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Vieni a bere i vini di Puglia. Visita all’Azienda Vitivinicola Torrevento

Nell’estate 2008 nelle radio italiane tormentava la voce di Caparezza che, su un sound tarantesco, cantava “Vieni a ballare in Puglia”, dove ballare significava “morire” e con molto sarcasmo e pochi doppi sensi denunciava i problemi della sua regione, dall’inquinamento industriale al lavoro nero. Una descrizione estrema, dura e cruda, che lasciava poco spazio ad immagini positive. Effettivamente, la Puglia non è una regione facile e anzi contiene in sé il fascino del paradosso già nell’aspetto: circondata dal mare, ha un terreno dall’aspetto brullo ed arido per il mio occhio collinare toscano. E’ come una madre/matrigna che allontana i propri figli spingendoli a cercare lavoro in tutta Italia, ma tenendoli legati a sé col richiamo del sangue. E’ una bella donna del Sud, piena di colori intensi, non domabile e forse distante e distratta, ma quando volge lo sguardo su di te è ricca e generosa. Una bella donna con cui si può stare, ma che sai per certo che non sarà mai veramente tua. Eppure c’è chi nonostante tutto in questa donna crede e persegue i propri obiettivi senza lasciarsi scoraggiare dalla terra e dai suoi problemi, qualunque essi siano. Ed è la determinazione la caratteristica di Francesco Liantonio, proprietario insieme ad Alessandra e Gianricco dell’Azienda Vinicola Torrevento, a Corato (provincia di Bari), come io e gli altri ospiti abbiamo potuto constatare partecipando ad una verticale di suoi vini.

Sorvegliata dall’imponente struttura federiciana di Castel Del Monte, lo storico e celeberrimo maniero di Federico II di Svezia (1194-1250) dalla pianta ottagonale ed avvolto da leggende esoteriche, l’azienda si estende per un totale di 197 ettari di vigneti di proprietà nel Parco Rurale della Murgia, nome che deriva da Murex, pietra aguzza. L’altopiano è formato essenzialmente da rocce calcaree, e caratterizzato dalla profondità della roccia freatica che permette un ottimo rifornimento d’acqua tramite l’utilizzo dei pozzi anche nei periodi di maggiore siccità.

La particolare natura del suolo conferisce buona robustezza alle uve, e rendendo i vini da uva a bacca rossa di buona finezza e adatti all’invecchiamento. Uno dei vitigni più coltivati nelle Murge è il nero di Troia: il nome ne svela le origini asiatiche legandolo al leggendario eroe greco Diomede che, al ritorno dalla guerra, avrebbe portato con sé i primi tralci di vite piantandoli poi sulle rive dell’Ofanto. Naturalmente, di leggende sulla sua origine ce ne sono tante, come le vicende legate alla sua diffusione nella regione. Anche se solo nel 1877, grazie a Giuseppe Di Rovasenda, se ne ha la prima descrizione organica. Dopo quel periodo, il nero di Troia è sempre stato visto come uno tra i più importanti vitigni pugliesi per la produzione di vini da taglio, relegato spesso ad un ruolo secondario, per quanto determinante, per la “costruzione” di un ottimo vino.

Sarà perché i viticoltori pugliesi erano influenzati da un senso di sfiducia che vedeva eccellere altre regioni nel panorama vinicolo, sarà per motivi economici, ma il vino ricavato dal nero di Troia ha trovato il suo ruolo da protagonista soltanto negli anni ’90 del secolo scorso anche grazie alla “pazzia”, se così la vogliamo chiamare, di Francesco Liantonio, che ha creduto nelle potenzialità di quel vitigno che in sé raccoglieva tutto quello che gli sta a cuore. Insomma, riscoprire un vino per rieducare l’uomo al rispetto del territorio, delle tradizioni e dei valori che spetta ai pugliesi stessi rispettare. Del resto, l’amore per la sua terra e per il vino è qualcosa che gli nasce dal sangue. Già il nonno, che all’età di otto anni era stato mandato negli Stati Uniti da parenti anch’essi immigrati alcuni anni prima, a 26 anni era tornato credendo nelle potenzialità della sua Puglia e comprando la contrada di Torrevento dette inizio all’esperienza vinicola di famiglia che arriva fino ai giorni nostri. E anche per far capire a livello nazionale che la Puglia non è solo il tacco di uno stivale. Per far questo l’azienda ha puntato su una intensa coltivazione dei vitigni autoctoni, come aglianico, bombino nero e bianco, pampanuto, fiano minutolo, bianco d’Alessano, moscato bianco, e in alta percentuale, appunto, nero di Troia da cui Torrevento ricava il Castel del Monte DOC Riserva Vigna Pedale, in purezza già nel 1996.

Accolti dalle pareti della cantina con mattoncini a vista, abbiamo potuto essere protagonisti di una verticale del vino che, dalla prima annata arrivava fino al 2008. Dopo una breve presentazione da parte del dottor Liantonio e delle riflessioni più tecniche e settoriali dell’enologo Massimo Di Bari sull’evoluzione della tecnologia impiegata nel tempo per la vinificazione e l’affinamento, abbiamo iniziato il nostro assaggio. Naturalmente descrivere tutti i vini sarebbe impossibile, perciò parlerò di quelli che maggiormente attiravano l’attenzione.

L’annata 1997, ottima anche dal punto di vista climatico, presenta all’analisi visiva un colore rosso molto intenso e all’olfatto ancora aromi di ciliegia e frutti rossi. Fine ed elegante sia al palato che al gusto, il vino è alla seconda uscita, e presenta perciò ancora i tratti di una lavorazione semplice, con affinamento solo in cemento e in bottiglia. Nonostante il tempo e la tecnica di vinificazione ed affinamento non avanzate, il vino non teme lunghi invecchiamenti, mantenendosi avvolgente al palato ed aprendosi anche al gusto con un bouquet di frutta rossa su cui si avverte di nuovo la ciliegia e un caratteristico sentore erbaceo. L’annata 2001 segna un forte cambiamento: c’è un primo utilizzo della barrique che smorza i toni di peperone verde tipici del vitigno eliminandone così gli aspetti più spigolosi sia al naso che al palato. Naturalmente, essendo un esperimento, il passaggio in barrique era stato breve e ciò ha permesso al vino di mantenere una certa vivacità e freschezza floreale al naso che si smorza un po’ in bocca; appare un vino in crescita dove l’interazione tra il tannino del legno e quello del vitigno ha come risultato la perdita delle note verdi a favore di una maggiore eleganza.

Con gli anni aumenta il passaggio in barrique fino poi ad arrivare con l’annata 2004 all’affinamento in botte grande di legno sloveno per almeno 12 mesi. Di colore rosso carico, in questo vino l’influenza del legno è meno invasiva, smussa le spigolosità delle note erbacee, che ancora presenti conservano la cifra espressiva del vitigno. L’aromaticità del frutto si avverte comunque, aprendosi con una preponderanza della ciliegia e della mora. Nell’annata 2005 si avverte una maggiore consapevolezza nell’uso del rovere. Il vino, di un bel rosso carico e brillante, conserva sia all’olfatto che al gusto la vivacità e la freschezza di note floreali e di frutti rossi. Qui il legno si percepisce attraverso i sentori di liquirizia e di affumicato che equilibrano le note più fresche rendendo il vino morbido e avvolgente al palato. Sicuramente un vino più armonico e maturo, meno legato dai tannini rispetto al 2004.

Molto interessanti poi le annate 2006 e 2007, entrambe molto calde, ma alle quali il vitigno ha reagito in modo ottimale anche se diverso, benché le tecniche di vinificazione e affinamento siano rimaste invariate. Come ben si sa, il nero di Troia riesce a contrastare l’aridità sia per le sue caratteristiche, sia per il terreno calcareo. Perciò le annate particolarmente calde non sono un problema per realizzare una buona vendemmia. La Riserva del 2006 è un vino che in bocca risulta essere molto avvolgente, sa di frutta matura ma non confetturatata, e dalla fresca ciliegia si passa a una più intensa amarena, ed alla mora. La Riserva 2007, invece, ritorna ad essere più fresca, si avvertono maggiormente sentori erbacei ed aromi fruttati più vivi che nella precedente. Questo non la priva di armonia ed avvolgenza in bocca, ma la discosta un po’ dalla 2006. La summa delle due annate si trova infine nella Riserva 2008, dove ritorna l’armonia tra le caratteristiche verdi e fruttate del vitigno e i sentori di affumicato del legno, si avverte una bella rotondità ed un equilibrio tra acidità ed alcolicità che la rende sicuramente gradevole e ne fa presagire la buona evoluzione nel tempo.

Questa disomogeneità delle diverse annate non deve far rimanere perplessi, perché si sta parlando di un vitigno molto particolare, che, benché abbia un’ottima resa, rimane sempre un vitigno non semplice, dai sapori intensi, forse alle volte pungenti e da smussare; e ciò che lo rende particolare è anche la sua imprevedibilità, e di come spesso possa lottare contro la stessa tecnologia che lo aiuta a farlo evolvere. Ecco perché l’impegno dell’azienda Torrevento è sicuramente molto forte e non lascia niente al caso: per un vitigno come questo ci vuole molta determinazione che spinge all’innovazione dei procedimenti e degli strumenti. Ed è così che l’azienda si avvale di pannelli fotovoltaici per la produzione dell’energia nel rispetto dell’ambiente e di nuove macchine per la pulitura del mosto.

Il giovane enologo Massimo di Bari, che lavora per l’azienda ormai da dodici anni e da quattro è responsabile della lavorazione, ci ha mostrato un particolare macchinario per la filtrazione sottovuoto composto da un enorme tamburo rotante e sul quale si poteva vedere una sottile patina color porpora. Il tamburo ha all’interno una vaschetta di convoglio per il mosto e viene pressurizzato con l’azione del vuoto. Il mosto viene aspirato attraverso il pannello e rilascia così delle sostanze di scarto uscendone pulito permettendo di raccogliere solo ciò che interessa.

L’azienda Torrevento, però, non vuol dire solo Vigna Pedale. Dopo la verticale e la visita in cantina, è stato possibile fare una visita anche all’azienda agricola e ai suoi vigneti. Dopo un breve viaggio in calesse, siamo arrivati nel cuore dell’azienda dove, tra i vari animali da fattoria, abbiamo potuto conoscere i cavalli di razza murgese che fanno parte del centro ippico gestito dall’azienda.

Le origini della razza, tipica dell’Altopiano della Murgia, sembrano risalire al XIII secolo, cioè a Federico II che grazie alla sua passione per i cavalli selezionò e allevò i migliori esemplari, soprattutto perché grazie alla loro resistenza fisica erano i più adatti per la caccia al falcone, altra grande sua passione. Il clima delle Murge, caratterizzato da inverni particolarmente rigidi, e da estati caldissime hanno conferito a questa razza la grande robustezza che la contraddistingue. Anche la resistenza alle malattie è notevole: le affezioni organiche, quali la bolsaggine e le malattie intestinali, sono praticamente sconosciute in questi cavalli, mentre la forte costituzione scheletrica e muscolare è completata anche da un’epidermide spessa che svolge una importante funzione protettiva contro le punture d’insetto e la vegetazione spinosa. Naturalmente, sempre sotto l’influsso delle passioni federiciane, l’interesse per i cavalli si equipara a quello per i rapaci e la falconiera non presenta certo razze meno interessanti, soprattutto una bellissima Poiana di Harris che ha guardato con aria perplessa quello strano gruppo di persone sconosciute che non facevano altro che emettere suoni di stupore. La tradizione della falconeria, come già detto, risale a Federico II di Svezia aveva fatto della sua passione della caccia col falcone quasi un culto e per definire i sistemi di allevamento e di addestramento delle razze allora esistenti scrisse il trattato De Arte Venandi cum Avibus. E la stessa cura e amore lo abbiamo ritrovato nel centro, anche se adesso i rapaci vengono solo utilizzati per piccole dimostrazioni e non più per la caccia.

Parlare però dell’Azienda Torrevento vuol dire però anche parlare di vino a 360°, soprattutto perché l’impegno nella promozione del territorio non si limita solo al nero di Troia e soprattutto non solo ai vigneti di proprietà. Infatti, oltre ai 197 ettari, ne detiene altri 203 sparsi per il territorio pugliese tramite l’accordo con alcuni produttori per il controllo e l’acquisto di uve atte alla produzione di altre tipologie di vino. Tra questi il Salice Salentino DOC Rosso Riserva Sine Nomine 2006, composto per il 90% di negroamaro e per il restante 10% di Malvasia Nera. Vinificato con una lunga macerazione, viene affinato prima per sei mesi in acciao per poi passare alla botte di rovere per 12 mesi. Si presenta di un bel rosso rubino, molto fruttato all’olfatto con bouquet pieno ed armonico. In bocca ha buon corpo, conferma bene gli aromi dell’olfatto anche se stemperati in bocca dal passaggio nel legno. Il gusto rimane armonico, sapido ed equilibrato.

Tra i bianchi, abbiamo potuto assaggiare il Castel del Monte DOC Pezzapiana 2011, composto da due vitigni autoctoni, bombino bianco per il 70% e per il restante 30% pampanuto. Il vino, affinato per tre mesi in acciao prima di essere imbottigliato, presenta un colore giallo intenso e all’olfatto si apre in un bouquet molto elegante e delicato, nel quale si percepiscono netti i sentori di fiori di campo. In bocca il vino risulta avere un’acidità molto equilibrata ed un gusto rotondo con note di frutta esotica. E naturalmente, nella patria dei rosati, non potevamo non assaggiare il Castel del Monte DOC Primaronda 2011, un rosato ricavato dall’autoctono bombino nero per l’80% e da montepulciano per il 20%, vinificato a pressatura soffice con fermentazione a temperatura controllata. Il vino prima di essere imbottigliato viene affinato in acciaio per quattro mesi e all’esame visivo presenta un colore rosa molto intenso, mentre al naso si offre con l’armonia e l’eleganza di aromi molto fruttati dove si percepisce una delicata frutta rossa. Al gusto risulta pieno, di ottima acidità ed equilibrio tra aromi fruttati e floreali. E’ un vino molto adatto a carni bianche, minestre e formaggi, ma sicuramente capace di affrontare anche qualche piatto più elaborato ed impegnativo.

Da ultimo, come in ogni buon pasto, lasciamo il Dulcis in Fundo, che in questo caso non è un modo di dire, bensì è proprio il nome del moscato di Trani prodotto dall’azienda. Il moscato di Trani è una delle uve più antiche di Puglia, tanto che intorno al 1000 i Veneziani ne facevano già commercio. Nel ‘500 poi il viaggiatore Fra’ Leandro Alberti, autore di una monumentale Descrottione dell’Italia, lo aveva apprezzato definendolo “tanto eccellente ch’è cosa molto delicata da gustare”. E l’Azienda Torrevento ne ha sottolineato la delicatezza del vino con la stessa l’etichetta, definendolo come la conclusione perfetta del pasto. E anche di una degustazione, ovviamente. Il vino si presenta all’esame visivo con un magnifico giallo dorato e abbastanza consistente ed archetti corposi e densi. Al naso si apre con un bouquet intenso ed elegante, un’aromaticità complessa dove al caratteristico profumo dell’uva moscato (fiori gialli come acacia, tiglio, ginestra) e sentori di frutta tropicale si uniscono eleganti note agrumate e un finale di mandorla. Al palato si avverte una lieve sensazione calorica, ed una nota di arancio leggermente amara al retrolfatto. E’ un vino piacevolmente intenso, con un’ottima persistenza, fine ed armonico che ben si sposa con i dolcetti di pasta di mandorle e pistacchi tipici della zona.

Dopo aver gustato i sapori e le bellezze culturali del luogo, la giornata si è conclusa con i saluti di rito, anticipati prima da un buffet ricco di prelibatezze pugliesi che solo per descriverle ci vorrebbe un’altra pagina. Però purtroppo alle volte anche lo spazio è tiranno come il tempo. E’ stato comunque bello concludere la nostra visita con l’assaggio degli stessi vini che ci erano stati presentati durante il giorno per poterli nuovamente valutare e gustare in modo più informale. L’unica piccola lacrima mi è scesa quando ho scoperto che purtroppo ancora non producono grappe proprie, anche se nei progetti si sente profumo di distillato. E ci possiamo credere, perché la determinazione di questa azienda, la stessa della sua terra, non potrà fare altro che farla andare avanti con nuove idee e nuovi prodotti, proiettandosi verso il futuro senza dimenticare il suo passato.

Strada provinciale 234 ex ss 170, Km 10,600
70033 Corato (BA)
Tel. 080-8980923
info@torrevento.it
www.torrevento.it

 

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