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Diario di Bordò: Bordeaux Primeurs 2010 Experience. Pauillac, a due passi dall’oceano

Temi: Delta blues – In rassegna: Pauillac 2010 – Gita scolastica/1: Mouton-Rotschild – Gita scolastica/2: Lafite-Rotschild – Come in una Boule (d’Or).

Delta blues

BORDEAUX (FRANCIA) – Pauillac è una macchia color bianco sporco sulla fedina della Gironda, un imbarcadero stanco sotto il sole atipico e implacabile d’aprile, un attracco del caso per la malinconia. Ci sono poche chiatte ad inventarsi una rotta oggi, e solitarie gomene attorcigliate su se stesse come serpi dormienti, senza più prede (o barche) da trattenere. Di fronte alla lunga promenade, che tenta di lusingarti con la sua infilata di palazzi storici, ci sta una distesa liquida placida e limacciosa, più grigia che azzurra, a disegnare il delta. Vago odor di Mississippi. Pauillac eppure conserva ancora il suono del grande fiume. Ma è un suono retrò, che fa fatica a rinnovarsi. Nelle stradine del centro storico misuri per davvero le distanze: fra la sfarzosità della campagna attorno, grazie agli inarrivabili château e ai vigneti-gioiello, e l’indolenza disincantata e distratta del paesello.

Ci sono diverse attività che chiudono o intendono affittare, bar che aspettano senza entusiasmo stagioni migliori. Dello strategico, fiorente porto di un tempo solo la parvenza. Il nome di questa cittadina resta indissolubilmente legato a una delle denominazioni vinicole più prestigiose al mondo, eppure pare che nessuno qui ormai ci faccia caso. Pare che non conti più. Pauillac ti lascia con un’ombra strana nei pensieri, contraddittoria e inquieta. E’ qualcosa che è stato e non è più. E ciò che vedi oggi non pensi affatto che sia meglio di ieri. E’ crudo racconto visivo, ferita senza sangue. L’oceano eppure è a un passo: forse l’anima e i cambiamenti di quella gente stanno a largo, chissà. Io ho camminato qualche ora per le strade di Pauillac. La cosa che ho sentito più di tutte sono stati i miei passi, cadenzati e pesanti lungo il selciato. E’ stato l’ultimo mio giorno nel Médoc. Un silenzio assordante. Da Pauillac son tornato direttamente a casa, senza sosta alcuna. La distanza che ho messo fra me e lui ha raggrumato in fretta la strana inquietudine di quel giorno. Dopo un attento lavaggio se n’è venuta via.

In rassegna: Pauillac 2010

A conti fatti, e a vini ormai bevuti, potrei dire che Pauillac non è forse una denominazione “metronoma” e “perfezionista” come Saint-Julien (leggi qui), ma quanto a vertici e picchi espressivi non è seconda a nessuno. La storia parla per lei, d’altronde. Così, ancor oggi, la flemma, la nobile austerità, la forza comunicativa e la viscerale terrosità dei suoi migliori esemplari decretano un privilegio difficilmente controvertibile. E’ da queste parti che più spesso ti vien da parlare di razza. E se dalla rassegna di suggestioni riportate qui sotto si possono rintracciare di già campioni e prim’attori (ma la prestante fisicità dei Pauillac chiede tempo e bottiglia per trovare armonizzazioni e sfumature), a maggior ragione il discorso fila se teniamo conto che fan parte della denominazione “piccoli château marginali” come Latour, Mouton-Rotschild e Lafite-Rotschild (dei quali ultimi parleremo più avanti in specifico), ovvero tre dei sei straceleberrimi 1er cru della galassia bordolese. Tutto questo per dire che a Pauillac, a due passi dall’oceano, nella dilatazione fisica ed emozionale del delta girondino, si coltivano personalità e carattere. Di più, a dichiarata predominanza “cabernettosa”. E’ passato anche del tempo, eppure le mappe del vino che conta si ostinano ad individuare qui gli approdi più esclusivi.

Batailley 2010 – La cadenza matura nel frutto tende ad affaticare il quadro aromatico, rendendolo statico e svogliato. L’amalgama incerto e la poca direzionalità restituiscono l’immagine di un vino da sdilinquirsi, da schiarirsi. Un campione poco convincente, o forse -più probabilmente- solo sfortunato.

Clerc-Milon 2010 – Doppia conferma per questa etichetta (assaggiata sia in comparata che in solitudine a Château Mouton): frutto di impeccabile maturità e intrigante coté speziato/balsamico. Bella spinta sul palato per un vino saporito, coeso, deciso. Stria sapida incisiva, gran tannino, freschezza e solidità. Mi sarà piaciuto?

Croizet-Bages 2010 – Grezzo e da rifinire al naso, assai meglio va al palato: coordinato, compiuto, tonico, anche se il tannino picchia duro irrigidendone lo sviluppo.

D’Armailhac 2010 – Anche in questo caso doppio assaggio (grazie a Mouton) e fisionomia acclarata: la cupezza aromatica in odor di inchiostro & radici si dirada ben volentieri al gusto, che colpisce per agilità (più che per complessità), portamento e fierezza. Si farà rispettare.

Grand-Puy Ducasse 2010 – Qualche spunto lattico a infastidire. Frutto maturo e concentrato, trazione anteriore e legno che si impiccia fin troppo degli affari altrui. Non fa della scioltezza e della naturalezza espressiva la sua bandiera. Come suol dirsi: “ ha materia, e tanta”, ma trama e pertugi son di là da venire.

Grand Puy Lacoste 2010 – Naso caloroso e tendenzialmente “largo”, stemperato per fortuna dai sentori di viola. Levigato, quasi pettinato al palato: una tattilità fin troppo “cercata” per un vino di tecnica e consapevolezza, a suo modo ineccepibile ma anche poco incline alla scossa emozionale. Nel guado.

Haut-Bages Libéral 2010 – Naso svagato, che non si decide a imboccare una strada. Bocca pastosa, farraginosa, tanto che il dubbio ti assale: campione out?

Lynch-Bages 2010 – Il rovere versione de luxe, il frutto marcato e ben maturo, l’assetto aromatico compatto/compresso porterebbero d’acchito a pensare a un vino muscolare, smaliziato e ben confezionato. E invece al gusto ne coglierai sostanza e ragioni, che ti indicheranno altre strade: sviluppo in scioltezza, trama e contro-trama, intensità e sapore. E una bella levigatezza tattile. Crescerà, e crescerà bene.

Lynch-Moussas 2010 – Note caffeose e officinali annunciano un profilo selvatico e apparentemente irriducibile ai compromessi dell’equilibrio. La vena erbacea a dire il vero non deborda mai, anche se appare più evidente che non negli altri campioni del parterre. Ci stanno intensità e vigore, quelle sì; quanto a finezza, si porta appresso il punto interrogativo.

Pichon-Longueville 2010 – Ecco qua un Pichon Baron fresco e sensuale che è tutto dire. Racé, mi suggeriscono i transalpini. Visceralmente balsamico e terroso, i suoi tannini si scioglieranno in sale, lo sento. Sotto l’egida di una timbrica elegante, un Pauillac che scuote e promette: un ottimo vino.

Les Tourelles de Longueville 2010 – Second vin di Longueville, così come il fratello maggiore lascia emergere una freschezza tutta virata sul registro balsamico e una salutare agilità. Energico e vigoroso, chiude in scioltezza su un tannino leggermente crudo.

Pichon-Longueville Comtesse de Lalande 2010 – Dopo la gita scolastica allo Château (leggi qui) eccomi di nuovo alle prese con Pichon Comtesse ’10: “corolla” balsamica e fine ricamo speziato, intensità gustativa, un briciolo di disidratazione nel frutto (sensazione alcolica) ma bel componimento d’assieme, come cru e blasone insegnano. Un valore sicuro, e un nome che di più belli non ce n’è.

Pontet Canet 2010 – Frutti più rossi che neri qui, ed una espressività calda, avvolgente ma mai “calcata”, mai sbandierata. Mi colpiscono la scorrevolezza, la naturalezza nell’eloquio, l’introspezione, il tannino che vibra. Da uno degli château più sensibili alle ragioni della viticoltura ecosostenibile (peraltro oggetto di una visitina) un Pauillac di calibro e misura, giocato sulle mezze tinte, che lascia solo immaginare.

Gita scolastica/1: Mouton-Rotschild

Son sicuro che nel dispersivo, affascinante giardino di Mouton si celava ben più di un bodyguard quel giorno. D’altronde la logistica studiata al millimetro, i passaggi obbligati, il galateo dell’accompagnamento (alleggerito dai volti giovanili e simpatici degli accompagnatori), la litania delle autorizzazioni, fino ad arrivare alle esclusive navette (aggeggi meccanici su ruote tipo quelli che si vedono nei campi da golf ) per traghettarti nelle sale degustazione (nulla da fare, non potevi andarci a piedi) facevano pensare ad un prezioso caveau più che a una cantina. Nel frattempo la “mitica” Baronessa Philippine, seduta sullo scranno di un salone agghindato come dio comanda, riceveva gli immancabili saluti riverenti con cadenza da catena di montaggio post-fordista: uno ogni venti secondi. Lei elargiva sorrisi, scambiava parole. Sapeva come non mettere a disagio malpensanti, timidi e borghesi. Lì per lì ho pensato pure ad una foto. Poi ho ripiegato sui più accomodanti montoni, da tempo immemore simboli della casata. Uno sguardo dal vetro alla scenografica barricaia ed eccoci finalmente coi bicchieri in mano. E se di Clerc Milon e D’Armailhac (possedimenti più recenti dei Rotschild) vi ho già parlato sopra, e se il celebre cadetto Le Petit Mouton 2010 si è fatto apprezzare per la carnosità, la verve, la precisione tutto men che chirurgica nello sviluppo gustativo, di lui, di Mouton-Rotschild 2010 intendo, mi ha colpito la monumentale prestanza, la virulenza finanche selvatica, la mancanza di ghirigori e moine, i modi energici, maschi, sprezzanti. Un vino in fieri, potente e deciso, di interminabile lunghezza ed elettiva sapidità, che si tiene ai margini dell’eleganza fondando il suo appeal sulla presenza scenica, una presenza scenica tutta di sostanza, di attributi reali, senza infingimenti o titubanze. Come a dire: “io sono io, e voi non siete un …….”.

Gita scolastica/2: Lafite-Rotschild

Da Mouton a Lafite è un attimo, se penso alla distanza fisica che divide i due château. Se invece penso allo stile dei vini la distanza si dilata un pochettino. Se infine penso alla massa di cinesi che senza soluzioni di continuità si ritrovano a Lafite e a schiera unita si recano nel salone delle degustazioni, la distanza conta anche di più: Lafite è mito per eccellenza (ormai raggiungibile) per l’ingordo mercato cinese. Chi l’avrebbe mai pensato, riso alla cantonese e Lafite?!

Tornando a noi, mi è piaciuto molto il modo di fare del direttore generale, molto understatement, pratico, simpatico, alla mano. Evento raro da queste parti. Rispetto al bon ton distaccato e alto borghese che mi sarei atteso, quella atmosfera cordiale mi ha predisposto all’ottimismo e rilassato; per cui posso aver anche esagerato nel giudizio su ciò che sono andato ad assaggiare da lì a poco. Eppure non posso negare la meraviglia già a partire dal vino cadetto: Les Carruades 2010 è una bomba a orologeria di piacere e signorilità; serioso, terroso, pimpante, profondo, sinuoso. Mamma mia che goduria! E ottimamente proporzionato mi è parso pure Duhart Milon 2010, che a fronte di un naso reticente sfoderava una progressione, un garbo, un’eleganza da non sottovalutare, soprattutto se inquadrate in prospettiva. Infine Lafite 2010, con cui chiudiamo il giro di giostra. E’ la seducente profondità dei frutti di bosco, l’ineccepibile manifattura, la perfezione formale & sostanziale a sorprenderti e a farti rabbia. E’ cosa bella da masticare, ecco cos’è, da far bene ai sensi e accarezzare il cervello. Sensualità, dolcezza tannica e freschezza acida, tutte insieme, tutte qui. Quasi è riuscito a farmi dimenticare l’indimenticabile, ossia il prezzo. Quasi è riuscito nell’impresa di distogliermi da quel noise, dalla nota dissonante in mezzo a tanta armonia. Poi ho anche pensato – con amaro sarcasmo – che forse è meglio così. Meglio non avere a portata di mano (di portafoglio) armi improprie di tal fatta. Il mondo è pieno di pazzi, sapete com’è, e qualcuno potrebbe pure pensare di maneggiarle a piacimento, senza licenza!

Come in una boule (d’Or)

A Moulis en Médoc il verde è verde. I colori delle cose trasmettono volentieri luce e i contrasti appaiono più netti. E’ bello guardarsi attorno. A Moulis c’è una chiesa romanica che non scherza, vanto di una piccola comunità. Volando più basso, a Moulis c’è un piccolo ristorante il cui nome è La Boule d’Or. Io e i miei incredibili ciceroni, Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili, abbiamo trascorso lì l’ultima serata nel Médoc. All’indomani, dopo il passaggio mattiniero a Pauillac, ci avrebbe atteso il lungo ritorno. Quella sera è successo qualcosa, qualcosa di non propriamente inatteso ma in qualche modo confortante. A La Boule d’Or non si è consumata soltanto un’ottima cena. Abbiamo respirato, in un modo perfino difficile da spiegare, una scanzonata, bella amicizia, assieme a un’aria tiepida e rinfrescante che non vi dico. Sapete quando tutto torna, quando tutto scorre, quando basta un gesto, un ammiccamento, una parola, e non serve nient’altro? Ecco, ci siamo proprio sentiti come in una boule, ovattata contro i rumori e i fastidi del mondo. Apparentemente, e finalmente, sereni. Abbiamo riso e pensato. Nel silenzio fatato della notte médocaine, la scansione ispirata, mandata a memoria, di un canto dantesco da parte di Fabio è stata l’ennesima manifestazione di una personalità obliqua, sensibile e straordinaria. L’incredibile bontà del vino che abbiamo bevuto – generoso dispensatore di vibrazioni sapido-terrose, tanto da farmi ricordare un maturo Chianti Classico di sponda gaiolese- ci ha messo del suo per favorire l’immedesimazione. Per quella notte, e per le altre a venire, non ci sono state storie: la palma al nome più evocativo du mond entier se l’è beccata lui, il piccolo grande Moulis compagno di una sera. Millenovecentonovantanove il millesimo: undici anni ben portati, direi. Anzi, ancora da crescere. Il suo nome? Chasse-Spleen, pensa te. Scaccia malinconie….. Allo “ scacciatore di malinconie” affido il ricordo mio più bello. E il compito arduo di propiziare un futuro sereno a chi non lo è, oggi che mi ritrovo a scriverne e che un altro anno se ne sta faticosamente per finire.

Precedenti puntate: Premesse (o conclusioni) ; Haut Brion e i suoi fratelli; Ritornare bambini a Le Lion d’Or ; Cari, vecchi mostri del Médoc ; Tourner à droite: Saint Emilion 2010; Mondo Margaux/Yquem a teatro; Orologi svizzeri? No, Saint-Julien

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