Terre di Toscana 2012. Ritratti/4: profili di “costa”. Lucca, Pisa e Livorno

Di • 2 feb 2012 • Rubrica: diVini, Il vino in dettaglio 3 commenti
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Stavolta i nostri piccoli flash d’autore lampeggiano sulla costa toscana. A tratteggiare i protagonisti di Terre di Toscana 2012 che arrivano dalle provincie di Lucca, Pisa e Livorno. Segnatamente dalle Colline Lucchesi e da Montecarlo, da San Miniato, Riparbella e dalle colline Pisane, da Bolgheri e dalla Val di Cornia. Parterre ricco e motivato questo qua, pieno zeppo di qualità. E di cose da dire, ovviamente. Insomma, un parterre “tutto da bere” e tutto da conoscere!

Argentiera

Progetto ambizioso quello della famiglia Fratini in terra di Bolgheri, che annovera oggi circa 60 ettari di vigneto piantati con varietà “franciose” nel primissimo entroterra di Donoratico e una rosa di etichette tirate a lucido, ovviamente di imprinting bordolese-mediterraneo, che già hanno dimostrato di saper contare nell’ambito della denominazione.

Caiarossa

Interessantissima realtà della provincia di Pisa, segnatamente di Riparbella, Caiarossa fin dagli esordi (2000) ha optato decisamente per un approccio biodinamico alla campagna. Oggi appartiene al facoltoso imprenditore olandese Eric Albada Jelgersma, già proprietario di reputati château bordolesi in zona Margaux (Du Tertre e Giscours). Nonostante la fantasiosa palette costitutiva, il carattere solare e mediterraneo del cru riesce ad emergere con continuità e personalità, non di rado in modo sorprendente. Da qualche stagione in qua si uniscono ai rossi un polposo bianco e un intrigante vino dolce.

Campo alla Sughera

Sempre centrati e puntuali nella caratterizzazione aromatica e gustativa, i vini della cantina del gruppo Knauf si vanno distinguendo con merito nell’affollato contesto bolgherese, tanto più da quando il parco vigneti sta “attraversando” l’età matura. E se Arnione resta il portavoce di questa vocazione, il nuovo cru Campo alla Sughera pare intenzionato a rimpaginare in suo favore le gerarchie aziendali.

Casa di Terra

Storia assai comune, qui a Bolgheri, quella della famiglia Frollani: origini marchigiane, sapienza antica di orticoltori “esportata” negli anni ’50 sulla costa livornese, fino a quando le generazioni nuove non hanno inteso cogliere l’opportunità della denominazione Bolgheri, orientando tutta la produzione agricola a vigneto. Siamo nel 2001. Realtà recente quindi, dal punto di vista enologico, ma con idee ambiziose in testa. E mentre sta prendendo forma una scenografica cantina fra macchia e mare, la composita schiera dei vini della casa  lascia trapelare doti di affidabilità che non potranno non trovare spunti migliori  – in profondità, in complessità – grazie alla sopraggiunta maturità del vigneto.

Castello di Bolgheri

Con vigneti ben inseriti nella parte storica del territorio di Bolgheri, l’azienda della famiglia Zileri Dal Verme va distinguendosi sempre più grazie a vini la cui personalità esubera e di molto le classiche coordinate organolettiche dei rossi di ispirazione bordolese. Non solo cura formale quindi, non solo frutto maturo e pienezza di gusto, ma una capacità di dettaglio e una grana tannica da far drizzare le papille. In crescita.

Cosimo Maria Masini

Scommessa forte quella di Cosimo Maria Masini nella sua San Miniato: disegnare vini non banali, “via dalla pazza folla”, secondo l’egida di una viticoltura biodinamica. Ciò che si traduce oggi in bianchi macerati sulle bucce e in rossi dalla espressività calda e fruttata. La strada è stata tracciata.

Fattoria Colleverde

Da un viticoltura attenta agli equilibri ambientali ecco qua dei rossi grintosi, viscerali, mai banali, che fanno della forza espressiva e del deciso grip tannico il loro tratto distintivo. Il particolare microclima dell’alta collina di Matraia, nei pressi di Lucca, consente però a Piero Tartagni di ben caratterizzare anche i bianchi, che trovano intriganti trasposizioni sia in versione secca che passita.

Fattoria di Montechiari

Fin dagli esordi, seconda metà degli anni ’80, Moreno Panattoni ha impresso una traiettoria particolare ai vini della sua fattoria di Montecarlo, puntando decisamente sui vitigni internazionali. Eppure quella traiettoria, solo apparentemente spersonalizzante, non ha impedito di raggiungere conseguimenti importanti, grazie soprattutto alla finezza del Cabernet, ancor oggi punta di diamante di una produzione eclettica, curata, dai “lineamenti” eleganti, che annovera peraltro un Merlot in crescita di focalizzazione, uno Chardonnay che non scherza e intriganti bollicine da uve pinot nero.

Fattoria Kappa

Realtà piuttosto recente di Castellina Marittima, motivata dall’estro e dalla voglia di fare di un giovane enologo emergente, Andrea di Maio, la Fattoria Kappa sta facendo parlare di sé grazie a un rosso (omonimo) di fragrante spigliatezza, rifinito nei dettagli, come suol dirsi di polpa e generosità, eppure capace di cogliere pertugi più eleganti grazie al calibrato microclima dei luoghi. Al rosso omonimo si unisce da qualche stagione un promettente Syrah. Da seguire.

Fattoria Terre del Marchesato

I Fuselli appartengono a uno di quei rami familiari marchigiani  – e sono tanti – che negli anni ’50 del secolo scorso migrarono sulla costa maremmana per mettere a frutto la tradizionale loro vocazione di agricoltori e orticoltori (oltreché di pescatori), vocazione che ha trovato a Bolgheri e dintorni una dimora propizia, ben prima della rivoluzione viticola iniziata a partire dagli anni ’80. Su questo fronte, Maurizio Fuselli si sta proponendo dal 2003 con una produzione giovane e agguerrita, capace di coniugare precisione tecnica, cura dei dettagli e originalità, in special modo nel Marchesale (Syrah) e nel Tarabuso (Cabernet Sauvignon), i testimoni più eloquenti di un percorso in crescita.

Grattamacco

Nascono a Grattamacco alcuni dei Bolgheri più caratteriali, fini e struggenti della denominazione. Riconoscibili, fieri, longevi, non si può non parlare di cru. Sotto l’egida di una viticoltura biologica (dopo che l’azienda è stata acquisita nel 2001 da Claudio Tipa) personalità, sottigliezze e naturalezza espressiva stanno di casa. Nel frattempo, leggera rivisitazione stilistica per il celebre Vermentino: meno legno, più “ariosità” e varietale. Bene così.

I Luoghi

Un piccolo vigneron nel cuore di Bolgheri. Stefano Granata, nonostante la storia recente, è già riuscito a far parlare di sé grazie a vini di temperamento, fondati su calibrate estrazioni e su una snellezza gustativa che apre al dettaglio e al chiaroscuro. Agricoltura biologica e futuro assicurato.

La Fralluca

Azienda giovane giovanissima, quella di Luca Recine e Francesca Bellini, che trova nei terreni calcarei di Barbiconi la linfa vitale per vini non scontati, che fin dalle prime uscite hanno dimostrato calibro, misura, capacità di dettaglio, tenendosi a debita distanza da derive alcoliche o troppo estrattive. Un progetto tutto da seguire targato Val di Cornia.

Le Macchiole

Non peccano davvero di personalità i rossi bolgheresi di Cinzia Campolmi, che nelle varie espressioni monovarietali riescono a coniugare la generosa spinta estrattiva con la visceralità e la definizione che sole attengono ai vini di carattere. D’altronde non è un caso se Paleo (cabernet franc), Scrio (syrah) e Messorio (merlot) hanno fatto breccia ormai da tempo nel cuore degli appassionati d’ogni dove.

Montepeloso

La prestanza, la profondità tannica e la grinta dei rossi di Fabio Chiarellotto annunciano una fisionomia tutta loro nell’ambito della Val di Cornia enoica, e di Suvereto in particolare. Qui la naturale concentrazione del frutto, e il rigoglio materico, chiedono soprattutto tempo per trasformarsi in sinuosità, sfumature, mineralità. Vini ambiziosi e prim’attori questi qua, d’indole gagliarda e monumentale solidità, solo e soltanto “scorza”ed essenza di una terra generosa.

Montrasio- Il Colle

Uno degli indirizzi più sicuri se si intendono esplorare le Colline Lucchesi per averne di ritorno vini concreti, centrati, varietali quanto basta e soprattutto fedeli compagni della tavola. Peraltro offerti a prezzi competitivi. La produzione dei fratelli Montrasio concilia precisione tecnica ed equilibrio gustativo, pescando appigli di personalità soprattutto nel Merlot.

Petra

Il grande investimento della famiglia Moretti (Bellavista, Contadi Castaldi) effettuato nella seconda metà degli anni ’90 a Suvereto ha iniziato a dare i suoi frutti, con il vino bandiera -Petra- ben inserito nel contesto dei più significativi bordolesi toscani, e con una serie di comprimari di lusso, ambiziosi e monovarietali, con i quali si intendono esplorare le potenzialità ulteriori di un terroir che sembra proprio capace di offrire stimoli interessanti: sangiovese (Alto), cabernet sauvignon (Potenti) e merlot (Quercegobbe) i protagonisti di questa storia nuova.

Pieve Santo Stefano

Dalla appartata Pieve di Santo Stefano la riscoperta delle peculiarità di una terra affascinante e “antica”, riletta in chiave contemporanea attraverso una serie di vini che intendono coniugare polpa di frutto, spessore gustativo e cura tecnica, preservando la valenza prettamente gastronomica tipica dei rossi lucchesi. Sotto l’egida di una enologia moderna.

Poggio al Tesoro

L’importante investimento operato dalla celeberrima famiglia Allegrini (do you remember Amarone?) in quel di Bolgheri va rivelando con chiarezza il proprio orizzonte stilistico, improntato più sull’equilibrio gustativo e la freschezza che non sul peso e l’estrazione bruta. E i risultati non si sono fatti attendere.

San Gervasio

Agricoltura biologica della prim’ora, perizia enologica, attenzione ai particolari: Luca Tommasini è l’artefice di vini che si sono fatti una bella reputazione in ambito territoriale, contribuendo da par loro al rinascimento enoico delle colline pisane. Vini come A Sirio (sangiovese quasi in purezza) o come I Renai (merlot) sono i testimoni più affidabili di questo percorso di valorizzazione. La produzione nel frattempo se la gioca bene fra bianchi e rossi: difficile restar delusi.

Sant’Agnese

Qui la scommessa di un giorno, nata come buen retiro di campagna per la famiglia Gigli e trasformatasi ben presto in una attività agricola a tutto tondo, ha il suo bel perché. Nel primo entroterra di Piombino, con il mare sullo sfondo, i terreni sassosi e argillosi del Campo alle Fave fin da subito hanno dimostrato buona propensione alla caratterizzazione. Sia sul fronte dei bianchi che dei rossi -in ambo i casi complici sia vitigni tipici (trebbiano, vermentino, sangiovese, aleatico) che alloctoni (cabernet, merlot)- la proposta si è indirizzata su una fisionomia stilistica intelligentemente aggiornata,  ricercando nella ricca materia di base il dettaglio e la profondità, obiettivo quest’ultimo che in certe edizioni di Spirto e Rubido è stato ben colto.

Satta Michele

Michele Satta è uno dei pochi veri vignaioli di Bolgheri, un’area assiduamente frequentata da firme prestigiose ma anche da dimensioni organizzative più tipiche della grande azienda che non artigianali. Pensoso, dialettico, raffinato nei modi, porta avanti con coerenza un progetto composito atto ad esaltare le specificità di diversi vitigni inseriti in un contesto di terroir più variato di quanto non sembrerebbe. Agli storici Piastraia e Cavaliere si affiancano oggi un Bolgheri Rosso cru (I Castagni) e un ambizioso Syrah. Ma questa cantina non può non essere ricordata per i bianchi, anche perché le migliori etichette del comprensorio nascono qui.

Tenuta del Buonamico

La Montecarlo del vino, quella che in tanti anni di storia è riuscita a farsi la nomea a livello quantomeno nazionale, deve molto al Buonamico e alla sua credibilità. Un Buonamico che non sta certo con le mani in mano, vivendo sugli allori. Gli attuali proprietari, la famiglia Fontana, hanno messo mano alla ristrutturazione della cantina (oggi completata) e creato i presupposti per un restyling formale e in parte sostanziale del parco etichette. La proposta spazia fra bianchi e rossi di ormai comprovata affidabilità, una regola questa alla quale sfugge forse Il Fortino, storico syrah che in certe edizioni è stato capace di piazzare colpi ad effetto. Recentemente si è aggiunto alla schiera un simpatico metodo charmat.

Tenuta di Ghizzano

Di diritto, e ancor di più per meriti acquisiti sul campo, la Tenuta di Ginevra Venerosi Pesciolini può essere considerata una delle punte di diamante del mosaico enoico pisano. C’è una storia importante da raccontare con il Veneroso, vino capostipite, c’è il successo internazionale dell’ambizioso Nambrot, c’è una accresciuta sensibilità interpretativa da parte della proprietà, che è riuscita nell’intento di regolare al meglio il registro espressivo dei propri vini adottando protocolli biologici e biodinamici in campagna e alleggerendo di conseguenza la “mano” in cantina. Lo stile dei vini in effetti ne ha risentito eccome, tanto che la sensazione di trovarsi di fronte a un progetto più compiuto e a una personalizzazione più spinta è netta.

Tenuta di Valgiano

L’espressione più fulgida, e particolare, delle Colline Lucchesi. E delle loro reali potenzialità. Una maturazione stilistica impressionante, una grande attenzione ai particolari (come l’integrazione suolo-vitigno) e una pratica agronomica che ormai da 10 anni va decisamente abbracciando i principi della biodinamica. Sia quel che sia a Valgiano sta di casa la personalità, grazie ovviamente al vino omonimo, il Tenuta di Valgiano, sorprendente blend sangiovese/syrah di distintivo portamento e carattere, ma grazie anche alla linea Palistorti, a cui va ascritto il merito di aver segnato una rottura (in meglio) e un conseguente scarto in avanti nella concezione dei vini tipici nell’indolente campagna lucchese. Moreno Petrini, Laura di Collobiano e Saverio Petrilli hanno creato e fatto crescere un piccolo e incantato château di provincia, ecco cosa c’è. La loro storia merita racconto e conoscenza.

Tenuta Lenzini

Le generazioni nuove della famiglia Lenzini, segnatamente Benedetta Lenzini con il marito Michele Guarino, hanno energia da vendere ed entusiasmi giovanili da mettere a frutto. Così, alla bella tenuta di Gragnano, nei pressi di Lucca, sembra di respirare un’aria nuova. L’anfiteatro di vigna riposa su un terreno limoso a forte presenza di sabbia, ciò che sembra propiziare i toni pacati e le sfumature, per vini più portati alla finezza e alla speditezza che non al peso e al volume. Su queste direttrici stilistiche, complici certe scelte che vanno reindirizzando l’azienda verso il protocollo biologico, si muovono le ultime edizioni del Merlot, dell’Alicante e del promettente Syrah, quest’ultimo davvero in crescita di personalità nonostante la giovane età del vigneto. Da seguire.

Tua Rita

Nome tuonante della enologica toscana contemporanea, portavoce autorevole per la riscoperta dell’area suveretana in chiave enoica nonché famosissima cantina “di nicchia”, la tenuta di Rita Tua e Virgilio Bisti (quest’ultimo purtroppo recentemente scomparso) -complici un terroir interessante e una conduzione del vigneto a dir poco maniacale- è riuscita nell’intento di focalizzare le attenzioni dei mercati internazionali più evoluti verso certe produzioni ambiziose, dai piccoli numeri, super rifinite, preziose nei contenuti e nella forma. Dal Giusto di Notri (uno dei più raffinati blend bordolesi della costa) al “mitico (e mitizzato) Redigaffi (merlot), per approdare ad un esclusivo Syrah, polpa, generosità di frutto, profondità e una insopprimibile timbrica “ferrosa” sono le doti fondanti per vini prim’attori. Che prendono la scena e la sanno mantenere.

Precedenti ritratti:  Montalcino, Orcia e Montepulciano; Maremma, Montecucco…….il grossetano; Vini di confine, vini di frontiera

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