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Vinitaly 2012: giri di Puglia/3

VERONA – Terzo e ultimo giro di giostra pugliese, in compagnia di vignaioli e cantine di diversa fatta e provenienza, piccole e grandi, sconosciute e non, di vocazione accertata o di giovanile aspirazione alla crescita. A ben vedere, tutte orgogliose della loro identità e della loro terra: un qualcosina che non si regala e in cui val sempre la pena credere. Per le precedenti puntate leggi qui e qui

AGROFERTIL – NONNO VITTORIO

E se il nome Agrofertil è tutto meno che evocativo (in realtà racchiude l’attività composita del gruppo Prattichizzo, che spazia dalla vendita di prodotti per l’agricoltura alla coltivazione dei cereali, dall’oleificio alla raccolta e smaltimento di rifiuti agricoli), ci pensa il più accomodante e retrò “Nonno Vittorio”, con il quale si è inteso caratterizzare la produzione enoica, a tramutare la tipica diffidenza del suscettibile appassionato di vino in predisposizione all’ascolto.

Per inciso l’attività vitivinicola (10 ettari di vigna a predominante nero di Troia nell’agro di Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia, in provincia di Barletta-Andria-Trani) è recentissima. I fratelli Prattichizzo però dimostrano volontà, determinazione, e i primi risultati non tradiscono graziaddeo impulsi velleitari, fondando il loro stile su una immediata piacevolezza, propiziata da un calore alcolico sempre controllato, da una enologia senza sbavature, da un frutto dichiarato ma mai fuori misura.

Certo che avere a che fare con l’uva di Troia non è proprio un gioco, e lo sanno bene in famiglia, da che l’approccio al vitigno si traduce, nelle sue declinazioni in rosso, in blend ai quali concorrono di volta in volta merlot o cabernet franc. Un percorso in itinere dunque, dove l’approdo al monovarietale sarà l’obiettivo futuro e dove nel frattempo si vanno testando alcune versioni “di avvicinamento”, che poggiano da un lato sulla morbidezza e sulla dolcezza tannica (Macchione), dall’altro sulla freschezza speziata e la profilatura (Baronale). A sparigliare, un simpatico vino rosato, Radiosa, compassato e piacevole, “pietroso” e inappuntabile.

E così, da terreni argillosi di medio impasto con innesti calcarei costituiti dalle tipiche “croste” dell’alto Tavoliere di Puglia, disposti a 150-200 metri slm non lontano dal mar Adriatico, ci proviene Baronale ’09 ( nero di troia 70%; cabernet franc 30%), il vino probabilmente più riuscito in termini di focalizzazione, caratterizzazione e dinamica; da par suo, Macchione 2009 ( nero di Troia 70%; merlot 30%) appare fin troppo conciliante verso una fisionomia di rosso mediterraneo tutta virata su dolcezza di frutto e morbidezza, ponendo poco in risalto il contributo dell’acidità e lasciando in un angolino le evidenze peculiari del connubio terroir-vitigno, come gli umori di cenere, liquirizia e grafite.

LA VIGNA DEI BARONI MARTUCCI

Ci troviamo nell’agro brindisino di San Pancrazio e Sandonaci, zona di Salice Salentino doc: gli oltre 70 ettari di vigna a cordone speronato -perlopiù di giovane impianto- disposti tutt’attorno alla Masseria Lamia, patrimonio fondiario e territoriale della baronia dei Martucci, con cantine storiche in Squinzano, rappresentano l’attuale fonte di approvvigionamento per una proposta enoica non priva di elementi di attrattiva.

Intanto, piena corrispondenza fra messaggio ( richiami alla tradizione, orgoglio di una antica storia familiare), forma (le etichette old fashioned) e sostanza (i vini), tutti convergenti verso un certo classicismo stilistico, ben inquadrabile nella selezione in rosso della casa, che non rinuncia ad una innata, alcolica opulenza (magari un po’ refrattaria alle ragioni della tensione gustativa) per tratteggiare vini di territorio mai banali o banalizzati.

Antonio Libardi, enologo aziendale, ci guida all’assaggio di alcune etichette: e mentre Nigrum ’09 ( primitivo) ti presenta il conto a suon di generose infusioni di frutto e calor’alcolico, Mathelda 2008 ( Squinzano doc Riserva a base di negroamaro e malvasia nera) attende di rimuovere le ultime intemperanze di un rovere impiccione per apparire meno ingabbiato di quel che è, giocando su robustezza e pienezza di succo.

Infine lui, Axa ’09 (Salice Salentico doc), il più spigliato ed espressivo del gruppo: focalizzato nella componente aromatica (amarena, spezie, brace di camino spento), equilibrato e grintoso nello sviluppo gustativo, apre ad un orizzonte nuovo, in cui le trame alcoliche e fruttate ritrovano il contrasto atteso e una più percettibile, intrigante “coloritura” austera.

CANTINA SAMPIETRANA

Duecento conferitori costituiscono l’ossatura di questa storica cantina sociale brindisina ( “sampietrana” sta per San Pietro Vernotico), attiva sul territorio dal 1952. Diverse linee produttive in gioco per diversi target (wine bar compresi), da cui si stacca la selezione in rosso più importante, che intende onorare tre territori a denominazione di origine diversi: Squinzano, Salice Salentino e Brindisi e nella quale si intravvede un buon potenziale espressivo, oltre che di longevità.

Le uve del Brindisi Riserva 2008 (negroamaro, montepulciano) provengono da tipici alberelli disposti su terreni argillo-calcarei, in zona ventosa. Se parli di vino invece, il coté affumicato è dichiarato, al punto da ovattare il resto. Giocato sul fascino della evoluzione, si snoda placido ed accomodante su note di sottobosco e ciliegia confit. Già risolto e dispiegato nelle trame, l’alcol ne arrotonda gli spigoli, il tempo ne va smussando la freschezza.

Più intrigante appare il Salice Salentino Riserva Vigna delle Monache 2006, dagli originali profumi di more di rovo, erbe aromatiche, selva e tapenade. E anche se al palato non realizza la corrispondenza attesa (contrazioni & asciugature), la fisionomia che traspare è quella di un vino schietto, verace e sincero.

Lo Squinzano Riserva 2007 (negroamaro, malvasia nera) è un rosso più rifinito, netto, preciso, ma non nel senso della chirurgia estetica: di impalcatura solida e austera, vagamente old fashioned ma senza sbracature, assume un passo serioso ed accenti speziati, mostrandosi sicuro nel portamento e riuscendo ad allacciare un dialogo più stretto con il carattere, argomento di buon auspicio per il futuro che viene.

CANTINA DIOMEDE

Curiosamente diviso fra Basilicata (Vulture) e Puglia, il progetto vitivinicolo di Luigi Lenoci e Sabino Masciulli è cosa recente (2000). Venticinque ettari di proprietà fra Daunia e Murgia barese, nei cosiddetti Campi Diomedei, allevati a spalliera, con alla base vitigni autoctoni o comunque radicati quali nero di Troia e montepulciano (ai quali si aggiungono sangiovese, cabernet, trebbiano, chardonnay), partoriscono vini che fin dalle prime avvisaglie appaiono improntati su uno stile “modernista”, quantomeno nella produzione in rosso, dal momento in cui morbidezza tattile e concentrazione di frutto sono rese ancor più esplicite da un rovere prim’attore, infuso in dosi non propriamente omeopatiche nelle selezioni più ambiziose.

Il giovane enologo Luca Pugliese (di nome e di fatto) mi invita all’ascolto di alcune etichette, tutte incentrate sull’uva di Troia. Ed è così che alla consistenza dolce e “confetturata” di Canace 2010 e al roverizzato Troia 2007 , ho preferito la franca immediatezza del Lama di Pietra 2009, e ancor di più la schiettezza, la leggibilità e il ritmo di Ripe Alte 2010, in cui il rilievo dell’acidità e il puro registro fruttato sono in grado di innestare quella marcia in più che porta a una piacevole immedesimazione, senza nulla perdere in termini di dettaglio e di articolazione.

ALBERTO LONGO

Riprendendo in tempi recenti quella che per tanti anni ha rappresentato l’attività familiare di babbo Giovanni e mamma Adele, Alberto Longo, senza troppi schiamazzi, ha (ri)fondato un’azienda vitivinicola secondo i crismi della personalità, laddove la cura del vigneto e la cura enologica niente lasciano al caso. L’agro di Lucera, sede della cantina e di 8 dei 35 ettari vitati, e l’adiacente campagna di San Severo, nella Daunia foggiana, con le restanti parcelle disposte attorno all’antica Masseria Celentano ( a proposito, Masseria Celentano nel frattempo è diventato un marchio a se stante nella produzione di Longo), hanno sicuramente trovato un altro ispirato interprete, che non dimentica la tradizione dei luoghi nobilitandone il prestigio con un paradigmatico Cacc’e mmitte (uvaggio di nero di Troia, montepulciano e bombino bianco) ma esplora pure con dovizia di particolari le potenzialità en pureté di nero di Troia, primitivo e negroamaro sotto l’egida di una enologia calibratamente “attualizzata”, o verifica sul campo le possibilità di “attecchimento” territoriale di alcuni vitigni internazionali come il syrah, ottenendone dei risultati a volte sorprendenti.

Così, di fronte alla forza espressiva dei vini di Alberto, che in ragione di una decisa presa sul palato non sacrificano sfumature o persistenza, conta poco l’evidente cura formale e il cesello enologico di cui si avvalgono. Materie prime di livello, adeguatamente selezionate, costituiscono le fondamenta di un percorso nuovo, futuribile, che già ha regalato all’enologia pugliese autentiche chicche, e che sul cammino è andato progressivamente bilanciando la tendenza estrattiva (apportata soprattutto dai legni) delle prime edizioni, lasciando lo spazio dovuto al naturale fluire dei vini ed esaltandone in modo più spontaneo l’innata loro visceralità.

Nel  frattempo, dalla articolata proposta, pesco fra i rossi un caratteriale e convincente Cacc’e Mmitte di Lucera 2009, dalla timbrica aromatica profonda e grafitata, teso e deciso, austero e moderatamente tannico, in odor di cenere e metallo. E un sorprendente Primitivo 2010, le cui uve provengono da un vigneto in conduzione nella zona di Manduria, quindi del tarantino: forte, austero, arcigno, sapido e minerale, dal temperamento “vulcanico”, è proprio un buon bere.

Infine i due alfieri della casa: da un lato Le Cruste, dedica liquida alla terra di Daunia e all’uva nero di Troia, rivisitate qui in chiave moderna: primattore, sfaccettato, potente ed espressivo nonostante il contributo generoso del rovere nella versione 2009. Dall’altro 4.7.7, un esplosivo Syrah che ha la particolarità di non richiamare affatto alla mente il Rodano (e ci mancherebbe!) ma neanche l’Australia, bensì di disegnare una traiettoria a sé. Inarrestabile per progressione nella edizione 2008, è vino ricchissimo, potente, dettagliato, speziato e minerale; la sua masticabilità non va a detrimento della succosità e della beva, realizzando l’incantesimo di un equilibrio fondato su alti parametri e ispirando il meglio che c’è per un futuro on his side.

DUCA CARLO GUARINI

Quasi una corrispondenza euritmica, non c’è che dire, fra la flemmatica, signorile compostezza di Giovambattista Guarini ed i suoi vini. Vini di sincero radicamento territoriale questi qua, mai “sbandierati”, mai sopra le righe, anche quando l’enologia sembra intercettare traiettorie stilistiche più “attualizzate”. Li caratterizza un eloquio rilassato, calibrato nei toni, a volte persino timido, da quando ti aspetti da un momento all’altro l’affondo decisivo o la progressione che ti conquisti. Eppure, in loro compagnia respiri un’aria buona che ti riporta al cuore del Salento leccese – epicentro in Scorrano -, terra d’accoglienza di una storia antichissima di nobili “vinattieri”, i Guarini appunto, e di un patrimonio viticolo che conta oggi 70 ettari frutto di un progressivo reimpianto iniziato dagli anni Ottanta del secolo scorso, da quando presero forma e vita i primi imbottigliamenti. Reimpianto, si badi bene, effettuato da selezioni massali. E conduzione biologica del vigneto perseguita da tempi non sospetti. Fra le primogeniture, la prima etichetta di Primitivo in purezza. E una orgogliosa rivendicazione in tema di salvaguardia delle autoctonie, autentica mission aziendale mai distratta dai venti nuovi dell’imbastardimento varietale.

E se nella variegata, ma neanche troppo, compagine produttiva capita di imbattersi in vini piacevoli ma senza pruriti ambiziosi, ecco che ci affacciamo a lidi di maggiore caratterizzazione con il Nativo 2010, un Negroamaro in purezza di insolito, beneaugurante dinamismo, dove a una sottile vena vegetale fanno da contraltare una spiccata timbrica speziata-officinale ed un ritmo gustativo capace di esaltarne al meglio la propensione “gastronomica”.

E la vena minerale che innerva il Primitivo Vigne Vecchie 2009 gioca il suo bel ruolo da protagonista nel propiziarne scorrevolezza e contrasto, sia pur a fronte di un finale più svagato e incerto. Infine, Boemondo 2008 (primitivo affinato in legni piccoli; 30% delle uve appassite) apre a vibrazioni sapide e alla reattività, nonostante l’insistenza fruttata e confit. Pur senza toccare abissi di profondità, grazie ai dettagli speziati e alle sottili increspature delle erbe aromatiche, scava un solco prezioso di sana e consapevole territorialità.

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