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Paleo de Le Macchiole: vent’anni e non sentirli. La verticale storica

La mia prima volta fu nel 1995. Allo stand “vinitaliano” della Costa degli Etruschi. Lo ricordo bene. Erano i tempi dell’apprendistato e del furore agonistico. Erano i tempi in cui annotavo di tutto, anche gli sguardi e le forme dei bicchieri. Oltre ai vini, quel giorno, mi colpì la delicata gentilezza di una giovane donna al tavolo de Le Macchiole. Percepii in lei una sincera volontà di condivisione, senza prosopopea, senza supponenza. Una ragazza timida ma cordiale, in cui leggerci tutto il piacere di offrire a degli sconosciuti un calice dei propri vini, vini rossi di Bolgheri. Una mosca bianca mi parve, calata in un contesto e in un fermento, quale quello bolgherese appunto, che già aveva iniziato a svelare le sue carte, e assieme alle carte generose dosi di baldanza e snobismo. A distanza di tanti anni, la ragazza di allora non è cambiata, sia nell’aspetto che nell’indole: Cinzia Merli, in fondo, ha Bolgheri nel cuore, lo senti e lo vedi. Sì, proprio lei, che con il marito Eugenio Campolmi, l’iniziatore della storia e il fondatore de Le Macchiole, tracciò fin dagli esordi una traiettoria speciale, che oltre alla “autoctonia” dei protagonisti (davvero fra i pochissimi vignaioli nati lì, i Campolmi) è andata distinguendosi per alcune sperimentazioni fin’allora inusuali, tendenti sempre più verso un’espressione monovarietale dei vini.

Che Cinzia fosse innamorata di una terra, di un uomo e di un progetto lo ha dimostrato una volta ancora quando la vita ha inteso riservargli “certi” trattamenti, spostando un po’ più in su l’asticella delle difficoltà esistenziali. La perdita improvvisa di Eugenio è stata un brutto colpo, inatteso e fragoroso. Per la famiglia certo, ma direi anche per una intera comunità vinicola, che dai suoi gesti e dalle sue rigorose e studiatissime elaborazioni ha tratto sempre e comunque ispirazione. Ebbene,  rimboccarsi le maniche per portare avanti in prima persona l’azienda non credo proprio abbia instillato dubbi in lei.

Cinzia, in fondo, è soltanto innamorata di Bolgheri e della luce che c’è lì. E di una idea di impresa familiare in cui la condivisione del progetto passi attraverso l’entusiasmo e la voglia di fare di tutti, dal primo enologo al magazziniere. Non fa niente per nascondere questo amore. E alle Macchiole vedi tanti volti giovani. E compartecipazione. Nel frattempo, i vini si sono creati una solida schiera di aficionados sparsi lungo l’intero orbe terraqueo. In certi casi tramutandosi in veri e propri oggetti di culto. Etichette come Messorio e Scrio fanno tremare i polsi e fremere le papille ai wine lovers più indefessi e incalliti.

Eppure io dico che Le Macchiole è e resta soprattutto Paleo, il capostipite dei rossi della casa. Per espressività, continuità qualitativa, rappresentatività. Per quel misto di eleganza e temperamento che da sempre è la sua cifra, e che fa tanto “livornese” (non “libournaise”). Un Paleo che negli anni ha cambiato pelle (leggi vitigni) senza disperdere affatto la fibra sua più intima, fondata su una sobria modernità nel tratto stilistico, lontana mille miglia però dalla dimostrazione di attributi fine a se stessa o da un compiacente presenzialismo scenico. Compendio armonioso di grinta e solarità, potenza e sfumature convivono in lui senza sacrifici: sta forse qui la forza seduttrice di quel vino.

Sono passati vent’anni. E il ventennale è stata l’occasione per festeggiare un traguardo, attraverso una irripetibile verticale che ha toccato tutte le annate prodotte, o quantomeno quelle ancora disponibili. Evento raro che più raro non si può. Ma che ben coglie il senso dell’accoglienza e dell’ospitalità di casa Merli. E se dopo tanti successi e tanti clamori c’è una cosa che ti piace sentir dire, è quella di non sentirsi affatto arrivati. E’ quella di essere consapevoli che la strada è ancora in salita. Che c’è ancora bisogno di imparare e di crescere. Che tutto deve ancora essere pienamente rivelato, appreso, digerito. Ora, a cose normali potrebbero sembrare frasi di comodo, tattiche e rimasticate, tipo quelle che infarciscono i taccuini dei più scafati imbonitori di marketing. C’è solo una differenza: quelle parole sono parole di Cinzia Merli Campolmi. Nei suoi gesti, quelli di ieri e quelli di oggi, ci leggi solo e soltanto semplicità, lavoro, dedizione, amore per la propria famiglia e per Bolgheri, la sua terra. Non ci leggi né comodità né scorciatoie. La vita non gliele ha concesse. Sono occhi diversi quelli di Cinzia. “Diverse” sono le parole. E a me piace pensarla ancora come una mosca bianca.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 1992 (cabernet sauvignon 90%, Sangiovese 10% – vigna Casa Vecchia)

Da un millesimo sostanzialmente terribile per la Toscana tutta, Bolgheri ne esce fuori con la schiena diritta. Portatore sano di bellezza nonché eloquente testimone di tale eccezionalità, Paleo ’92 mette tutti d’accordo anche a distanza di vent’anni. Sorprendente per la vitalità del quadro aromatico, che nulla concede ai terziari, intrigante per quel suo lato balsamico, per la seducente scia floreale e di cassis, per le sottigliezze in odor di tabacco e la stimolante scodata salmastra, è un vino profilato, fresco, brillante, dal sapore delicatamente terroso e agrumato: è insomma un grande vino, infiltrante e saporito, dalla beva traditrice. La strada è tracciata. Il solco profondo.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 1993 (cabernet sauvignon 90%, Sangiovese 10% – Vigna Casa Vecchia)

Profumi più intensi e penetranti del ’92, anche se di minor finezza; fra uno sbuffo e un altro di tabacco emerge un frutto di amarena carnoso ad infondere vitalità, senza un’ombra di terziari. Bocca invero più compatta e meno flessuosa del ’92. Insomma, non vive di agilità. Chiusura assai ostinata su note di liquirizia dolce. A una setosa tattilità fa da contraltare una certa rigidezza nei sapori.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 1994 (cabernet sauvignon 90%, Sangiovese 10% – Vigna Casa Vecchia)

Naso più trattenuto e svagato delle annate precedenti, non nettissimo né troppo dettagliato. Intrigante il coté selvoso-balsamico, con qualche sottolineatura vegetale da mettere sul piatto dei ragionamenti ma in un contesto tutto sommato bilanciato. Caratteriale (anche se non propriamente fine) il rilievo terroso-catramoso al gusto. Tannini da annata calda, rugosi e un po’ “diradati”. Ma non manca di ritmo, eppoi conserva grinta aromatica, e se ci pensi bene una sicura valenza “gastronomica”.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 1995 (cabernet sauvignon 90%, Sangiovese 10% – Vigna Casa Vecchia)

Sarà un caso, ma non c’è rosso toscano del ‘95 (precisiamo: buon rosso toscano del ‘95) che non tiri fuori dal cappello aspetti “umotici e selvosi”, balsamici e “scuri”. Quasi che quella stagione, stramba e irregolare (stagione buona per bestemmie o capolavori assoluti), abbia voluto imprimere come cliché una sua speciale timbrica aromatica. Qui a colpire però è la seducente fusione tannica, che dona una eleganza preziosa e un’appagante rotondità al gusto: carnoso, senza ridondanze, l’aria gli fa bene e recupera le indecisioni dei primi istanti, che facevano supporre un certo allentamento di tensione. Non è così. Il bicchiere respira, e noi con lui.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 1996 (cabernet sauvignon 85%, Sangiovese 10% – Cabernet Franc 5% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Madonnina)

Coriaceo, (s)quadrato, austero, poco concessivo. Al palato sanguigno, di struttura e calore, senza troppe sfumature. Chiosa un po’ asciutta e pragmatica, ma non stanca, anzi. Con l’aria se ne escono risvolti finanche agrumati. Annata tardiva sulla costa, per via delle insistite piogge estive. Prima timida comparsa del cabernet franc nella palette varietale.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 1997 (cabernet sauvignon 85%, Sangiovese 10% – Cabernet Franc 5% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Madonnina; Vigna Puntone)

Sangue di piccione, ferro e umori salmastri annunciano un naso singolare: non sarà eleganza pura ma rivela un dinamismo e un contrasto avvincenti; in bocca si profila e scatta, ancora salmastroso, ancora dinamico, ancora agile. Un Paleo atipico se vuoi, ma buonissimo. Di più, un ’97 come ce ne sono pochi (in Toscana), grazie a una reattività inconsueta, propulsiva, stimolante. Ha sale in corpo, questo ha, e un futuro davanti a sé.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 1999 (cabernet sauvignon 85%, Cabernet Franc 15% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Madonnina; Vigna Puntone)

Scompare il sangiovese dall’uvaggio, e il nostro oggi se ne esce con un coté piritico e balsamico in bella evidenza. Un naso di buona tensione questo qua, propositivo, ricco e sfumato al contempo. Ancora da sciogliersi al gusto, ha tannini sodi e indole grintosa, compassata. Ci stanno terra e sottobosco, ma sembra ancora da attendere (how long?). Dalla sua parte ciccia, definizione e “spalla”.

Bolgheri Rosso Superiore Paleo 2000 (cabernet sauvignon 70%, Cabernet Franc 30%)

L’ultima annata di Paleo che vede a protagonista il cabernet sauvignon, prima della “fuoriuscita” a favore del cabernet franc. Salmastroso, scattante, speziato, nessuna concessione alle slabbrature tipiche di una annata calda, a calore o lordure. Bello il coté di erbe aromatiche. Intrigante, diverso nella timbrica ma intrigante. E pure vivace.

Paleo Rosso 2001 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone)

La svolta: cabernet franc in purezza. Non più un Bolgheri Doc, sulla carta. Ma nella sostanza un super-Bolgheri! Profondo, speziato, complesso, tonico, slanciato, salmastroso, balsamico, di bella fusione tannica: vino di dimensione e attributi certi, con generose infusioni di grazia e garbo espressivo. Nulla che non vada men che bene. Finezza che emerge appieno al riassaggio, a decretare (forse) il Paleo più grande mai assaggiato fin qui.

Paleo Rosso 2002 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone)

Ti colpiscono le note floreali, aeree e leste nel coinvolgerti. Qualche accenno di cipria e un frutto più concessivo e maturo prendono campo con l’aerazione. Al palato si dirada un po’ sul tannino, del tipo “liquirizioso-amaricante”. Brevilineo e rugoso, l’annata inclemente alza la voce. Stappato qualche anno fa sicuramente sarebbe apparso più gradevole.

Paleo Rosso 2003 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone; Vigna Casa Nuova; Vignone)

Bei profumi, sento calore ma anche una espressività franca e naturale: frutti rossi e spezie per un naso aperto, simpatico, ancora in palla. Bocca non immensa, qualche asciugatura sul cammino ma ancora molto, molto piacevole. Sorprendente risposta ad una delle annate più calde e siccitose di sempre.

Paleo Rosso 2004 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone; Vigna Casa Nuova; Vignone; Madonnina)

Grande spessore gustativo per un rosso carnoso, speziato, futuribile. Cassis e menta. Molto “franc”. Tannino vivido ma dolce, qualcosa del legno da rintuzzare, bella complessità. Ancora allappante, ancora da attendere. Con fiducia però. Da una annata cronometricamente regolare, un vino che riesce ad esaltare varietale e terroir in modo impeccabile. Cronometrico, appunto.

Paleo Rosso 2005 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone; Vigna Casa Nuova, Vignone)

Incisivo, netto, fresco, mi piace la risoluta sua fermezza, che si tiene però a debita distanza dagli approdi più austeri e intransigenti. Balsamico (resine di pino), intenso, ficcante, un po’ di calore in esubero nel finale ma buono e gastronomico.

Paleo Rosso 2006 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone; Vigna Casa Nuova, Vignone)

Frutto turgido, senti proprio la dolcezza naturale del frutto, puro e bello. Sciolto nell’eloquio, fresco, inappuntabile. Tannini di razza e bella roba. Legno ancora parzialmente da assorbire, ma è questione di lana caprina. Vino di gran lignaggio.

Paleo Rosso 2007 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone; Vigna Casa Nuova, Vignone; Madonnina)

Maturità e calore -con i corroboranti risvolti agrumati- segnano un naso piacevole ed espressivo. Qui il rovere e l’alcol non scherzano però. Il primo si fa infiltrante, donando increspature tostate al gusto. Il secondo allarga e distende le trame, acquietandole un po’. “Soltanto” buono, ma più pronto del solito.

Paleo Rosso 2008 (Cabernet franc 100% – Vigna Casa Vecchia; Vigna Puntone; Vigna Casa Nuova, Vignone, Madonnina)

Ricco e fitto, pieno ma sinuoso, di bella spinta aromatica, chiede tempo per sciogliersi ma il legno appare già ben fuso. Bocca coerentemente sostanziosa, tanta materia in corpo, tanto ancora da dare, e un finale segnato dalla liquirizia. In prospettiva un cavallo sicuro.

Paleo Rosso 2009 (Cabernet franc 100% – Vigna Puntone; Vigna Casa Nuova; Vignone; Madonnina)

Bel succo per una silhouette elegante, sinuosa, proporzionata, di stoffa buona. C’è freschezza e ritmo. Sensuale nelle movenze, appare tutt’altra cosa rispetto alle introspezioni e alle disarmonie degli assaggi estivi.

Paleo Rosso 2010 (in bottiglia da aprile 2012 – uscita prevista 2013)

In prospettiva si va delineando un Paleo di agilità e dettaglio. Con un pelo di ciccia in meno del solito (il che non mi dispiace affatto) ma con una croccantezza nel frutto e un contrasto gustativo avvincenti. E’ fresco, reattivo, bilanciato, senza appesantimenti: insomma, un autorevole candidato per la ribalta bolgherese prossima futura.

Degustazione effettuata in azienda nel mese di novembre 2012.

Dentro questa storia ci stanno altri interpreti, altri attori. Fra gli altri: Massimo Merli, fratello di Cinzia, responsabile agronomico; Luca Rettondini, giovane enologo della casa; Luca D’Attoma, noto consulente enologico.

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