troppo estrattivi, in cui le voci gustative agevolmente si fondono per rendere una sensazione di apprezzabile caratterizzazione. Alla base di un percorso in crescita ci sta un vigneto vocato come La Serra (La Morra) e un altro meno chiacchierato come il Neirane di Verduno, che soprattutto nelle annate calde e generose è in grado di propiziare nei vini un dinamismo e una finezza tanto inattesi quanto beneauguranti.

Barolo La Serra 2007

Polpa e materia non mancano. Discreto contrasto e carattere, tratto gustativo rigido, sviluppo tonico e “impettito”, confezione curata ed allungo solo discreto. Ha bisogno di tempo, come La Serra insegna.

Un bell’intruso: Barolo Neirane 2007

Eleganza e compostezza al naso; la matura sensazione fruttata resta ben inglobata in un registro delicatamente balsamico e finemente speziato. Proprio una bella silhouette se lo bevi: aperto, godibile, espressivo, va in profondità concedendosi “brividi” sapidi e sentori di erbe aromatiche, tattilità setosa ed apprezzabile naturalezza.

BOVIO GIANFRANCO

Gian Bovio è indiscutibilmente uno dei ristoratori più celebri dell’albese. Difficile, quando ti trovi da quelle parti, non fare un pensierino ingolosito su uno di quei tavoli panoramici del suo bel locale a picco sul “mare verde” di Langa. Esperienza impagabile, per cibarie ed altre amenità. Ma indiscutibilmente, Gian Bovio, anche in veste di produttore di vino non scherza affatto, grazie al contributo fattivo di Walter Porasso, anima tecnica della cantina, e di qualche appezzamento che conta: Arborina, Rocchettevino e Gattera, tanto per fare nomi e cognomi, più una appendice a Castiglion Falletto (Parussi).

I suoi Barolo sono curati, espressivi, docilmente alcolici, senza che si scada mai nell’accademia e senza mai perdere di vista i connotati tipici dei vini dei luoghi, qui declinati con modi garbati e a volte raffinati.

Barolo Gattera 2007

Caldo, alcolico, polposo e “accogliente”. Frutto maturo nell’aere, qualche rilassatezza di troppo nelle trame. Non spinge come vorrei insomma, ammarando largo e pacioso. Fiori appassiti e toni iodati, da par loro, vivacizzano il quadro rendendone piacevole la compagnia.

Barolo Arborina 2007

Rovere & caffè, calore e materia, china e frutto maturo; non troppo dinamico a ben vedere, ché preferisce sciogliersi in un generoso abbraccio alcolico.

Barolo Rocchettevino 2007

Rovere, ferro & liquirizia, e una insistita scia balsamico-vegetale che si riflette anche al gusto. Tannini incisivi, leggermente asciuganti. Certo la polpa non manca, ma la persistenza è solo discreta.

CASCINA BALLARIN

Se il main stream stilistico in cui si inseriscono i vini di casa Viberti accoglie e rilancia materia, volume e dolcezza (vedi scheda su Monforte), il calibrato uso del rovere nel Bricco Rocca è solito concedere maggior spazio alle sfumature. Certo l’annata in gioco non ha permesso ai vini di esprimersi con la consueta profondità, ma il fondo di veracità che li innerva si lascia ben apprezzare.

Barolo Tre Ciabot 2007

Ancora contratto, dà l’idea di potersi ben sciogliere. Nel frattempo coglierai stimoli di erbe aromatiche e spezie al naso, un rovere contenuto negli accenti (che lascia margini al “dialogo”) e una buona materia di base.

Barolo Bricco Rocca 2007

“Freddo” e compassato nell’assetto aromatico ma animato da una interessante corrente sapido-minerale al gusto, appare un po’ avanti nell’evoluzione svicolando dalle evidenze “tonde” e fruttate tipiche di La Morra per lasciar affiorare un più intrigante chiaroscuro di sapore, ciò che avrebbe solo bisogno di una maggiore continuità gustativa e di una più convincente tonicità.

CASCINA DEL MONASTERO

Non solo agriturismo qui, ma una sensibilità interpretativa (parliamo di vini) che da qualche anno a questa parte sta facendo incuriosire i viandanti enofili. Giuseppe Grasso affida il racconto della “sua” Annunziata a Barolo profumati, sinuosi, sfaccettati, che in certi casi assumono persino accenti “borgognoneggianti”. Viatico interessante, dall’impronta moderna riletta in chiave soft, al riparo da eccessi ed ovvietà.

Barolo Bricco Luciani 2007

Buona trasparenza aromatica per profumi ariosi e confidenziali. Di contro più dispersivo nei sapori (e stretto dai tannini). Un coté liquirizioso e un roverello “puntuto” ne irrigidiscono lo sviluppo, pur non disperdendo le doti dell’equilibrio. L’alcol, presente all’appello, tenta di addolcire gli spigoli.

Barolo Annunziata 2006

All’attacco è forte l’analogia con il pinot nero: merd de poule che passa e va, poi rose, agrumi e lamponi. Librato, certamente sottopeso ma assolutamente circuitore, è un pirata gentile in terra di Langa. Perde tono solo con l’aerazione, da quando intendi i legni tarparne il respiro della prima ora e il frutto virare su note di pesca e torrone.

CHIARLO MICHELE

I vini di casa Chiarlo non soffrono davvero di incertezze tecniche, tanto premurosa appare la cura formale e la perizia enologica. Al punto che, ogni tanto, non sarebbe male imbattersi in una più naturale spigliatezza, pensando che hai a che fare con cru reputatissimi (Cannubi e Cerequio). Affidabilità comunque garantita su tutta la linea (anzi, linee, da che l’impero “chiarlesco” si muove su molteplici direttrici tipologiche, sia albesi che astigiane).

Barolo Cerequio 2007

Tratti balsamici e sentori di erbette aromatiche tentano di “arieggiare” un quadro obbligato dalle insistenze del rovere speziato e del goudron. Gusto più allentato delle attese, debitore dei legni, più da centrocampo che da attacco e verticalizzazioni.

CORDERO DI MONTEZEMOLO – MONFALLETTO

I Cordero di Montezemolo approdano a Monfalletto negli anni ’40 del secolo scorso per continuare una storia antica, iniziata “solo” sei secoli prima dalla dinastia dei Falletti. Proprietari di appezzamenti importanti a La Morra (Gattera) e Castiglione Falletto (la parcella Enrico VI del celebre Villero), sono oggi artefici di Barolo molto curati sotto l’egida di uno stile moderno (macerazioni brevi e legni piccoli), con conseguimenti interessanti dal punto di vista dell’equilibrio e della piacevolezza. Non mancano punte espressive, come l’Enrico VI ad esempio, nel quale il  temperamento del terroir di provenienza gioca un ruolo chiave, spesso decisivo.

Barolo Gattera 2007

L’alcol punge ma non mi dispiacciono la disposizione al dialogo, la freschezza del frutto (dai sorvegliati risvolti esotici), il garbo espositivo. Il tutto senza toccare chissà quali livelli di complessità. Avvolgente, largo, speziato, persino ammiccante ma molto piacevole.

Barolo Monfaletto 2007

Impronta moderna, fruttata e levigata per un vino preciso, tutt’ammodino, dai ritorni speziati. Alcol che avvolge con generosità e tende a “laccare” il frutto, tatto morbido e allungo indeciso.

Barolo Riserva Gorette 2005

Sia pur esotico e ammiccante, non disperde succosità e piacevolezza, mostrando un invitante lato sensuale; bel contrasto fra montata tannica e fondo dolce del frutto. Si difende.

DAMILANO

Una dichiarata cura nella forma, tesa ad ingentilire i tannini a volte scalpitanti del nebbiolo, e una serie di cru molto importanti (distribuiti fra Barolo e La Morra), sono le carte in mano alla famiglia Damilano per caratterizzare vini dalle trame soffici e levigate, da cui magari ti attenderesti un più dinamico e meno “sorvegliato” profilo gustativo. Frutto “tirato a lucido” qui, dolcezze e morbidezze assortite, con il dettaglio e l’ariosità che sapranno emergere nel tempo, e solo in certe annate.

Barolo Cerequio 2007

Profilo “scuro” e arcigno, rovere e radice di liquirizia; bocca potente e tannini graffianti. Molta irruenza che all’aria  si stempera su toni più dolci ed accomodanti, rivelando uno stato evolutivo un po’ avanzato per l’età che ha.

Barolo Brunate 2007

Rovere e frutto, accenti tropicali ai profumi, alcol e legni a rimbalzarsi la generalizzata sensazione di dolcezza; tratto gustativo avvolgente, rilassato, non propriamente reattivo.

FRANCONE

Nella selva di etichette proposte dalla famiglia Francone, distribuite su diverse linee produttive (Francone, I Patriarchi, Antico Podere dei Gallina), devo ammettere che lo stile che si evince dai nebbiolo (sia sul fronte Barbaresco che Barolo) non mi dispiace affatto, orientato com’è al dettaglio e alla chiarezza espositiva. Senza mai strafare, nel rispetto dei canoni più classici della tipologia, da questi vini traspare una apprezzabile dignità territoriale. A quella sobrietà e a quella nitidezza vorresti associata semmai una maggiore profondità.

Barolo 2007

Dai vigneti Bricco Rocca e Sarmassa (da non confondersi con il Sarmassa di Barolo) ecco qua un Barolo “segaligno” e stilizzato, dalla matrice mineral-floreale e dai tipici rimandi iodati, che fan tanto La Morra. Trama più “dritta” che docilmente fruttata, irrigidita dalla montata tannica, a cui contribuisce una presa del rovere ancora da perfezionarsi.

GAGLIASSO MARIO

Sotto l’impulso delle generazioni nuove, qui rappresentate dal figlio Luca, l’estro da vignaiolo autentico di Mario Gagliasso si estrinseca oggi in una serie di Barolo dallo stile calibratamente moderno, capaci nelle annate buone di capitalizzare in termini di sfumature il portato di bellezza di cui sanno farsi generosi promotori la borgata Torriglione e la maestosa vigna Rocche dell’Annunziata. Nelle ultime tornate di assaggi, nonostante l’indubbia precisione esecutiva, tende ad affacciarsi con maggiore insistenza il rovere. Da parte sua, il millesimo 2007 non sembra avere portato in dote il dinamismo.

Barolo Torriglione 2007

Coordinato nell’eloquio ma fin troppo compresso dal rovere, sembra preferire il gioco a centrocampo anziché promuovere allunghi o “verticalizzazioni”. Un vino a suo modo lineare, piacevole e carnoso, ma poco incline alle sfumature.

Barolo Riserva 2005

Rovere piccante, polpa e alcol, tannino “foderante”, media reattività. Difficile scorgere luce ora.

GRASSO SILVIO

Dal simpatico, schietto Federico Grasso ci provengono una serie di Barolo che intendono non tanto e non solo focalizzare le virtù dei cru di appartenenza, che sono in discreto numero (Annunziata, Giachini, Bricco Luciani e Bricco Manzoni), ma anche spaziare nell’ambito degli stili (un esempio su tutti il Barolo Turné, “dedicato” alle vecchie metodiche, alias lunghe macerazioni, lieviti indigeni, botti grandi…). Anche se in buona sostanza i rossi della casa prediligono muoversi entro gli alvei della “modernità”, senza farsi mancare macerazioni super brevi e generose infusioni di legni piccoli. La silhouette che se ne ricava cerca di accordare volume a levigatezza, offrendo connotati di pienezza ed avvolgenza, con il rischio semmai di sacrificare qualcosa sul piano del dettaglio.

Barolo Ciabot Manzoni 2007

“Imprinting” moderno di frutto e rovere al naso: intenso, concentrato, tostato & vanigliato. Una nota di violetta e una acidità in rilievo tendono a ravvivarne il profilo gustativo. Certo non fa della progressione e della persistenza le sue armi migliori, insidiate come sono da tannini arcigni.

Barolo Bricco Luciani 2007

Volume e dolcezza di frutto in evidenza per un profilo tattilmente levigato, materico, leggermente torronato al gusto, fenolico nei ritorni. Scia “impegnativa” di grafite e vaniglia.

MARCARINI

In qualità di paladini delle più rigorose istanze tradizionaliste, i Marcarini sono da decenni artefici di vini orgogliosamente “fedeli alla linea”, dal respiro avvincente, incredibilmente sfumato, nudi e caratteriali, persino umorali. Vini da ascolto attento, potremmo dire. Dai 4 ettari di proprietà nelle Brunate, dai 3 ettari de La Serra, ecco qua due ineludibili portavoce del territorio, con il dono raro di saper riannodare un dialogo stretto con l’istinto e la complessità ad ogni appuntamento (o quasi). L’annata 2007 consegna agli annali, e agli appassionati, due versioni all’altezza della loro fama.

Barolo Brunate 2007

Sfumato, leggiadro ed evocativo. Sottile e circuitore, carnoso e sensuale. Sapidissimo e minerale. Frutto puro. Uno dei Barolo dell’anno.

Barolo La Serra 2007

Umori di china, fiori appassiti e menta. Sviluppo profilato, persino “ossuto”. Un briciolo di dolcezza alcolica a rimpolpare le trame. Buona progressione ed elettiva sapidità. Tannini seri. Non lunghissimo ma efficace.

Nota: in giro si mormora di una certa aleatorietà fra bottiglia e bottiglia, nel caso dei Poderi Marcarini, a cui contribuirebbero sostanzialmente tappi malefici e infìdi. Premesso che non è raro che questi vini “soffrano” di momentanee riduzioni, per superare le quali è necessario ossigenare un po’ bicchiere e bottiglia, nel caso si trattasse di tappi diciamo che è un peccato: questi vini, quei tappi malefici e infìdi, non se li meritano proprio!

MARENGO MARIO

Fra i produttori più apprezzati (dal sottoscritto) sul fronte modernista, Marco Marengo conduce con scrupolo artigianale quattro ettari di vigna distribuiti fra La Morra e Barolo (Bricco Viole), derivandone vini molto curati nella forma ma pure dotati di una flessuosità, di una eleganza e di un portamento non comuni. Fieri esponenti non tanto di uno stile quanto dell’essenza della loro terra, trovano spesso nel tempo una distensione e una chiarezza espositiva invidiabili. Soprattutto il Brunate, grazie agli influssi di un terroir che non scherza.

Barolo 2007

Bel frutto qui, lato minerale interessante, discreta profondità aromatica, buon grip, finale sapido e serrato: finalmente un La Morra di “scheletro e schiena diritta”, sotto l’egida di uno stile moderno (leggi centralità del frutto) ma senza esagerare

Barolo Brunate 2007

Viola, polpa e materia. Generoso, avvolgente, pieno e fruttato, su scie cioccolatose e balsamiche. Non la scioltezza delle migliori edizioni, non il cambio di passo a cui spesso ci ha abituati. Brunate è un vigneto eccezionalmente ben esposto: fin troppo, in certe annate.

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