Chianti Riserva 1971 – Due Piani (proprietà Mori)

Di • 20 set 2012 • Rubrica: diVini, L'appunto al vino
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Sottozona/Cru: Via di Novoli – Barberino Val d’Elsa (FI)

Vitigni: sangiovese, canaiolo; malvasia, trebbiano

Data assaggi: settembre 2012

Il commento:

Cerasuolo brillante, di incantevole luminosità e contrasto. Vitale. Naso sottile con un niente di terziari: emerge una trama mineral floreale aerea, leggiadra, accompagnata da stimoli di terriccio e cuoio bagnato. La screziatura di selva non lede il profilo nitido e cesellato.

In bocca è istinto puro, beva traditrice, tannino impalpabile, sdilinquente sgranatura sapida, lunga persistenza. E’ un’acidità ficcante e vetrosa la sua, più da bianco che da rosso, ciò che a distanza di tanti anni guida ancora le danze e smuove le trame. Un vino di una delicatezza commovente, di una ricchezza tutta interiore, gioiosamente vivo, un soffio di candore che inspiegabilmente non molla la presa, una sagoma di vino a metà strada fra un Sangiovese d’altura e un Nebbiolo di Verduno. Quale pregnante testimonianza di un periodo storico derubricato in fretta, che in molti vorrebbero dimenticare, è vino senza tempo.

A un prezzo che non so, con una reperibilità pressoché nulla, è come un diario partigiano, toccante e schietto.

La chiosa:

Nel periodo in cui le sollecitazioni eno-sensoriali si moltiplicavano come sciame di cavallette (ho toccato la boa dei 3000 vini nei mesi estivi!) ho provvisoriamente messo da parte “L’appunto al vino”. Quasi che il bombardamento liquido, dalla cadenza pressoché giornaliera, non chiedesse altro se non la tregua dello scribacchino per sfinimento psicofisico. E guardate che ce ne sarebbero di vini da fissare in un appunto! Si è trattato però di un gesto liberatorio. Per non far torto a nessuno, me compreso. Così ho atteso il bicchiere imprevisto, fuori dal coro, per rinsaldare energie ed ispirazioni. Per sperare in un significato che scavasse più a fondo.

Da una etichetta sconosciuta ho avuto ciò che desideravo. Le risposte. Anzi, a dire il vero, le domande. Tante domande. Avevo così bisogno che vi fossero ancora domande da porsi. Intanto, non senza fatica, ho scoperto che Due Piani esiste ancora e ancora appartiene alla famiglia Mori. Segnatamente a Brunella Mori, figlia di quell’Orlando che alla fine degli anni ’60 ristrutturò il vecchio casale nella campagna di Barberino Val d’Elsa per iniziare da lì a poco una attività agricola e agrituristica (un agriturismo negli anni ’70, pensa te!). Ritengo che questo Riserva sia uno dei primissimi vini mai prodotti in azienda, annata ottima non c’è che dire in Toscana, ma caspita, una roba così mica è normale! Quarantuno anni son passati, e guardalo lì, che figurino! Ancora oggi Due Piani è un agriturismo, che alla ricettività affianca una produzione agricola da tipica fattoria toscana, ovviamente al di fuori dei circuiti del vino che conta, degli œnophiles e del passaparola degli appassionati. Solo una semplice ma radicata fattoria toscana, dedita alla produzione di Chianti (il Chianti “putto” di una volta), olio e Vinsanto. Non mi meraviglierei se buona parte della produzione andasse in sfuso. Una storia senza riflettori puntati addosso questa qua, una storia di campagna come ce ne sono tante ma che oggi come oggi “suona” quasi inusuale. Non c’è posto per marketing oriented e compagnie cantanti, non c’è l’enologo di grido. Solo e soltanto semplice agricoltura. Ho notato da alcune immagini che le etichette attuali sono state “ammodernate”. Non so se il contenuto delle bottiglie sia stato “ammodernato” pure quello: sembra comunque che nei rossi della casa entrino ancora le uve bianche. Come a quei tempi là. Non so neppure se la famiglia Mori sia consapevole di quel miracolo liquido chiamato Chianti Riserva 1971. E quanta importanza rivesta, nella loro storia, quella annata. Non so quanto affidamento facciano sulle capacità evolutive dei loro vini, e me li vedo pure poco interessati agli sbrodolamenti un po’ zuccherosi di uno scribacchino colpito al cuore.

La meraviglia di un bicchiere come questo però viene da lontano, da tempi non sospetti e da una storia piccola come ce n’erano tante, passata inosservata ai più ma, come tutte le storie, sicuramente vissuta, amata, sofferta e partecipata. Appartiene a un tempo del quale si dice non vi fosse una reale consapevolezza agronomica ed enologica. Il tempo dell’ingenuità, o dell’agricoltura inconsapevole. Eppure un vino così illumina a giorno un mondo che troppo spesso si scopre ad annaspare nella botola buia dei deja vu, dove a volte sembra che tutto sia stato pianificato, normalizzato e detto troppo in fretta. La Toscana del vino però passa anche da Novoli. Da strade bianche e poco praticate. Quante Novoli ci saranno su e giù per lo stivale? E questi vini old fashioned come mai si tramutano ancor oggi in qualcosa di tremendamente attuale, risultando più piacevoli, struggenti ed evocativi di tanti mostri sacri nati con le mostrine al petto prima ancora di meritarsele? Davvero l’enologia era tutta da scrivere allora? Il Chianti Riserva ’71 di Due Piani è stata una pura casualità legata alla benevolenza di un’annata straordinaria? Oppure ci siamo persi tutti qualche cosa?

Territorio, mineralità, bevibilità, acidità: c’è chi le dipinge come parole d’ordine di una tendenza meramente modaiola, cavalcate per cavalcare l’onda. Mi fa ridere questa frettolosa derubricazione: abbiamo bisogno di una moda per capire che il senso più profondo di un vino ben riuscito passa anche da lì? Se un tempo non la si pensava così e si dava peso ad altri attributi, cosa c’è da rimuginarci sopra? Ammettere che si è preso abbagli, o che si era meno preparati, o che la si continua a pensare come prima, o che il percorso cognitivo più autentico era lì da venire, sono cose tanto indicibili? E’ come il tema del bio: certo che val la pena parlarne e praticarlo, e val la pena persino cambiare idee ed indirizzi per reinventarsi una agronomia più pulita. Moda, opportunismo? Ben vengano mode così, capaci di far balenare nella testa dell’imprenditore agricolo, anche il più furbo e sgamato, che in quell’orizzonte ci stanno maggiori redditività ed appeal commerciale. Che mi frega. Andiamo al sodo, guardiamo al bene della terra. Perché se c’è un tempo per le scelte sbagliate, a volte forzate a volte no, c’è pure un tempo, più ingenuo e incontaminato, in cui le scelte diventano sogno, programma e futuro. Ecco, inconsapevolmente forse, tanti anni fa nascevano vini come il Chianti Riserva ’71 di Due Piani, dove territorio, freschezza, bevibilità e mineralità bellamente si fondono, dove purezza e naturalezza vanno a braccetto senza forzature. Senza schiamazzi. Piccole perle di un’Italia in cambiamento capaci di annullare il tempo, e assieme al tempo l’esigenza di sentire il bisogno di qualcosa d’altro che non fosse già lì. Era tutto lì, è ancora tutto lì, dentro a un bicchiere di Chianti che non so, ma che non dimentico.

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