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Diario di Bordò. Bordeaux Primeurs 2010 Experience. Orologi svizzeri? No, Saint Julien

Temi: Saint-Julien 2010: meccanismi di precisione/Gite scolastiche: Ducru Beaucaillou

7 aprile 2011

Saint-Julien 2010: meccanismi di precisione.

BORDEAUX (France) – Dopo i primi, confortanti approdi médocains alle prese con i Margaux , l’incontro odierno con i migliori châteaux di Saint Julien è stato foriero di ulteriori dettagli e considerazioni. In sintesi, e senza troppi giri di parole, di gran lunga l’appellation più compattamente sintonizzata sulle frequenze della qualità. Non tanto in termini di acuti o di fuoriclasse assoluti, quanto in termini di idea d’assieme che riesce a trasmettere, un’idea che se ne esce netta, precisa, coerente, rafforzata negli esiti dai tanti bei vini che ho incontrato e alla quale va maledettamente contribuendo la maniacale perfezione tecnica che vi respiri dentro. Che se da un lato può far venire a mancare un brivido più profondo, dall’altro consente di alzare decisamente l’asticella della compiutezza formale, al punto tale che davanti a questi bicchieri ti ritrovi spesso a chiosare con un “ma che gli vuoi dire? Che cosa gli puoi “appuntare”?”. Perché è in questi vini qua che la proverbiale avvolgenza fruttata quasi mai deborda in qualcosa di eccessivo, anche in un’annata a suo modo eccessiva come la 2010. E’ da queste parti che il disegno, la nettezza e l’equilibrio appaiono dichiarati, quasi scolpiti entro quelle trame flessuose e sensuali. E nel constatare che, sia pur sposando cura formale e puntiglio didattico, questi vini non ne restano irrimediabilmente “coinvolti”, non farai fatica alcuna nel definirli ineccepibili.

Insomma, Saint Julien potrebbe apparire come l’approdo più ambito per schiere di enologi di ogni dove in cerca di conferme alle teorie masticate nei laboratori o nelle aule scolastiche. Ma anche un posto in cui far convivere senza diatribe od eccessivi ammiccamenti espressività e consapevolezza tecnica, in tal senso ergendosi a porto sicuro per la curiosa genìa dei degustatori più esigenti. Meno profondi di certi Pauillac (di cui parleremo), meno toccanti dei pochi Margaux haute couture” capaci di scossa emozionale, i Saint-Julien danno la sensazione di una squadra tosta, affidabile, convincente, che ha ritmo “nelle gambe” e geometrie “nel cervello”. E fondamentali certi, di quelli che non deludono. Una compagine in cui è bello imbattersi e della quale è molto piacevole far la conoscenza. In fondo, ripensandoci, delle sue virtù già mi ero fatto un’idea appena un giorno prima, recandomi a “lezione” da  Léoville Las Cases.

Beychevelle 2010  – Profumi espliciti ed eleganti, aperti al dialogo, puntualmente scanditi: frutto ben impresso di calibrata maturità, intrigante florealità e sussulti balsamici. Tutto questo, e anche qualcosa in più, a corredo di un sorso succoso, ispirato, non lunghissimo ma molto piacevole.

Branaire-Ducru 2010  – Un po’ impastato e nervoso, non certo levigato e “perfettino” come un Beychevelle. Fieramente balsamico, dai tannini grintosi, serrati e compatti, resta in attesa di armonizzazioni, mentre i ritorni di liquirizia e chewingum denunciano la presenza di un rovere infiltrante finanche accademico. Interessante la materia, un po’ convenzionale la confezione.

Gloria 2010 – Densità e impatto vinosi. Forte, fruttato, con una punta selvatica ai profumi. Bocca ben proporzionata, succosa, con finale più arioso e minerale delle attese. Fremente idea di gioventù qui, anche se la manifesta vinosità gli fa perdere il “senso” dei dettagli.

Gruaud Larose 2010 – Non mancano stimoli vegetal-balsamici e di erbe selvatiche a contrastare quel frutto maturo di buona concentrazione. Il quadro aromatico ne acquista così in dinamica. Sinuoso, elegante, “diritto” e profilato al gusto. Un pelo di doga in chiusura ma trama sensuale.

Lagrange 2010 – Bello spettro aromatico, carnoso, speziato, attraente, dal quale è difficile distogliere attenzioni. E bell’equilibrio gustativo, per un vino sapido, lungo, di razza. Aura classica qui, ed istintiva immedesimazione. Ai massimi livelli, sebbene nella campionatura si insinuino bottiglie incerte (nel mio caso 2 bottiglie idilliache e 1 sospetta, nervosa, dai tannini ispidi e mordaci)

Langoa Barton 2010 – Frutti neri compressi, molta concentrazione. L’incipit ammicca a qualche cosa di ostentato, prontamente disatteso dopo un ascolto più attento: perché in bocca ti ritrovi un vino più agile delle attese, tenace e reattivo. Materico ma con ragioni e sentimento. Di muscolo e savoir faire. Niente male!

Léoville Barton 2010 – Qui è la signorile austerità a donare una profondità più “interiorizzata” e ricercata al frutto. Il comparto tannico nel frattempo non vuole sentir ragioni e se ne sta nel suo guscio, serrato, tosto, fermo. Come in attesa. Eppure il gusto, lo sento, si scioglierà in sale. E allora racconterà altre storie. Di razza.

Léoville Poyferré 2010 – Buona da odorare tutta quella carnosità di frutto, così espressiva e coinvolgente. Meno curato e “lisciato” di altri Saint Julien ma di una forza comunicativa, e di una spontaneità, indiscutibili, offre velluto sul palato -palato polposo e proporzionato- e una presenza scenica a dir poco affascinante. Bello.

Talbot 2010 – Molto aromatico, esotico a suo modo, dal coté floreale “aereo” e svolazzante a dispensare originalità e leggerezza. Davvero un vino gourmand, gustosissimo, anche se organoletticamente distante dagli altri St Julien: tutte queste “aperture” fruttate, tutta questa leggiadria lo rendono tanto inusuale quanto accattivante. Forse non complesso? Può essere, ma intanto l’istinto vuole la sua parte. E d’istinto me lo son bevuto.

Gite scolatiche: Ducru Beaucaillou

Dopo aver apprezzato la “pasta” di cui son fatti i vini di Saint-Julien mi vien più facile realizzare che Ducru Beaucaillou, a ben vedere, altri non è se non Saint-Julien fin nel midollo. Parrà strano, ma non intendo riferirmi soltanto ai vini, agli ottimi e blasonati vini della casa (meglio, casata). Più semplicemente ai luoghi, al contesto: il palazzo, i giardini, gli incredibili interni…. E poi la cura del particolare, il connubio evocativo fra arte e vino, le linee architettoniche tutte: ogni dettaglio sembra messo lì apposta per irretire il viandante enofilo e fargli esclamare, fra diffidenza e coinvolgimento: “ah però!”. Oppure, come per i vini: “ che gli vuoi dire a una “cosa” così?”. Perché quella ricerca di perfezione formale che ritrovi negli oggetti e nelle cose, da apparire finanche ostentata, riflette “semplicemente”  l’anima dei vini di Saint Julien, da una parte gonfia d’orgoglio per la naturale esuberanza fruttata tipica della “specie”, dall’altra governata ad arte da una “architettura” sorvegliata e vagamente cerebrale, quanto basta per renderne più nobile l’aura. Insomma, implacabilmente pensata per piacere.

Così, fra snobismo, noblesse e ostentazioni varie si succedono silenziose e ovattate le stanze agghindate del monumentale château, fra sprazi colti di interior design, sapienti giochi di luce, innesti d’arte moderna a rompere e svecchiare il rigoroso classicismo delle linee. Più “contemporanei” che old fashioned d’altronde si presentano i vini: Lalande Borie 2010 sintetizza la smaliziata perizia enologica vestendola di una diretta piacevolezza, fondata su definizione e carattere varietale, senza scomodare picchi di complessità; Croix de Beaucaillou 2010 sposa alla forma materia e voluttà. La grana tannica reclama attenzioni e il gusto innesta piacevoli cambi di ritmo. Infine, Ducru Beaucaillou 2010 impreziosisce le trame, concedendo spazio ad intarsi più sottili e declinando con sensualità la prestante sua fisicità, sicuro che le movenze difficilmente passeranno inosservate. Come rotondità ammiccanti appena in rilievo. O fruscii di seta.

Puntate precedenti: Premesse (o conclusioni) ; Haut Brion e i suoi fratelli; Ritornare bambini a Le Lion d’Or ; Cari, vecchi mostri del Médoc ; Tourner à droite: Saint Emilion 2010; Mondo Margaux/Yquem a teatro

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