Saper mangiare al buio: cene senza senso

Di • 16 nov 2011 • Rubrica: diLuoghi, Mangiare bere uomo donna 8 commenti
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Anticipo subito che questo articolo sarà accompagnato da pochissime immagini, anzi solo una, sia per adeguarci allo spirito che ha fatto nascere le cene senza senso, sia per il tema generale delle cene stesse.

Le cene senza senso sono un’attività promossa dall’associazione Incontri Ravvicinati di Firenze, nata nel dicembre del 2005 da un’idea di un gruppo di ragazzi fiorentini, vedenti e non, con lo scopo non solo di valorizzare le risorse giovanili del territorio bensì anche la creazione di momenti di incontro e di crescita individuale uniti all’impegno sociale. Incontrarsi per scambiare e valorizzare idee e persone. E per far conoscere realtà che, per quanto ci circondino, spesso sono molto lontane da noi e dal nostro modo di vivere. A seguito di questo input sono così state create le cene senza senso, progetto che prevede appunto una cena al buio, privando così per qualche ora i partecipanti del senso visivo. Lo scopo di questa esperienza è di utilizzare il buio, che spesso per noi da piccoli è un luogo di mistero popolato da creature mostruose, come veicolo per toccare vari aspetti. Innanzitutto quello sociale, poiché mira a sensibilizzare alle problematiche della disabilità dei non vedenti e l’attenzione data all’educazione ambientale su tematiche inerenti al consumo dell’energia, basti ricordare che nel febbraio di questo anno una cena si è tenuta a Roma in supporto alla campagna M’illumino di meno di Radio2. Tuttavia, dato che non si vive di solo sociale, per i gastrocuriosi è una possibilità di poter mangiare piatti sia della tradizionale cucina italiana, o più prettamente toscana, sia di testare la capacità di distinguere aromi e sapori facendo appello solo ad olfatto e gusto, senza l’aiuto ammiccante del senso visivo. Una sconfitta per gli arzigogoli della nouvelle cuisine, una rivincita della sostanza e del sapore sull’apparenza.

Naturalmente l’idea della cena senza senso proviene dall’esperienza di cene al buio, fatte già in molte parti d’Italia, ma spesso relegate a situazioni elitarie sotto forma di eventi particolari proposti da alberghi o ristoranti di un certo livello, con un pubblico scelto e selezionato, e disposto a spendere cifre molto alte per fare parteciparvi. Questa idea ha però permesso all’associazione di far capire che essere non vedenti non vuole dire essere lavorativamente inabili e perciò, a differenza delle cene al buio tradizionali, tutto lo staff, a partire dai cuochi fino ai camerieri, è composto da personale non vedente, dimostrando così che questa disabilità non è un ostacolo assoluto all’inserimento nella vita professionale e nello strato sociale.

Per fare questa esperienza era difficile andare da sola, dato che purtroppo la bambina che è in me è ancora un po’ terrorizzata dal buio, e quindi, nella fine di marzo dell’anno scorso, mi sono attrezzata di amiche e amici per affrontare la nuova avventura che si sarebbe tenuta nello spazio di un toscanissimo circolo, scelta ben ponderata dagli organizzatori per rendere la cena economicamente accessibile a tutti (25,00€ per un pasto completo, dall’antipasto al dolce, bevande comprese), anche alle fasce più giovani o disagiate. Dopo un’attesa al bar del circolo che tutte, o quasi, le persone che avevano prenotato arrivassero, siamo entrati nel “ristorante” attraverso due tende di materiale molto spesso che non permetteva a nessun filo di luce di penetrare. Naturalmente era stato richiesto di spengere telefonini o di nascondere qualsiasi oggetto con fonti luminose, in modo tale da garantire il buio più completo. L’impatto iniziale è stato effettivamente molto forte, e per istinto l’occhio aperto cercava invano un qualsiasi appiglio luminoso. La sensazione del movimento della testa era molto strana perché sembrava di muoversi nel vuoto più assoluto dove le voci e dei piccoli gridi di sorpresa si intrecciavano mano a mano che le persone entravano. Il nostro tavolo era stato affidato a Danilo, un cameriere dalla voce giovane, amichevole e squillante, di cui potevi ipotizzare solo il volto, ma della cui spontaneità potevi essere certa solo basandosi sulla voce. Danilo, da bravo Virgilio dell’oscurità, ci ha guidato con la tecnica semplice che spesso si usa per i bambini quando sono al buio, una mano sulla spalla della persona che si ha davanti e poi via, in partenza, fidandosi completamente dell’altro.

A tavola il panico iniziale era quasi sicuro. Non si poteva fare altro che toccare con le mani piatti, posate, bicchieri, scontrarsi con la brocca dell’acqua e rovesciarla, sentire Danilo che chissà come sapeva subito dove era stato fatto il danno e già sapeva distinguere le nostre voci. La prima ardua impresa è stata versare il vino nel bicchiere. Cinzia, da bravissimo architetto, si è prodigata nel sentire il peso del bicchiere mano a mano che vi versava il vino, io e Francesca invece ci siamo limitate a infilare il dito appoggiandolo sul bordo aspettando che venisse bagnato per smettere di versare. Effettivamente era molto divertente capire come ognuno aveva affinato la propria tecnica in mancanza della luce. E come il vino non avesse bisogno di etichette o altro per essere definito buono o cattivo. Probabilmente era un Chianti, scelta abbastanza classica per un menù con piatti toscani tradizionali. Ma poi tutte le ipotesi si sono fatte avanti. Chi sentiva altri aromi, chi lo definiva troppo acido per essere un chianti, chi invece ne apprezzava l’equilibrio tra acidità e alcolicità e il leggero calore che dava al palato.

Il menù, uguale per tutti, tranne per chi avesse avuto intolleranze o fosse vegetariano, è stato completo, ma è stata una prova difficile. Innanzitutto, non potendo vedere i piatti, dovevamo solo indovinare quali posate utilizzare. Tuttavia, prima, da bravi bambini alla scoperta di un nuovo mondo di sensazioni tattili, abbiamo usato le mani in modo non proprio ortodosso, toccando, tastando e schiacciando flan di porri con salsa al taleggio, briochine di cavolo, crostini al tartufo e a una salsa che solo a fine cena abbiamo scoperto essere al cavolo nero (perché il menù non si poteva assolutamente conoscere, tutto doveva essere svelato a fine serata!).

Presa però un po’ di confidenza con quel mondo oscuro e assistiti da Danilo, siamo gradualmente riusciti a gestire il modo in cui potevamo mangiare, potendoci concentrare sulla riscoperta di sapori di piatti della cucina di sempre come le pappardelle al ragù, gli gnocchi di zucca o un po’ più complicato cinghiale in salmì con polenta tartufata e funghi. Tutti gusti ancora più esaltati dalla nostra concentrazione, e resi divertenti dal mistero del primo boccone. Più imbarazzante è stato il dolce, un muffin al cioccolato di cui non ero riuscita a capire la salsa alle pere, ma d’altra parte le papille gustative non sempre sono perfette!

Alla fine tutto si è risolto nel migliore dei modi, anche se l’esperienza, durata quattro ore, è stata una vera prova di resistenza. Reggere per quattro ore al buio non è semplice. Se in un primo momento può essere qualcosa di nuovo, con il passare del tempo senti il bisogno di una luce, anche piccola. E’ come avere sete, e sapere che fuori c’è tanta acqua e non la puoi bere. Oltre la tenda c’era la luce. Sarebbe bastato alzarsi e finire la cena, o prendersi una piccola pausa sigaretta, per riprendersi un po’. Tuttavia, se si fa un’esperienza simile è giusto farla in pieno, onestamente, senza “barare” per capire davvero cosa provano quelle persone che nel buio ci passano tutte le loro giornate. Nel buio, nelle voci che ti circondano, in un mondo che non capisci e in cui altri sembrano muoversi meglio di te. Ci si sente arresi, in balìa del mistero, ma poi si riesce ad adattarsi, ad affinare le abilità per compensare la mancanza della vista. Perché, per quanto il mondo sia dominato dalle macchine, la capacità di adattamento è meravigliosamente umana. Il buio può essere un ostacolo, che però non impedisce di andare avanti. E te ne accorgi soprattutto quando torna la luce. E quelle voci prendono un volto.

Il volto più significativo è stato sicuramente quello di Emiliano, il cuoco, classe 1975, di origine veneziana, non vedente dal 2002 a causa di un incidente in moto. All’epoca dell’incidente, Emiliano aveva già lavorato per dieci anni in medie e grandi strutture ricettive diventando così ben pratico dei suoi strumenti che, appena rientrato a casa dall’ospedale, nonostante le conseguenze, si è cucinato un piatto di pasta con le zucchine. “D’altra parte non avevo nient’altro da fare” spiega “e quindi mi sono cucinato un primo”. La prassi in questi casi prevede l’iscrizione a una scuola per ciechi nel 2004 e il tentativo, riuscito, di andare a stare per conto proprio nell’anno successivo. Nello stesso anno, il 2005, dal suo incontro con altri non vedenti e volontari è nata l’associazione Incontri Ravvicinati che promuove e permette di realizzare le cene “senza senso” in tutti Italia. Tuttavia l’associazione non si è limitata solo a quello, ed infatti, sempre grazie all’aiuto di Emiliano che faceva da insegnante, nel 2007 ha diretto un corso di due livelli sempre per cuochi non vedenti. E la cosa più bella è che Emiliano ha parlato sempre di abilità, parla della cucina e dell’insegnamento dell’arte culinaria senza accennare a difficoltà particolari se non quelle che di solito sono legate al normale apprendimento. L’incontro è stato sicuramente bello e significativo sotto molti aspetti. Soprattutto nel rendersi conto di quanto spesso ci si perde dietro a un problema: chi un vero problema ce l’ha non può fare altro che trovare soluzioni.

Tuttavia ho notato che nei mesi successivi le cene si diradavano sempre più. Quindi ho contattato telefonicamente Emiliano che, con la sua solita semplicità, ha detto che le cene al momento sono in stand-by, molto limitate, perché la legislazione permette alle associazioni di creare eventi di quel tipo solo saltuariamente, e non come appuntamento fisso.” Ma questo non è effettivamente un ostacolo” mi ha spiegato “stiamo per formare una cooperativa che contribuisca all’inserimento lavorativo di giovani svantaggiati. Ben presto torneremo anche a fare le cene “senza senso” più regolarmente. Verranno sempre promosse dall’associazione per poi essere organizzate dalla cooperativa. E sempre spostandoci per l’Italia. Nel frattempo posso anticiparti che la prossima sarà a fine ottobre, a Lamporecchio”. E noi aspetteremo! A dispetto di tutti gli ostacoli! Anche di quelli di un’Italia troppo burocratica! Perché alla fine non sempre c’è bisogno di vedere per andare avanti! A presto, per maggiori dettagli.

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8 commenti »

  1. Veramente interessante: un peccato però che pubblichiate questo articolo il 16 novembre, mentre il cuoco Emiliano parli di una cena a Lamporecchio a fine ottobre… Darne notizia prima era impossibile?
    Saluti.

  2. Ciao Alessio,

    hai perfettamente ragione, ma purtroppo il ritardo della pubblicazione è dovuto a dei piccoli problemi tecnici. Tuttavia Emiliano mi ha detto che ci dovrà essere un’altra cena verso l’11 dicembre, ad Empoli. Dato che siamo in contatto, ci comunicheranno delle cene ogni volta che ne faranno una e noi ne pubblicheremo notizia sul sito.

    Un saluto anche a te.

    Maria Lucia

  3. grande Maria Lucia!
    Un articolo bellissimo in cui hai saputo perfettamente trasmettere emozioni e sentimenti. Questo è il modo migliore per valorizzare i prodotti della terra e per avvicinarsi al nostro simile. Altro che cappelli da cuoco o forchette varie per soddisfare un’elite ridicola e chi cerca disperatamente di entrare a farne parte come fosse un vestito firmato. Brani veri, sentiti e non messinscene teatrali fini a se stesse.

  4. Grazie Vincenzo.

    Vorrei fare una piccola nota al mio articolo. Dalla mia prima cena fatta un po’ di tempo fa, le cene si sono evolute. In alcuni casi vengono fatte anche cene a tema, oppure piatti di cucina etnica, o anche solo vegetariana. Fra tante persone che spesso si lamentano, è bello sapere che c’è chi ha voglia di sperimentare e sviluppare quello che fa.

    E per questo ringrazio ancora Emiliano e l’energia che mi ha trasmesso.

  5. La redazione si scusa della ritardata pubblicazione, e si associa ai complimenti per Maria Lucia!

  6. incontriravvicinati.wordpress.com sono felice di veder pubblicato questo favoloso articolo che Maria Lucia ha scritto trasmettendo le sue emozioni. Le “cene senza senso” sono una esperienza che va al di là della semplice esperienza di stare al buio per un pò d’ore. Le cene ora sono limitate ad un massimo di 40 persone, per evitare di restare troppo tempo al buio come lamentava la Lucia. Il prossimo appuntamento è per il 10 e 11 dicembre presso il circolo Cascine ad Empoli, il numero per prenotare è: 3393578373, risponderà Chiara dell’associazione “coltiviamo la cultura in generale”, infatti le cene le proponiamo anche in collaborazione con altre realtà associative, Enti, etc.. ogni volta il tema della cena, e quindi il menu, cambia in base a ciò che vogliamo rappresentare con il cibo. Feste, ricorrenze, temi particolari dovranno poi essere indovinate dai partecipanti in base a ciò che trovano nel piatto e ai vari indizi che vengono dati ad ogni portata. Le cne di Lamporecchio, con l’associazione “tirillò col filo” sono state per ricordare il trattato di Balfour del 2 novembre 1917, il menu era di ispirazione araba nell’antipasto e secondo mentre aveva la zucca il primo per tornare nelle terre di origine del trattato.. il dolce?.. naturalmente con qualche scherzetto!!.. vi aspettiamo numerosi e, grazie a questo sito, informati sulle prossime cene che proporremmo in giro per l’Italia!. Ciao a tutti e grazie ancora per lo stupendo articolo che avete pubblicato. Contatti Emiliano 3313969939

  7. bellissimo l’articolo io lìho vissuta in prima persona la sensazione che si ha in quelle occasioni delle cene, Pizzeria Dal Mister a Maerne di Martellagohanno fatto due cene da noi con un grande successo. conosco molto bene tutto il meraviglioso staff delle cene sensa senso in particolar modo Emiliano tutti bravisimi gioiosi splendidi
    Bravi ragazzi

  8. Saper mangiare al buio: cene senza senso…

    Una iniziativa molto particolare: cene completamente al buio per sensibilizzare sui problemi dei non vedenti nella vita di tutti i giorni. Imparare a versare acqua e vino, a mangiare al buio. Magari avendo una sensibilità tutta diversa…

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