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Chianti Classico Docg 2009 – Le Masse di Lamole

Sottozona/cru: Lamole – Greve in Chianti (FI)

Vitigni: sangiovese; canaiolo

Data assaggi: novembre 2011

Il commento:

Vispo ‘sto rubino, di una integrità tutta giovanile. E pimpanti i profumi, che emergono con generosità, voluttuosi di amarena, visciole e giaggiolo. Appena sfumati da liquirizia e alloro. Compatti, freschi, intensi, la loro “attitudine” fruttata si manifesta cordiale e slanciata, senza pesantezze, come Lamole insegna. Su tutto gioca la franchezza, che è poi la sua cifra.

Al gusto una schiettezza e una nonchalance persino imbarazzanti. Capisci il suo linguaggio essere quello della autenticità, con le sue belle inflessioni dialettali. Resti basito dalla fiera dignità di vino quotidiano, finto-semplice, gastronomico. Ti piaceranno la croccantezza del suo frutto, la compiutezza, la concretezza senza fronzoli. Per realizzare che mai come in questo caso il fil rouge che lo lega alla sua terra resta fisionomia condivisa. La riconoscerai infatti già nei vini dei primi poggi di Castellinuzza, o in quelli di Casole, su su fino alle Volpaie. Sì, questo Chianti è figlio legittimo di Lamole, della nuova Lamole salvata dall’oblio da un gruppuscolo di vignaioli caparbi. Una Lamole che volta pagina pescando a piene mani nella storia che fu, tramandata in silenzio dalla arenarie, dal vento e dalle vertiginose altitudini dei luoghi (alle Masse siamo a 650metri slm!), conservata in vita fino a noi da secolari terrazzamenti e tenaci alberelli.

A 10 euro o giù di lì, oltre al vino, una storia bella da raccontare.

La chiosa:

Anna Maria Socci e il marito Giuliano Macinai hanno affidato a un giaggiolo la speranza di poter perpetuare la loro storia contadina. Una storia piccola e maestra, che affonda le radici cento anni più addietro e conta generazioni di Socci ostinatamente viticoltori. Alla fine degli anni ’60, nel giro di un lustro, Lamole aveva perduto quasi tutta la sua gente, che aveva deciso di andarsene. Emilio Socci restò, non cedette. Né la sua piccola azienda né le sue uve né la sua vita semplice. L’amore incondizionato per quei terrazzamenti e il desiderio di non snaturare i propri frutti facendoli confluire nelle cantine sociali non gli hanno evitato la sofferenza economica ma gli hanno permesso quantomeno di vivere una vita senza sensi di colpa. O così immagino io. Il vino, il suo vino, da sempre venduto sfuso in damigiana, non riusciva più a mantenere una famiglia. Fu allora che gli venne in soccorso il giaggiolo. O meglio, un mare di giaggioli, da quando decise di iniziare congiuntamente la coltivazione del celebre fiore di Firenze. La piccola gloriosa azienda così resistette.

Nel 1999 Anna Maria, figlia di Emilio, dà un impulso decisivo all’attività vitivinicola decidendosi per l’imbottigliamento. Grazie al fondamentale aiuto di Giuliano, uomo di vigna e anima tecnica della cantina (ma quanta inadeguatezza nella parola “tecnica”, qui!), i centenari alberelli di Lamole stanno rivivendo una seconda giovinezza. Sei ettari di vigna, enologia all’antica, uve bianche mischiate alle uve nere (non nel Chianti Classico ovviamente, che è proibitissimo!) e botti di castagno sono al servizio di vini non filtrati dal piglio artigianale, a cui spesso e volentieri contribuisce la pratica del “governo” alla toscana. Su ogni etichetta c’è un giaggiolo, pensa te. A futura memoria di chi non mollò e per il fiore che ne resse le sorti. Ché in fondo -dico io- il vino è fatto per ricordare, non per dimenticare.

Sembrerà strano, ma più ci penso e più me ne convinco: il futuro del Chianti passa da qui, dalla struggente naturalezza di questa “genia” di vini. Dai piccoli gesti recuperati, dalla pragmatica ingenuità di questa gente, dalla sopraggiunta consapevolezza di avere a che fare con un valore inestimabile troppo a lungo sottaciuto, come un territorio “parlante” a due passi dal cielo. Perché restituire un senso ad un territorio agricolo è gesto etico per eccellenza, è rispetto degli altri più che per se stessi, è generosità senza prezzo. E tutto questo il futuro lo sa.

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