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La cultura materiale e il ciclo delle stagioni raccontate nella pietra

La vita è un labirinto faticoso; orientarsi e trovare la strada è difficile per tutti, da sempre. Lo sapevano bene anche nel Medioevo, quando geniali e a volte sconosciuti artisti raffiguravano nella pietra le storie, le virtù, le metafore che dovevano essere comprese sia dal colto sia dall’incolto. Ecco, il labirinto: come quello sul pilastro destro del portico della Cattedrale di San Martino, a Lucca. Bellissimo e inconsueto da vedere, sembra un gioco da giornalino d’enigmistica, ma è scolpito nel marmo ottocento anni fa e non è un gioco.
(cliccare sulle foto per ingrandire)

La vita è scandita dallo scorrere delle stagioni. Nelle storie di pietra, insieme alle vite dei santi e alle storie dell’Antico e Nuovo Testamento, spessissimo si raffigurava il ciclo dei mesi. Strano perché allora la vita era infinitamente più influenzata dallo scorrere delle stagioni, e tutti sapevano quali erano i tempi dell’anno. Eppure il ciclo dei mesi restava sempre in bella vista nei portali delle chiese.
Oggi è tutto il contrario. Le stagioni della terra restano ai più dimenticate, e i mesi sono scanditi da effimeri fattori. All’interno di un supermercato (ci passiamo un bel po’ di tempo, a dirla tutta), non siamo in grado di capire che stagione è: né per il clima, sempre artificiale, né per la luce, sempre accesa, né per i prodotti venduti, pressoché sempre presenti lungo tutto l’arco dell’anno. Eppure bisognerebbe tornare ad uscire all’aperto, e riappropriarsi del proprio tempo; immergersi nello scorrere delle stagioni per apprezzare il tempo vissuto. Ecco allora che mi vengono incontro le sculture medievali di due splendide chiese. San Martino a Lucca, e il Duomo di Modena.
Nella cattedrale di San Martino, oltre al labirinto, sono splendide le raffigurazioni dei mesi: realizzati attorno al 1233 da scultore lombardo, i mesi vengono raffigurati sotto alle storie di San Martino. Istintivamente vado a cercare sempre per primi quelli che riguardano il vino: settembre è raffigurato da un omino che pigia l’uva con i piedi…

…mentre in ottobre un personaggio (purtroppo azzoppato dalle intemperie) ha sulla spalla una botticella di mosto: la piega e ne esce un’abbondante getto, che indirizza, tramite un grosso imbuto, in una botte che sembra in tutto e per tutto una odierna barrique. Solo che allora si chiamava in modo diverso, e non c’erano ancora dibattiti sulla speziatura e sulla microossigenazione. Tempi beati!
Ma poi è straordinaria anche la raffigurazione di dicembre: a dicembre si ammazza il maiale, e il nostro buon contadino stavolta si è rimboccato le maniche, ha appeso il maiale a testa in giù e lo sta sezionando.

È incredibile la sensibilità dello scultore: ha raffigurato nel bianco candido della pietra immobile lo sgocciolare di sangue della bestia sgozzata, e il catino per raccogliere il tutto, e preparare – chissà – un medievale ma saporitissimo biroldo lucchese.

Salto a marzo; marzo pota. Bello anche dal punto di vista di storia agraria: la pianta della vite è avviluppata attorno a un albero: non ci sono filari allevati a guyot, ma la vite è “sposata” agli alberi. Il contadino la pota con un attrezzo ancora ben conosciuto, il pennato (o “ la pennata” a seconda dei luoghi).
La formella di giugno è un po’ annerita dal tempo, ma racconta molte cose. Giugno miete, e si noti l’altezza delle spighe: arrivano all’altezza delle spalle dell’uomo.

Certo, l’altezza media degli uomini nel Medioevo sarà stata inferiore a quella di adesso, ma quelle spighe ci raccontano che i grani di allora, (come del resto le vecchie varietà tramandate ad oggi), erano molto alte. La paglia serviva per gli animali e per i tetti della stalla, il grano serviva a sopravvivere.
Dopo la raccolta, luglio trebbia.

Che belle quelle spighe raffigurate sulla pietra in modo ordinatissimo (la paglia è sparita, sarà già stata ben riposta nel pagliaio!).

Sono splendidi questi elementi di civiltà materiale colti nel loro dinamismo e raccontati nella pietra.

Come certi dettagli del Duomo di Modena. Qui siamo ancora più indietro nel tempo, verso il 1099-1106, quando il maestro Wiligelmo scolpisce storie e personaggi di un realismo impressionante. Nella facciata del duomo, è raccontata la storia di Adamo ed Eva.

Imperdibile il dettaglio della faccia di Adamo mentre si lascia tentare e azzanna la mela: la sua golosità è a dir poco “fumettistica”:

con una mano porta la mela alla bocca, che viene divorata in un sol boccone, e con l’altra regge la foglia di fico, improvvisamente apparsa a ricordare a lui e a Eva la nudità. Questa coppia che si aggira nell’Eden, tra alberi stilizzati e serpentoni tentatori, ispira una simpatia innata. Li ritroviamo poco dopo, di fronte a un rimprovero di dimensioni bibliche.

L’hanno fatta grossa, e un gesto inequivocabile dell’angelo li fa uscire dal paradiso terrestre, dove la terra dava frutto senza il bisogno di lavoro. Nella scena successiva infatti eccoli là, ormai vestiti, entrambi con una zappa dal robusto manico, a sudare per far fruttificare l’albero (tra l’altro, molto più striminzito di quello del giardino dell’Eden).

Metafora potente. L’aver mangiato un frutto proibito ha fatto sì che per sopravvivere e poter allevare nuovi frutti fosse necessario il lavoro.

Dettagli di un mondo scandito dalla fatica del lavoro e dai cicli delle stagioni. Sculture in pietra che, a guardarle con attenzione, non sono poi così immobili e superate, e sanno ancora darci insegnamenti. Perché per ogni cosa c’è il suo tempo.
Anche per sognare. Torno con la mente a Lucca; è un dettaglio assai nascosto, ma se ci fate caso, nella mensola scolpita che regge la statua di San Martino che dona il mantello al povero, c’è una scena bellissima: un uomo e un orso si abbracciano.

Potenza dell’immaginazione, levità della pietra che parla. Basta saper ascoltare.

 

Alcune curiosità.
Il labirinto del Duomo di Lucca ha una interessante particolarità: è identico al labirinto raffigurato sul pavimento della Cattedrale di Chartres, in Francia. Il periodo storico è lo stesso (forse di poco anteriore quello francese), cambiano le dimensioni, in quanto quello francese, gigantesco, misura quasi 13 metri di diametro. Il disegno è però uguale. La trascrizione del testo nel labirinto di Lucca è: “Hic quem Creticus edit Dedalus est laberinthus de quo nullus vadere quivit qui fuit intus ni Theseus gratis Ariane stamine jutus” (ossia: Questo è il labirinto costruito dal cretese Dedalo di cui nessuno è mai riuscito a trovare l’uscita se non Teseo, grazie al filo di Arianna).
L’immagine dell’abbraccio tra l’uomo e l’orso, come ogni immagine medievale, ha un corrispettivo testuale. In questo caso l’episodio viene narrato nella vita di San Massimino, amico di San Martino. Si narra che mentre Martino e Massimino si stavano recando verso Roma, con due asini che portavano i loro bagagli, un orso furioso avesse aggredito la comitiva e avesse sbranato l’asino di Massimino. San Martino, senza troppo scomporsi, aveva quindi ammansito la bestia ordinandogli di portare i bagagli fino a Roma.
Ringrazio Simona Manacorda per il prezioso aiuto nell’esegesi di quest’ultima scultura. Il volume dove è spiegata la leggenda è: Michel Pastoureau, L’orso. Storia di un re decaduto, trad. it. di Chiara Bongiovanni Bertini, Torino, Einaudi, 2008. Alcune interessanti integrazioni qui.
Foto di Paolo Rossi.

One Comment

  • yheodoor ha detto:

    nel medioevo l’uomo credeva di arrivare alla comprensione del suo posto sulla terra e c’è ancora gente che spera di arrivarci studiando simboli e labirinti 🙂

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