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La Valpolicella secondo Allegrini: alla ricerca della “veneticità”

di Andrea Fasolo

IF SANT’AMBROGIO DI VALPOLICELLA (VR) – Roccia rossa, pergole d’oro, terra profumata e rosso-bruna, e le corvine, i corvinoni ad asciugare piano nei granai, con queste giornate asciutte e belle, con le nebbie che si addensano sopra la pianura, amplificando la luce e solvendo in sé l’orizzonte.

Villa della Torre mi accoglie luminosa per la tradizionale Galzèga. Subito Franco e Silvia Allegrini ci caricano e ci portano su, alla Poja. La stradina si inerpica fra il bosco e qualche vigneto di recente impianto, a filare. Passata la croce – qualcuno ironizza sulla “Romanée-Conti veronese”, ma come dargli torto? Invece che Cote d’Or, l’hanno chiamata Conca d’oro, quella sopra Sant’Ambrogio, e in questo periodo si capisce perché – arriviamo ai piedi del vigneto, fra i cipressi.

Sulla capezzagna, là dove partono i filari di corvina, Franco Allegrini ci presenta il vigneto, le idee che gli stanno alla base, l’approccio che hanno: in azienda, alla Valpolicella e al suo vino.

Una sfida, la Poja, che intraprese il padre Giovanni alla fine degli anni ‘70, (1983 prima annata prodotta) il quale dovette affrontare subito un’annata difficile come l’84, ma risollevato – e forse anche un po’ rassicurato – dalle successive annate della fine di quel decennio, passate alla storia per molti rossi italiani e che anche per quel vino da tavola furono esemplari, vide pian piano vinta quella sfida. Vino da tavola perché non era possibile fare un vino, in Valpolicella, con corvina soltanto. E in effetti i risultati migliori, nelle valli veronesi, difficilmente riescono usando questo vitigno come solista. Eccezion fatta, forse, per…

Il suolo è molto calcareo, ricoperto da sassi bianchi di origine cretacica, che contrastano in maniera così luminosa con l’oro della vigna, da sembrare irreale. La Poja sovrasta la collina della Grola con i suoi due ettari e mezzo: una terrazza pianeggiante a 320 metri in una posizione unica, con il lago laggiù e le case all’imbocco della Valdadige come ciottoli alla foce di un fiume.

Ripartiamo, e scendiamo allargando verso la Conca d’Oro, passando sotto la Grola, l’altro vigneto simbolo, citato a fine Ottocento anche da Giovanni Perez, e che si trova appunto sul versante sud-est, subito sotto la Poja: qui sono piantate corvina e syrah. Continuo a pensare alle parole di Franco, quando ha spiegato dell’accento dialettale veronese nel raccontare il vino rosso in Veneto.

Scendiamo quindi a 280 metri: i circa 30 ettari della Grola sono stati impiantati anch’essi nel 1979, con un primo impianto a guyot successivamente infittito negli appezzamenti di nuova acquisizione. Anche qui vi fu una piccola rivoluzione, con l’introduzione – come sopra – della spalliera come forma d’allevamento, in sostituzione della pergola (che – come tutte le cose generose – tenta il viticoltore ad abbondare nella produzione, inficiando la qualità), su un terreno calcareo e molto povero, magro, sottile: buone premesse per un gran vino.

Ci spostiamo, e lungo il tragitto ci fermiamo a San Giorgio, davanti la pieve. La vista è bellissima, disturbata solo dalla leggera foschia che confonde all’orizzonte, dietro la collina a gradoni della Grola, la vista del lago.

Il riscaldamento climatico rende possibile gestire con maggiore facilità, o a volte ottenere addirittura migliori risultati rispetto a zone più classiche, anche quei vigneti che venti o trenta anni fa erano considerati azzardi per l’altitudine inusuale. E infatti i vigneti di più recente acquisizione e impianto, a Mazzurega, sopra Fumane, sono ad altezze che erano considerate limitanti un tempo: 400-500 metri. Però quei vigneti, a Villa Cavarena, a Fieramonte, sono di una bellezza veramente grande: guardando verso oriente, si vedono le valli storiche della Valpolicella. Quella di Fumane, subito ai piedi della collina, e che si insinua fra i monti a nord; quella di Marano dietro, divise dalla dorsale ai cui piedi è incastonato l’abitato di San Pietro; quella di Negrar ancora più a oriente, e poi la Valpantena e le altre valli della cosiddetta “allargata”.

villadellatorre1Torniamo a Villa della Torre. Ci aspetta una piccola verticale, e se ci si lascia andare alle bellezze della Valpolicella, dei vigneti colorati, i ciliegi che, d’autunno, “diventano una brillante orifiamma che illumina i boschi più scuri”, si fa il tramonto.

La villa è uno dei gioielli che il Veneto custodisce lungo le pedemontane (Valpolicella, colli vicentini e bassanesi, Montello) o lungo i tanti fiumi (una per tutte, la Riviera del Brenta, dove i nobili veneziani trascorrevano la villeggiatura, tra vino e prodotti delle campagne che possedevano, curate tutto l’anno dai contadini, ed opere teatrali, canti, poesie, amori…)

Villa della Torre è stata terminata nel 1560 grazie agli impulsi e all’impegno di Giulio della Torre, uomo di cultura e intellettuale umanista, che ha trovato ispirazione nell’antica Roma e nel suo stile per costruire questo prezioso esempio di architettura. Il peristilio è il cuore sociale ma anche fisico del complesso: un cortile chiuso, entro il quale la luce debole del primo pomeriggio autunnale, entra, si riflette, cambia toni e sospende il tempo entro al quale le cose accadono.

Scesi alcuni gradini che ci portano sotto una volta in pietra che scende su pareti ammobiliate, tra il classico del legno e il moderno di luci ed etichette colorate, ci troviamo di fronte ad una tavola imbandita, i calici e le bottiglie già aperte. La Poja e la Grola ci aspettano (ma anche un’altra sorpresa).

grola-vert-1La Grola 2001

Colore compatto, teso.

Impronta subito scura e profonda: miele di castagno, cacao, prugna. Sale una lieve nota vegetale, che si fa più matura col passare dei minuti, diventando quasi aromatica (di erbe), mediterranea. In bocca rimarca la tensione: serrato, caldo, il tannino ancora vivo. Ritorna il ricordo del castagno al naso, mentre in bocca lascia quello della ciliegia matura.

Annata leggermente più anticipata, per le scarse piogge estive, che hanno imposto un lieve stress alla pianta fino all’inizio dell’autunno quando le piogge di inizio settembre hanno accompagnato la pianta verso la maturazione.

La Grola 1998

Rubino intenso, brillante.

Il timbro qui è più balsamico, un respiro più fresco di menta, eucalipto, che a tratti diventa vegetale più fresco alternato a frutta rossa matura, di bosco. Equilibrato ed elegante, in bocca si dimostra agile, fresco. Continua nell’evoluzione, con “immagini estive” di ciliegia matura, tiglio, thè, pesca, fiori di campo. Ha sofferto a tratti di una lieve riduzione, che tuttavia non imbriglia il carattere e la personalità di questo vino.

Probabilmente una delle migliori annate degli anni ’90, è stata segnata da scarse piogge estive, recuperate nella seconda metà di settembre, che ha portato la vendemmia verso il mese di ottobre, probabilmente in condizioni più “tranquille” per la chiusura della maturazione.

La Grola 1997

Rubino intenso.

I richiami sono tipici di un Amarone, anche se la somiglianza sta – oltre che nella zona ovviamente – solo nelle uve che lo compongono. Caffè, cioccolata, prugna, fra i quali si insinua, ripresentandosi, la nota di miele di castagno; molto lentamente si apre, svelando lenta una discreta balsamicità. In bocca è elegante, ricco. Continua nell’evoluzione pur rimanendo inafferrabile, sfuggente.

Anche questa fu un’annata segnata dalla scarsità di precipitazioni estive, pur senza mai avere eccessi di calore, o situazioni troppo estreme per il raggiungimento di un’equilibrata maturità.

poja-vert-1La Poja 2001

Rubino intenso.

Al naso si alternano le voci dello speziato e del vegetale, tra noce moscata ed erba delicata, da cui si avverte emergere una nota più dolce di caramella, pesca, che poi ritorna al gusto. Anche qui la spezia, un po’ polverosa, a tratti si fa sentire, mentre la freschezza allunga la beva. Il tannino è ancora vivo e asciugante.

L’annata molto asciutta anche qui ha imposto un leggero anticipo di maturazione, con gradazioni più alte. Probabilmente, vista la natura del terreno, e vista la sola presenza di corvina, in questo vino si esplicita maggiormente l’importanza dell’equilibrio nel percorso verso la maturazione, con il raggiungimento di una unitarietà non ancora avvenuto.

La Poja 2000

Rubino intenso, ancora giovane.

Al naso presenta nota evolute di caramella, di legno, di miele scuro – meno marcato di quello di castagno, più spostato verso quello balsamico di bosco. Emerge, pur rimanendo in secondo piano, la frutta matura, la ciliegia e il mirtillo.

In bocca è setoso: si avverta l’integrazione perfetta di tannini, acidità, estratti. Il risultato è un volume che altrove verrebbe dagli zuccheri, mentre qui la persistenza e l’armonia ravvivano il desiderio di portare nuovamente il vino in bocca.

Annata – si dice – perfetta. Per la prima volta mi viene accennata la fioritura, che più di tutto (assieme alla piovosità estiva) determina la qualità di una vendemmia, per la sua collocazione temporale. L’estate è stata molto imprevedibile, con piogge alternate a periodi siccitosi brevi. Vendemmia in leggero di anticipo di una decina di giorni, in giornate asciutte e con escursioni termiche importanti.

La Poja 1997

Rosso rubino.

Apre su un ricordo da glutammato, virando rapidamente su ricordi più aromatici di erbe mediterranee, spezie dolci. In bocca si presenta equilibrato, fresco, pur tuttavia corto, privo di quel guizzo di sostanza, carattere dei migliori. Evolve molto lentamente, liberando una bellezza discreta.

Un’annata insomma particolare, soprattutto per la mancanza di precipitazioni, che sembrano avere fatto arrivare le vigne a maturazione col fiato corto. E la corvina in purezza ha evidenziato maggiormente questo fatto.

Oltre alla diversità di suolo e collocazione, e la presenza di una percentuale di syrah nella Grola, fra i due vini cambiano leggermente le tecniche di vinificazione, con un utilizzo diverso del legno e una durata differente negli affinamenti: la Poja trascorre generalmente un periodo più lungo in legno (barrique nuove d’Allier per 20 mesi), mentre la Grola sosta alcuni mesi di meno, in legni dalle dimensioni variabili. Questo influenza soprattutto il quadro aromatico, che nella Poja è più “boisé”, e il risultato del trascorrere degli anni per i due vini, con la Grola che sembra affrontare il tempo in maniera più consapevole. Penso che la cosa che maggiormente si evince sia la fragilità di un’uva di grande qualità come la corvina, che quando gestita in purezza, racconta luogo ed annata con estrema trasparenza, senza la mediazione e il piccolo contributo di altre interpretazioni (uve), ed esponendoci così a delle sorprese, purtroppo non solo “verso l’alto”.

IFNon ho scordato quella sorpresa che ci è stata fatta.

È il Recioto dedicato a Giovanni Allegrini, annata 2000, una delle ultime bottiglie.

Qualcuno subito riconosce un “nero ebano” nel colore impenetrabile e denso.

Accostato al naso esprime tutto il patrimonio che queste uve conservano nei lunghi mesi di appassimento. Il ricordo è di uva passita, fichi, prugna, noci, poi ancora albicocche. In bocca è elegante, perfetto: l’elevata quantità di zuccheri non lascia che una piacevole sensazione dolce, in perfetto equilibrio con acidità e tannini, senza prevaricazioni. Emerge il profumo del legno di sandalo, del tabacco, dei canditi, del miele e delle ciliegie in confettura, magari un po’ sporcate di cioccolato. Grandioso.

Il camino è già acceso nella sala: il grande Camino Mascherone, emana il calore e il crepitio del fuoco. Ci chiacchiero un po’ davanti con Franco, perdendoci in pensieri sulla viticoltura e il nostro impatto sulla natura, prima di lasciare lui ai suoi impegni, e lui me al pranzo che hanno preparato, come in ogni Galzèga che si rispetti.

Ci rilassiamo un po’ tutti, mentre ci viene portato l’antipasto. Si inizia a parlare di Valpolicella, ma il vino è solo un pretesto per finire a parlare di ville, poesia, Hemingway.

Filo conduttore dei piatti sarà il tartufo bianco, dolcemente autunnale, ricco dei profumi che ti avvolgono camminando al limite dei vigneti; quello rosso dei discorsi, l’identità veneta che permeava questi ambienti, e forse anche quelli più inconsapevoli dei più poveri, quei contadini che custodivano saperi e un patrimonio di biodiversità, il tutto consegnato alle nostre generazioni perché continuassimo a custodirli.

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