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La Guida Oro I Vini di Veronelli e l’attualità del pensiero di “Gino”

VENTURINA (LI) – In un tempo presente nel quale seguendo gusti e sensibilità, si può scegliere fra almeno cinque pubblicazioni che catalogano e valutano gli italici vini può essere interessante ricordare che la guida che porta il nome di Veronelli è la prima che si propose questi intenti, per il semplice motivo che il suo autore già da diversi anni li aveva resi oggetti degni di studio e li aveva elencati nei Cataloghi Bolaffi prima e nei Cataloghi Veronelli dei Vini Italiani editi da Giorgio Mondadori. Oggi, la Guida Oro I Vini di Veronelli è un po’ malinconicamente l’ultima pubblicazione superstite dopo la chiusura della casa editrice voluta da “Gino”, e sopravvive grazie agli sforzi del Seminario Permanente Luigi Veronelli e di Gigi Brozzoni, anche storico curatore del volume assieme a Daniel Thomases. Quest’anno poi, per motivi organizzativi, è cessata la lunga collaborazione con Rocco Lettieri, che si era sempre occupato di esplorare il territorio del Canton Ticino.

Quest’anno il calore e l’entusiasmo che aiutano a portare avanti imprese così dispendiose hanno provveduto a fornirlo gli organizzatori della presentazione coordinati da Paolo Gigli, bravo produttore della Val di Cornia nell’azienda Sant’Agnese di Piombino, che ha fatto della promozione della sua zona vitivinicola, compresa fra il bolgherese e la Maremma grossetana, un impegno incessante e condito anche da un certo puntiglio. A sostenerlo, una delle strutture più belle della zona, il Calidario delle Terme di Venturina (piscina all’aperto con acqua naturalmente calda tutto l’anno) e l’Associazione Linceo, che raduna più che validi ristoratori e artigiani del gusto locali.

La presentazione della guida è stata l’occasione per rivelare i vini che hanno meritato il “Sole”, che non è un puro e semplice attestato di eccellenza (quello va ai Super Tre Stelle che ottengono un punteggio di almeno 93/100 in degustazione, una soglia calibrata tenendo conto del progresso qualitativo delle etichette italiane) ma un riconoscimento in qualche modo simbolico di una nuova via tracciata, di una sorpresa, di una celebrazione, di un “premio alla carriera”. Quest’anno sono stati scelti, da parte di Thomases, il Barolo San Lorenzo 2008 di Azelia, il Barolo Riserva 2004 di Franco Conterno, l’Amarone della Valpolicella 2007 di Secondo Marco, il Chianti Classico Riserva Cinquantenario 2007 di Castello di Monsanto, il Ronco del Re 2008, sauvignon romagnolo di Vittorio Fiore prodotto nella sua azienda romagnola Castelluccio, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Balciana 2010 di Sartarelli, il Rosato 2008 di Biondi Santi, il Torgiano Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2004 di Longarotti, il Vin Santo di Carmignano Riserva 2006 di Capezzana, il Montiano Trentanni 2009 di Falesco (“fra Umbra e Lazio viene il miglior merlot del mondo, Francia compresa”); da parte di Brozzoni l’Amarone della Valpolicella Classico Riserva La Mattonara 2001 di Zymè, il marchigiano Kupra 2009 di Oasi degli Angeli, il Tinto 2009 di Il Cerchio, dalla Maremma di Capalbio, il Trenta Vendemmie 2007 di Castellare di Castellina, il sardo Kyanos 2011 di Soletta, il Valtellina Superiore Il Prestige 2009 di Triacca, l’aglianico di Paestum Gillo 2009 di San Salvatore, il GB Odoardi Calabria Rosso 2009.

Ma al di là di vini e premiazioni, quest’anno la presentazione della guida è servita a fare il punto sulla figura di Veronelli a otto anni dalla sua scomparsa, e su questo i curatori del volume sono decisamente “Veronellicentrici”: ossia, gran parte del merito della rivalutazione e dell’attenzione che oggi viene dedicata a cibo e vino (pure troppa, si comincia a mormorare) lo si deve al grande Gino, alle sue intuizioni ed al suo impegno durato decenni, seppure ad un certo punto affiancato nell’impresa da associazioni ed editori che hanno avuto ben presto eserciti più numerosi del suo. E anche se certe tesi potrebbero essere contestate da chi vede  da angolazioni diverse la storia della “moderna” enogastronomia italiana, esse meritano considerazione, anche perché è indubbio che idee chiave come la centralità della terra e della contadinità sono tornate prepotentemente di attualità.

Tesi che sono state esposte da Thomases e Brozzoni durante la presentazione e da quest’ultino ribadite successivamente, nel suo intervento “Due parole su Luigi Veronelli” svolto nel castello di Piombino, nel quale ha ripercorso le tappe principali di una storia esemplare: dall’incontro a Londra, venticinquenne,  con Luigi Carnacina che provocatoriamente fece servire un uovo all’occhio di bue ad un giovane rampante con qualche soldo in tasca e una bella donna al fianco che esigeva una grande piatto; alla sua autocandidatura nel 1956 a diventare il narratore del vino contadino italiano, sempre migliore del miglior vino industriale, proposta ad Italo Pietra, direttore di quel Giorno che avrebbe poi formato giornalisti come Giorgio Bocca; ai “Cataloghi Bolaffi” ; all’invenzione di un linguaggio anche pittoresco ma senza dubbio impattante; alla popolarità televisiva con “A tavola alle 7” e la collaborazione conflittuale con Ave Ninchi, fino alle ultime battaglie per l’olio di oliva e per la trasparenza del prezzo sorgente. Con un duplice scopo, quello di esaltare la terra e chi la lavora, una terra che si era abbandonata negli anni settanta maledicendola per la vita grama con il miraggio delle comodità di una città che spesso poi significò grigia periferia, ma anche esaltatore della valenza culturale del cibo, considerato allora nell’Italia clericale solo fonte di peccati capitali.

Ma dal punto di vista della nostra vitivinicoltura furono importanti soprattutto i due viaggi compiuti assieme ad un gruppetto di vignaioli curiosi ed intelligenti (Mario Schiopetto, Sergio Manetti, Giacomo Bologna, Maurizio Zanella…): il primo nel 1981 in Napa Valley per guardare a nuovi modelli di viticoltura freschi di applicazione e più facilmente decifrabili di quelli storicamente stratificati di una Francia, allora fra l’altro in polemica contro I mosti che arrivavano dal nostro sud e che reclamava lo zuccheraggio. Un viaggio che portò ad acute ispirazioni per vini ormai storici che nacquero proprio nella vendemmia successiva del 1982, (vedi la Barbera Bricco dell’Uccellone di Braida, il Maurizio Zanella, il Gaja&Rey…), e che fu seguito nel 1988 dalla trasferta in Georgia, luogo di origine di tanti vitigni, e fonte di ispirazione con le misteriose procedure di vinificazione nelle anfore interrate. Insomma, l’oggi.

Nelle immagini: Daniel Thomases e Gigi Brozzoni, Luigi Scavino (Azelia), Brozzoni con Vittorio Fiore, il marchese Incisa della Rocchetta con Carlo Paoli, direttore della Tenuta San Guido, Brozzoni con Marco Casolanetti (Oasi degli Angeli)

3 Comments

  • paolo gigli ha detto:

    riccardo..di solito sono piuttosto schivo a lasciare commenti (preferisco confrontarmi con le persone a quattr’occhi…) però faccio volentieri un’eccezione a questa mia abitudine e ti lascio giusto 2 parole… l’idea di fondo che mi/ci ha portato a pensare di organizzare questa giornata sulla costa toscana è che la storia e le lotte condotte da lugi veronelli ed i suoi collaboratori non siano sufficientemente ricordate e, pur non così lontane nel tempo, sembrano far parte di un’altra epoca…oggigiorno, la nuova notizia “mangia” subito quella appena giunta…non sembra esserci più modo di poter prendersi il tempo per riflettere e provare a capire quello che ci accade intorno…ed anche nell’enogastronomia è un rincorrersi continuo di novità..talvolta, o forse troppo spesso, fini a loro stesse…
    il racconto che gigi ci ha fatto al castello nel pomeriggio è stata una grande occasione, per coloro che sono stati presenti, per riuscire a fermare il tempo per un paio d’ore e tornare a casa con un barlume di ottimismo ancora vivo…che si possa continuare a pensare, parlare e assaggiare anche e soprattutto con un animo più libero e a mente un pò più leggera..almeno questo è quello che io spero…

  • Giancarlo ha detto:

    Non Mauro, ma (grande indimenticabile) Giacomo è il nome di Bologna

  • Riccardo Farchioni ha detto:

    Caro Giancarlo, porca miseria, grazie, ho corretto! Avevo un amico che si chiama così, da cui il lapsus….. Grazie per la lettura
    Riccardo

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