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Vinitaly 2012: giri di Puglia/1

VERONA – Da troppo tempo abituato a far da solo, con le mie selettive scalette per gli appuntamenti, le mie predilezioni, le mie infatuazioni e la mia curiosità da “saputello”, devo dire che per una volta abbandonarsi ad un percorso suggerito da altri ha rappresentato un’esperienza sia piacevole che istruttiva.

Non tanto e non solo per le scoperte che puoi fare, via dalla pazza folla e scevre da pregiudizi o arrière pensée, quanto proprio per il fatto di potersi misurare con l’intima tua curiosità di cronista del vino: test importante, se penso che oggi non son più un ragazzino e l’energia  – sia psicofisica che psicomotoria- tende ad andare in riserva volentieri. Così è stato, in questo mio diciottesimo Vinitaly, grazie a una iniziativa promossa dalla Regione Puglia e dal locale Movimento Turismo del Vino chiamata “Taste, Press& Blog”, iniziativa dedicata alla stampa di settore (specialmente on-line) e nata con l’obiettivo di veicolare la conoscenza di realtà piccole e grandi, conosciute e non, di questa regione, presente in grande spolvero e con tanto di padiglione dedicato all’interno della celebre kermesse veronese. Loro hanno indicato i percorsi gentilmente “obbligati”, ed io li ho seguiti.

Era parecchio tempo che non mi ritrovavo, testa a cassetta, ad ascoltare, ascoltare, scrivere, scrivere, assaggiare, assaggiare nel contesto vinitaliano, solitamente vissuto in modo compulsivo e, a conti fatti, sconclusionato. Una full immersion per annusare un po’ di Puglia, pensa te. Per rendersi conto fin da subito che essere stato due o tre volte in quella regione significa non conoscerla affatto. Per sorprendersi del fermento di voci nuove, o di voci “antiche” sapientemente rinnovatesi. Non c’è da morir di noia, proprio no, e anche se non sempre riscopriamo, in quelle produzioni, una caratterizzazione degna di nota, si ha la netta sensazione di trovarci di fronte a una enologia meno grezza ed approssimativa rispetto a un tempo, impegnata a vestire i vini di un respiro più fresco, meno affannato ed opulento.

Dall’altra parte, subdola e infida come una biscia (suadente come una sirena?) la tentazione di “spalmare” un po’ troppo le trame su accomodanti cliché “d’importazione”, a connotare i vini di una allure internazionale che se da un lato va d’accordo con la tecnica e con i “bevitori incerti”, dall’altra rischia di disperdere un patrimonio di sensibilità, conoscenze ed unicità.

In mezzo ci stanno le coscienze nuove, le teste pensanti, coloro che hanno tracciato una strada senza sbandamenti modaioli e coloro che la stanno tracciando, quelli che hanno fatto tesoro dell’enorme portato di tradizioni e di esperienze per proporre vini vibranti, pervasi da una “luce” antica e attualizzata al tempo stesso, a coniugare ancestrali certezze e provvidenziali spinte in avanti. Vini che – complessità o meno- arrivano al cuore di un territorio che è vivo, che pulsa di stimoli e che può ritrovare in una agricoltura caparbia e reinterpretata l’appiglio strategico per tornare a ricoprire il ruolo più atteso, che è poi un ruolo trainante per la vitivinicoltura mediterranea (e forse anche più in là).

Qui d’appresso i primi incontri della serie. Altri ne seguiranno.

PEZZAVIVA NUOVA

Di Piero Greco ricordo la timidezza. Una timidezza sincera, di quelle che non si nascondono e che è bello non nascondere. Epperò dalle sue parole trapela il gusto del dettaglio, il misurato e mai sbandierato orgoglio di essere un imprenditore agricolo in terra di Puglia, l’obbligo non scritto, ma segnato, di “traghettare” una terra, la sua terra, da una generazione all’altra.

Una tradizione, quella dei Greco, che vanta oltre 60 anni di storia e che ha visto come teatro di rappresentazione l’assolato tavoliere salentino di sponda brindisina. Pezza Viva è il nome di una contrada di Torre S. Susanna. Pezzaviva Nuova invece quello dell’azienda agricola, che di nuovo rispetto alle origini prevede vino e olio, ad affiancare la primigenia attività lattiero-casearia a filiera completa. E proprio il vino rappresenta la scommessa più recente, da quando nel 1997 si decide per la vinificazione e l’imbottigliamento delle uve di proprietà: 15 ettari disposti su terreni pianeggianti di natura tufaceo-calcarea nell’agro di Pezza Viva, allevati a spalliera (e doppia spalliera) con potature a guyot. E così, oltre a una serie di vini Igt monovitigno, ecco che la sostanziale vicinanza di Manduria si risolve nella produzione di un volitivo Primitivo, che alla generosità del tratto gustativo e alla ricca avvolgenza della trama intende mediare con discrezione. Dunque, in campagna, primitivo in netta prevalenza, assieme a malvasia nera (qui proposta in purezza) e aleatico, protagonista di un intrigante vino dolce: questo il trittico varietale fortemente ispirato (d)alla tradizione, tradizione che traspare tutta nella fisionomia dei vini, senza trascurare una puntualizzazione tecnica figlia della contemporaneità.

Non si tratta di vini complessi, quello no, da che dimostrano un’indole più didattica che caratteriale, ma nella ricerca dell’armonia non disdegnano il bene comune della bevibilità (oltre ad un prezzo calibratissimo!). Quanto ai Greco (assieme a Piero ci sono i fratelli Mimmo e Vito), si intravvede negli sguardi e nelle attenzioni delle generazioni nuove (i figli di Piero) la scintilla per qualificare ulteriormente una potenziale vocazione, non solo di vini e terroir, ma anche di persone. Che poi nient’altro significa se non fare bene il proprio mestiere. Che poi nient’altro significa se non “guidare” una terra, la propria terra, verso il futuro.

Iris 2011 (Rosato da uve primitivo) – Fiori, ruggine e fragoline di bosco; grinta e ritmo, ordine e precisione, per un Rosato gustoso ed equilibrato.

Melios 2011 (Malvasia nera in purezza; solo acciaio) – Ad un naso sfaccettato e ben caratterizzato (note di pirite) fa da contraltare un gusto contratto, tattilmente morbido, da cui emerge un lato amaricante solo in parte compensato dal sottofondo floreale. E’ giovane, ma crescerà.

Turris 2011 (Primitivo in purezza; parte in acciaio parte in legno piccolo) – Tratto aromatico “gentile”, floreale, scandito, netto, che ispira un gradevole senso di freschezza. Gusto piacevole e fin troppo educato, tipico di un buon bicchiere quotidiano.

Primitivo di Manduria Thyrsos 2010 (Affinamento in fusti di rovere di 2° e 3° passaggio) – Maggiore concentrazione qui, mentre i profumi di more di rovo, prugna e radici trasmettono una sensazione di freschezza aromatica e di precisione espositiva. Tatto liscio e gusto corposo, non troppo caratteriale ma attento agli equilibri. Umori di bacca selvatica, liquirizia e menta solcano un finale generosamente caldo e avvolgente, da cui emerge la tipica dolcezza dell’uva.

Aleatico di Puglia Aleos 2009 (Aleatico sovrammaturato in pianta) – Ruggine e fiori, tratto vinoso ma non troppo concentrato, gusto old fashioned: sono amarena matura, prugna e terra arsa. Buon carattere, e dolcezza calibrata, nel segno di un rosso pugliese con ascendente “mediterraneo”.

VALLE DELL’ASSO

Una sarchiatura vale una ‘ndacquatura”. Soprattutto qui, nell’antica terra di Galatina, ombelico del Salento leccese, per via di un clima caldo arido che è tutto dire. Un detto sintetico e quanto mai esplicativo che va dritto al cuore di una tecnica agronomica dagli ancestrali appigli, che è poi l’aridocoltura, praticata da lunga data a Valle dell’Asso per consentire la coltivazione della vite senza bisogno di irrigazione.

In mia compagnia oggi ci sono Marina Saponari, simpatica e spigliata commerciale, ed Elio Minoia, enologo di lungo corso e anima tecnica della “nuova” Valle dell’Asso, quella che a cominciare dal 1997 ha dato avvio all’imbottigliamento, forte di un secolo di storia agricola che conta, ovviamente dedicata alla produzione di uve e alla vendita di sfuso. Una storia caparbia questa qua, che ha avuto ed ha ancora a protagonista una sola famiglia, la famiglia Vallone, oggi in pista con l’ultimo dei suoi discendenti, Gino.

Il rispetto per la terra, quello vero, peraltro praticato da tempi non sospetti, permea di sé tutto il lavoro di campagna. Una agricoltura biologica della prim’ora, intrapresa dapprima con l’intento di abbassare il pH di terreni altrimenti destinati alla desertificazione, è il paradigma secondo cui si declinano oggi con cure certosine le potenzialità degli 80 ettari di vigneto disseminati in vari appezzamenti dei comuni di Galatina, Cutrofiano e Sogliano Cavour e disposti su terreni argillosi di medio impasto (il cosiddetto “piromàfo” pugliese). A raccontare vizi e virtù di vitigni prevalentemente tradizionali (se si escludono chardonnay e garganega), dove il negroamaro fa la parte del leone ma dove non mancano aleatico, malvasia nera, montepulciano, aglianico e, fra quelli a bacca bianca, fiano minutolo.

Ma insieme alle parole, agli intendimenti, alla filosofia di fondo che muove un approccio comunque “consapevole” alla terra, ho avuto la sensazione di una piena corrispondenza dall’assaggio dei vini (di alcuni vini). Vini mai scontati, che non cavalcano la sola “dimensione” varietale ma scavano più a fondo, maritando tecnica enologica e libera espressività. Pochi lacci insomma, e chiara desinenza territoriale, per una girandola di etichette da cui emergono un curiosissimo (e buonissimo) Passito e un intrigante Rosato, che nel suo piccolo pone le giuste basi per una riscoperta in chiave personale delle potenzialità di una tipologia che proprio in Puglia affonda le sue radici e che mai come oggi avrebbe bisogno di sincere scosse emozionali, aldilà dei proclami di facciata o di sbiadite controfigure fatte vino.

Fiano 2010 – “Pietroso” (sapete quella nota fumé come da pietra spaccata?), qualche vacuità di troppo a centro bocca ma buona profilatura per un bianco fresco, compassato, puntuale, senza svolazzi. A suo modo sicuro di sé, in grado di raccontare cose senza bisogno di gridartele in faccia. Porgendo ascolto più attento poi, ti accorgerai di quel suo coté “marino”….

Galatina doc Rosato 2011 (Negroamaro in purezza) – Grintoso, di terra, fragole e ruggine. C’è “un’aria” salmastra a percorrerlo tutto, un’aria che intriga. Austera compostezza la sua, e un incedere asciutto, compassato, dai ritorni sapidi. Di sostanza, senza belletti.

Negramaro 2010 – Con intensità, sfodera un bel carattere aromatico di cenere e spezie, mentre con l’aria se ne escono note di baccello e tapenade. Droiture, nettezza, ritmo e calor’alcolico morigerato e accorto. Finale simpatico e iodato. Solo acciaio e cemento (e non parlo di sentori, parlo di vinificazione!).

Piromàfo (Negroamaro, cru della casa) – Intense note di brace di camino spento a rendere il tratto visceral-empireumatico, anche se un po’ cupo e monotematico. Gusto equilibrato, morbido, rotondo. Solo qualche impedimento per un allungo che avrei desiderato più incisivo, in un quadro che sia pur regolato da insistiti umori affumicati non manca di espressività.

Il Macàro (70%aleatico, 30% malvasia nera) – Approccio da Vin Santo mediterraneo. Ossidazione controllata e caleidoscopio di profumi invitanti: fichi caramellati, iodio, olive, datteri, noci, carrube e cola. Profondi toni empireumatici, figli di una evoluzione ben digerita, veicolano un gusto dolce/non dolce di veronelliana memoria. Bilanciato, espressivo, calibratamente terroso, è vino diverso ed efficace, che si fa ricordare a lungo su una scia di agrume delicatamente amaro.

Merita una nota la gestazione: tutto inizia dal ritrovamento in cantina di vecchie botti contenenti un vino passito, ricavato da 18 vendemmie diverse a partire dal 1970. Si è deciso così di dare al tutto dignità di bottiglia, procedendo in questo modo: ogni nuova vendemmia viene affinata in botte per 6 anni e poi viene fatto un blend con il patrimonio di vecchie annate. Da qui la mancanza di millesimo in etichetta. Da qui la singolarità, magica, del Macàro (che significa, per l’appunto, “magico”).

TENUTA FUJANERA

Ci sono quindici ettari di vigna allevati a spalliera nell’agro foggiano, a pochi chilometri dal capoluogo. Età media 20 anni. Non troppi di più sono quelli che dimostra colei che li coltiva, Giusy Albano, giovane donna che ispira energia e voglia di fare. Trapelano dalle sue parole (e pure dallo sguardo) l’orgoglio dell’appartenenza, l’obbligo morale di rispettare una terra, l’urgenza di raccontarla attraverso il lavoro agricolo. A ben vedere, il risveglio della Puglia enoica passa anche da persone così, con la “gioventù in poppa”. Coscienze nuove, “cervelli lesti”, che abbraccino per intero l’essenza di una missione difficile, faticosa e laicamente santa: quella di coltivare la terra per preservarne il senso, un senso che sappia di futuro e di vita.

Un’esperienza recente la sua, iniziata nel 2001 e andata progressivamente focalizzandosi su vini di ricercata maturità espressiva, accordati, bilanciati, “predisposti al dialogo”, senza cadere nella trappola dei deja vu, disegnando semmai traiettorie stilistiche che coniughino definizione varietale e dinamismo. E’ infatti una manifattura curata (ancora alla ricerca di una caratterizzazione più spinta se vogliamo, ma senza che si disperdano le tracce più “umorali” dei radicati vitigni) a permeare la produzione tutta. Tutto discende dal Quadrone delle Vigne (terreni più argillosi) e dalla Via del Mare (suoli sciolti e calcarei). Nel frattempo, il nome aziendale vuole essere una fantasiosa dedica alla sua città (Foggia) e -forse, chissà- al Nero di Troia, un’uva che conosce bene quei posti, dal momento che li ha abitati per moltissimo tempo.

E l’interpretazione più ambiziosa della casa, dedicata appunto al nero di Troia, intende significare una sorta di ritorno alle origini rispetto a versioni precedentemente ispirate a prudenza e morigeratezza: una versione meno trattenuta, lasciata all’indole ribelle di un vino-vitigno prim’attore, difficilmente arginabile nella sua irruente reattività ma non per questo declinato qui con giudizio e senso delle proporzioni.

Bellalma 2010 (Falanghina) – Agrumi e fiore di camomilla in scansione lieve, delicata, accennata ma efficace. Simpatico e pulito al gusto, sapido ed “elettrico” in un finale assai tonico e guizzante.

Lamadali 2009 (Negroamaro; solo acciaio) – Umori di brace per un profilo “vulcanico”, che al gusto si accomoda su trame più sinuose e femminee, di intrigante speziatura. Di puntuale definizione, di media caratterizzazione, ma più che buono.

Arrocco 2011 (Nero di Troia; solo acciaio) – Ciliegia marasca e pietra, profumi diretti e ben scanditi. Interessante, diverso, “mineraloide”. Niente male!

L’Angelo Ribelle 2010 (Nero di Troia; campione da vasca; affinato in botte grande) – Concentrato, compresso eppur ricco ai profumi: amarene confit, cacao, spezie, sangue & radici. Ancora spezie e liquirizia nello sviluppo gustativo, che si concede accenti più “vulcanici” ed empireumatici; profilo caldo, avvolgente, pieno, che si tiene a debita distanza dalla mollezza o dalla eccessiva opulenza. Media l’articolazione, medio il dinamismo, quantomeno ora. Un congruo periodo di affinamento in bottiglia ne distenderà le trame e ne risveglierà lo spirito, che resta e resterà ribelle.

CASTELLO MONACI

Nonostante gli immancabili ritocchi, e i rifacimenti subiti nel tempo, la sagoma  del Castello Monaci (di)segna nettamente l’orizzonte salentino, ergendosi a perenne testimone della storia importante che ha attraversato questi ex-feudi pugliesi. Ci troviamo nel tacco d’Italia, nei pressi di Salice Salentino, a due o tre passi dal mare, anzi di due mari, Ionio e Adriatico. Attorno al maniero, di proprietà privata, uno dei corpi di vigna (l’altro si trova vicino al mare, nel brindisino) accuditi da una decina d’anni a questa parte dallo staff del Gruppo Italiano Vini, che ha fondato lì uno dei nuclei produttivi meridionali più importanti.

A supporto, una cantina moderna e funzionale da cui prendono vita tutta una serie di vini con a protagonisti vitigni tipici, con il tratto comune dell’accuratezza e dell’attenzione alle forme. Sono vini puliti questi qua, “controllati”, a giocar di equilibri ed accoglienza fruttata, a scapito di una caratterizzazione a volte fin troppo “timida”.

Nel novero delle etichette proposte, dal prezzo peraltro molto calibrato, si passa da vini quotidiani a vini più ambiziosi, dove alla franca immediatezza dei primi rispondono etichette maggiormente incanalate negli alvei della confezione enologica “moderna”, lì dove pienezza fruttata, morbidezza tannica, dolcezza del rovere stanno in prima linea. Una proposta che raramente scade nell’anonimato, badate bene, assicurando una precisione esecutiva invidiabile su tutta la gamma, ma dalla quale magari c’è da attendersi una crescita ulteriore sul fronte della originalità, quando la minuziosa confezione lascerà spazio a una più libera espressività, ciò che i vecchi alberelli di Castello Monaci sembrano -in silenzio- reclamare.

Acante 2011 (Fiano da cloni campani; da suoli asciutti e calcarei del brindisino; solo acciaio) – Ancora riverberi di solforosa, la temperatura fredda dell’assaggio impedisce di apprezzarne il dettaglio, eppure senti il vino muoversi su note di pera, banana e agrume in modo fresco e piacevole. Tecnica sicura.

Kreos 2011 (Rosato da uve negroamaro, breve contatto con le bucce, tecnica del salasso) – Curato, scattante, accenti fruttati non sottolineati, calibrato e ineccepibile, fondo delicatamente dolce e succoso. Di buona compagnia (quotidiana).

Maru 2010 (Negroamaro) – Buona definizione aromatica, umori mediterranei ben scanditi; succoso, non particolarmente caratterizzato ma corretto, preciso, pulito.

Médos 2010 (Malvasia nera) – Umori sottili di brace e spezie, tatto morbido, gusto accogliente, placido, un po’ spalmato e leggermente “appiccicoso” nel finale, su ritorni di china e frutti neri.

Artas 2009 (Primitivo; top di gamma) – Molto rovere, poi amarena matura, note di sottobosco e spezie; incedere vellutato, un po’ indolente ma preciso, puntuale nei richiami dolci del frutto suo maturo, solo arrochito da una confezione enologica un po’ ridondante. Echi balsamici nel finale, a rinfrescare le trame.

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