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Vent’anni di Salamartano, piccolo grande testimone di Montellori

A raccontar Montellori l’aspetto che più mi piace ricordare è quello della caparbietà. Sì, perché solo la caparbietà di una intera famiglia, la famiglia Nieri, poteva far perpetuare una storia campagnola così per più di cento anni, facendola approdare sana e salva, anzi vegeta, fino ai giorni nostri. Soprattutto se pensiamo che ‘sta storia ha avuto ed ha il suo teatro di rappresentazione nel bel mezzo della Toscana interna, per la precisione nella sponda ovest della provincia fiorentina, quella che non è mai stata propriamente al centro degli interessi vitivinicoli regionali (eufemismo?), come a dire: non proprio il crocevia del vino “che conta”.

E’ grazie alla caparbietà che si è andata costituendo progressivamente, ma inesorabilmente, una realtà agricola di tutto rispetto che non si è mai adagiata sugli allori ma ha saputo percorrere con crescente consapevolezza tutte le tappe di avvicinamento al vino d’autore, con i passaggi obbligati, le strettoie, i cambi di marcia, le necessità. Si è andati sempre “a tempo” qui a Montellori, coerentemente con una presa di coscienza che ha poi letteralmente tramutato gli “intendimenti” in materia vitivinicola a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, quando la campagna toscana fu rifondata nel nome di una agronomia dal volto nuovo. Tappe che qui a Montellori sono state segnate sostanzialmente dalla progressiva acquisizione di un parco vigneti variegato, disposto sia a Cerreto Guidi che nel Montalbano (sempre sponda fiorentina), fino ad estendersi nella San Miniato pisana. Ciascun appezzamento è caratterizzato da esposizioni, suoli e condizioni pedoclimatiche diversificate, tali da assecondare le intuizioni dei proprietari che, a seconda dei casi, si sono orientati sulla messa a dimora di varietà differenti e sulla produzione di differenti tipologie di vino.

Oggi, che di vigna ne conti più di 50 ettari e di etichette una dozzina, possiamo ben dire che una strada è stata percorsa. Una strada istruttiva e maestra, badate bene, dispensatrice di suggerimenti e punteggiata di conseguimenti importanti e salvifiche ripartenze nel verso della qualità, alla quale recentemente ha contribuito uno stimolo ulteriore, quanto mai connaturato all’indole di questa famiglia, alla caparbietà di cui dicevamo: Alessandro Nieri, ultimo rampollo -ora cinquantenne- di famiglia, alla guida della tenuta dal 1998, ha deciso di fare da sé. Dopo svariate e qualificate consulenze, l’apprendimento in itinere e sul campo ha partorito l’importante decisione. I vini, chissamaiperché, hanno risposto da par loro. Ed è così che la traiettoria stilistica disegnata va assumendo i connotati di una maggiore individualità. Perciò non c’è da sorprendersi se troveremo qui, proveniente direttamente dalle alte colline del Montalbano, uno dei blanc des blancs più caratterizzati dell’Italia centrale. Non c’è da provare vergogna, non più, a tentare di tener alto l’onore e la storia del Chianti fiorentino (quello non “classico”) quando pensi alla fierezza, alla schietta tipicità e alla rifinitura dei Chianti di Montellori. Così come non c’è che da prestare ascolto attento alle etichette più importanti, quelle che hanno orientato gli intendimenti aziendali verso approdi più ambiziosi, per misurarsi con l’immisurabile. Ecco, in questo senso, Salamartano, il piccolo grande cru “bordolese”di Montellori, nei suoi vent’anni di vita (prima annata 1992) ha rappresentato una traiettoria chiara, nitida, espressiva, senza forzature. Figlio legittimo di una vocazione e di una passione, ha attraversato un ventennio proponendosi senza timori riverenziali al cospetto dei più blasonati Supertuscan regionali, scontando forse soltanto il fatto di non avere alle spalle un nome à la page. Non temo eresie nel dire che nasce qui uno degli esempi più fulgidi e interessanti di “bordolese alla Toscana”. Nato come blend pressoché paritario di uve cabernet sauvignon e merlot, coltivate a Cerreto Guidi sui terreni sciolti e profondi di argilla calcarea del Podere Moro (cabernet) e su quelli argillosi del Podere Montauto (merlot), indirizzatosi poi nelle edizioni più recenti verso una dominante cabernet (affiancando una sensibile quota di franc a discapito del merlot), la sua storia speciale ci è stata raccontata con dovizia di particolari da una recente verticale organizzata in azienda, ciò che ci ha portato ad individuare con chiarezza due epoche distintive: la prima -anni ’90, vigne sostanzialmente giovani- caratterizzata da vini dal sapore energico, maschio, senza troppe smancerie, calibratamente selvatici, bellamente terrosi, a delineare un tratto gustativo magari non cesellato ma di temperamento; la seconda – dagli anni 2000 fino ai giorni nostri- più incline alla modulazione, al garbo espositivo, alla piena maturità tannica, per vini più levigati, più fini, più completi, soprattutto a partire dal 2007. Come trait d’union, un umore di sottobosco di chiara desinenza toscana e che non dimentichi, un tannino grintoso e vivace figlio della campagna sua, una sapidità da far drizzare le papille e far pensare al futuro.

Dal Poggio Salamartano, sopra Fucecchio, si può ammirare uno splendido panorama della Toscana che spazia dalla pianura del Valdarno inferiore e sulle colline delle Cerbaie e dal Monte Serra alle Alpi Apuane. Da quaggiù, in compagnia del piccolo grande Salamartano di Montellori, l’illusione di spaziare con lo sguardo la provi tutta. Con lo sguardo beninteso, ché le radici invero restano ben piantate nella loro terra.

Salamartano 2010 (campione di botte)

Compatto, pieno, giovane & giovanile. Qualche risvolto selvatico e indisciplinato apre ad un profilo tenace, polposo, di carattere più che di sfumatura. Media la freschezza ma vino in fieri. Chiede tempo (ma và?!).

Salamartano 2009 (65% CS, 25% CF, 10% M) -in bottiglia da aprile 2011-

Frutto ben impresso ed erbe aromatiche ad impreziosire un quadro gioviale, arioso, accogliente. Al palato si libra e scorre. Non una idea di peso e volume qui, bensì un senso di inattesa e salvifica “leggerezza”, senza che perda tensione nella trama e sfaccettatura nei sapori. Flessuoso, equilibrato, dinamico, elegante. Il pelo di ciccia in più, che forse gli manca, non è che lo rimpiangi poi tanto.

Salamartano 2008 (65% CS, 25% CF, 10% M)

Erbe selvatiche e spezie in compendio affascinante, “scuro” quanto basta alle ragioni della visceralità, senza sfiorare cupezze. Bella sinuosità e dolcezza se lo bevi, tannino finalmente maturo e setoso, tatto e gusto avvolgenti. Davvero un bel conseguimento.

Salamartano 2007 (65% CS, 25% CF, 10% M)

Se ne esce un lato esotico floreale più esplicito e accattivante, emergono una sincera vena speziata e una buona freschezza di fondo. Tannino ancora impettito ma senza tracce asciutte. Liquirizia sul fondo, e doga leggera, ma ottime finezza e completezza.

Salamartano 2004 ( 60% CS, 40% M)

Naso più “levigato” e meno abrupt del 2001 (vedi sotto); spunta con maggiore evidenza la dolcezza di frutto, ben modulata dalla scia speziata e da una delicata sfumatura vegetale, senza mai assumere toni esacerbati. Coerente al palato, dimostra soltanto un tannino rigido e risoluto. Insomma: linearità, accoglienza, qualche freno negli allunghi e un buon sapore da regalare.

Salamartano 2001 ( 50% CS, 50%M)

Senti qui un cabernet terroso, balsamico, maschio. Decisamente speziato, con la sua forte impronta mineral-ferrosa da mettere sul piatto dei ragionamenti, ha un bel caratterino aromatico, non c’è che dire. Spessore, fermezza e visceralità. Così al gusto. Quel tatto un po’ polveroso non nasconde una freschezza che è viva, mentre la tensione e la spinta non imprimono forse le accelerazioni desiderate.

Salamartano 1998 ( 50% CS, 50%M)

Vino silente, timido, qualche vacuità nei sapori, qualcosa che manca da centro bocca in avanti. Però non puoi volergli male, per quella cordiale ingenuità, quella morigerata dolcezza, quel carattere riflessivo. Tutto men che furbo o infingardo. Figlio dell’annata sua, questo è, non troppo incisivo magari, tale da restare un po’ ai margini, dall’allungo “brevilineo” e dal tannino che smagrisce. Ma in fondo vino sincero, che solo risente di una annata non propriamente al top.

Salamartano 1997 ( 50% CS, 50%M)

Da un naso tutto sommato compresso emerge una nota di caffè. Senti che c’è ciccia, materia, calore. Più largo che teso, assume un tratto gustativo levigato e meno selvatico di quanto non sembrerebbe, anche se manca di una caratterizzazione più spinta o del dettaglio atteso. Buona, sentita direi, la dolcezza del frutto nel finale. Accogliente, “pacioso”, simpatico, anche se non troppo sfaccettato.

Salamartano 1996 (50% CS, 50%M)

Reticente al naso, “scuro”, sottoboscoso, d’indole somiglia al ’94 pur apparendo oggi assai più cupo e rigido. Tonicità e sapidità non mancano. Eppure non intende sciogliersi né lasciarsi andare. Nel suo guscio. Anzi, nella sua scorza.

Salamartano 1994 (50% CS, 50%M)

Ritroso e remissivo di prim’acchito -sono ricordi sfumati di terra e caffè- si scuote d’un tratto sciorinando un volitivo carattere erbaceo, tale da marcarne l’incedere. Tenace e diretto, ancor oggi come ai tempi dei miei primi assaggi ho qui un rosso grintoso e di temperamento. Più toscano che “supinamente” o banalmente  bordolese. Senza smargiassate e senza fronzoli, è vino viscerale e bellamente sapido.

Salamartano 1992 (50% CS, 50%M, da magnum)

L’ultima bottiglia rimasta, l’ultima magnum, della storica (e soffertissima) prima annata. Tanta esclusività in questo assaggio. Molteplici i segni sottesi. Il ricordo che lascia di sé è struggente, la terziarizzazione ha instradato il sapore connotandolo secondo un fascinoso mélange di ispirazione bordolese: stimoli erbacei si fondono con una girandola di spezie orientali, incenso e terra. Bella la dolcezza del frutto, che distende le trame senza acquietarle. Vino elegante, compunto, maturo, docile ma non seduto. Finale orgogliosamente speziato per un rosso che ha segnato una rotta. Ed è un segno che resta.

Foto (in ordine di apparizione): bottiglie; Alessandro Nieri; bottiglie; esterni (foto di Agostino Osio); “Verticale” – scultura con bicchiere blu –  di Remo Salvadori; “Stella” di Gilberto Zorio

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