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Montalcino in verticale/1: Lisini

Lisini è (anche) un ricordo di ragazzo, una questione di affetti. Di chi in preda a brucianti pulsioni enoiche (era il fuoco sacro della passione) faceva sovente la ronda nella campagna ilcinese con una Fiat 127 rosso acceso solo per la gioia e il privilegio di poter sfiorare ciò che gli appariva allora come semplicemente irraggiungibile. Di quando percorrere una strada bianca era un po’ come violare il segreto più intimo di un paesaggio, che per una volta ti illudeva concedendosi, alzando -assieme alla polvere- appena un po’ più su le crinoline. Di quando oltrepassare la porta di una cantina rappresentava un enorme tabù, o un premio sostanzialmente immeritato. Ebbene, quel ragazzotto, vincendo la timidezza di allora, bussò alla porta di quella cantina. Senza preavviso. E fu proprio lei, Elina Lisini, la signora del Brunello, che lo accolse. Una gentilezza d’altri tempi. E gli permise persino di assaggiare qualcosa! Fu la prima porta che si aprì in quel di Montalcino. Avevo 25 anni o giù di lì. Da quella volta ho capito che sarei potuto ritornare in quelle terre.

Lisini poi, a ben vedere, conserva non poche unicità. Non tanto e non solo una storia importante e una irreprensibile qualità produttiva, quanto un patrimonio viticolo assai particolare, dal momento in cui potrete trovare qui uno dei vigneti più vecchi attualmente in produzione in Toscana, datato anni ’40. D’altronde, già nel 1930, Lodovico Lisini piantò la vigna Ugolaia (ci aveva visto bene, contro i detrattori del tempo e la sostanziale misconoscenza delle potenzialità di un territorio in larga parte vergine), e l’altrettanto mitico vigneto prefillossera, prima di dare l’addio alle scene, ha partorito una decina di annate “tutt’in fila” del Brunello omonimo persino negli anni ’90 del secolo scorso, ancora oggi oggetto di culto feticistico da parte degli appassionati.

Senza contare poi l’onore di avere avuto Lisini fra i protagonisti del primo evento organizzato da L’AcquaBuona, nel dicembre 2003, “Brunello di Montalcino in Versilia”, dove riuscimmo a portare 33 vignaioli a Viareggio, ciascuno dei quali proponeva al pubblico una miniverticale di Brunello in degustazione. Alla base un budget stratosferico: 3000 euro! Alla base tanta ingenuità (la nostra) e tanta voglia di provarci.

Oggi mi ritrovo in compagnia dell’attuale patron, Carlo Lisini – nello sguardo tutto l’incanto di un attento osservatore assorto e come sulle nuvole, nelle parole il sano pragmatismo di chi ama le cose concrete, come la terra – in quella che fino a una quindicina di anni fa si sarebbe ancora chiamata Fattoria di Sant’Angelo in Colle. La produzione qui si declina nel nome di un sol “verbo”: sangiovese. Nient’altro. Di più, un sangiovese -inteso come vitigno- derivato da selezioni massali di vecchi cloni impiantati in azienda. In cantina, pieno rispetto dell’ortodossia enologica dei luoghi: lieviti indigeni, macerazioni medio lunghe per i Brunello, botti invariabilmente grandi, sia di rovere di Slavonia che di castagno. L’esposizione favorevole, unita a una altitudine assai significativa per la zona, fra i 300 e i 400 metri (teniamo conto che ci troviamo nel quadrante meridionale della denominazione), e a terreni tufacei di origine eocenica, contribuisce a vestire i rossi della casa di una speciale eleganza, un’eleganza persino atipica se rapportata alla media della produzione di quel versante, a cui magari non fa difetto la generosità, la potenza, l’avvolgenza o il calore, ma nella quale ritrovare finezza e freschezza non è proprio merce di tutti i giorni. E se fino a una decina di anni fa ci si avvaleva di una collaborazione di rango (l’enologo Franco Bernabei), con l’avvento di Carlo al timone aziendale vigna e cantina restano oggi questioni di famiglia, anche se l’ausilio e l’estro dell’enologo interno Filippo Paoletti, cresciuto e allevato “a Lisini”, peraltro autore di vini molto interessanti sia in Chianti Classico (Bandini Villa Pomona) che nel Montecucco (Amiata), non sono certamente estranei alla ulteriore maturazione stilistica che possiamo registrare nelle ultime vendemmie, ancora di più improntate alla misura in fase estrattiva, ad una più efficace modulazione dei sapori e a una più manifesta spazialità gustativa.

Effetti collaterali: ho notato che la strada bianca che mi ha portato fin qui è la stessa di un tempo, buca più buca meno. Sono particolari importanti, che manifestano per una volta almeno una sensibilità amministrativa “di salvaguardia”, manna santa per luoghi del genere. Dopo l’ultimo Ugolaia poi, ho avuto il miraggio di una Fiat 127 color rosso acceso ad attenderci fuori della porta. Come se nulla fosse cambiato. “Potenza di una terra -ho pensato- mi hai illuso un’altra volta!”

Brunello di Montalcino

Brunello 2006 – Bella silhouette aromatica: elegante, ampia, dettagliata; frutto bellamente integro, rosso del bosco, sfumature di viola e tanta sensualità. Levigato e lineare al palato, si increspa leggermente su un tannino ancor vivace. Colpiscono la croccantezza del frutto e la freschezza dell’impianto gustativo.

Brunello 2005 – Compostezza, portamento, frutti del bosco netti e delineati, poi agrumi e spezie. Elegante non c’è che dire. Bell’attacco di bocca per un componimento gustativo ben intonato fino a mezza via. Un lieve esubero tannico e un rovere alla ricerca della perfetta integrazione rendono il finale più rugoso. Però si lascia ben bere.

Brunello 2004 – Molto equilibrio in questo naso, molta nonchalance: carnoso e floreale, è naso luminoso, nitido, ben scandito, prodigo di accenti sensuali, di frutto e balsami. Il tutto espresso con raro senso della misura. Bella trama di bocca, sapida e precisa, che tende solo ad assottigliarsi nel finale, quando si concede qualche asciugatura in più assieme a una incisiva scia speziata.

Brunello 1999 – Profumi old fashioned: sono terra, sottobosco, spezie e tabacco. La veracità e la forza espressiva alimentano un respiro classico oltremodo rigoroso. Masticabile e fiero, si lascia ben bere con tutti i suoi spigoli e la sua sprezzante personalità. Tannico e buono.

Brunello 1997 – Naso cordialmente disposto “al dialogo”, aperto e dettagliato: fiori secchi, agrumi, terra e un filo di tabacco. In bocca non si sfibra pur restando sostanzialmente “largo”. Accogliente, piacevole, ancora vivo nonostante il finale più semplificato.

Brunello di Montalcino Ugolaia

Brunello di Montalcino Ugolaia 2005 – Ciliegia netta, viola e spezie in compendio armonioso ed elegante, molto Lisini style. Fine, setoso, complesso, si allunga da par suo rendendosi appagante. Da bere a secchi.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2004 – Caleidoscopico, floreale, sottile, speziato, finissimo e sfumato: un soffio di bontà. Mi sarà piaciuto?

Brunello di Montalcino Ugolaia 2000 – Meno lirico del 2004 e del 2005 ma ancora coeso, è vino caldo, generoso, avvolgente. Le trame si allargano al gusto, per un finale più “spalmato” delle attese su frutto e alcol. Buono, ma non superiore.

Brunello di Montalcino Ugolaia 1998 – I rivoli di cuoio e bacca selvatica annunciano un naso “affilato”, calibratamente vegetale epperò pimpante e vitale. Bocca di incredibile contrasto e dinamismo, che fila via in scioltezza e personalità, capitalizzando al massimo la freschezza di una annata non memorabile, evitando brillantemente derive “immature” e rivendicando fino in fondo la dignità del cru, capace com’è di sopperire alle mancanze con una scorta di risorse tutta interiore.

Foto, nell’ordine: la casa torre di Casanova, sede aziendale; Carlo Lisini;  Filippo Paoletti

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