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Editoriali/Vino in prospettiva: torna la voglia di quantità?

solerauscedo1Come si è tante volte scritto e letto, più o meno dalla metà degli anni ’80 la viticoltura italiana ha subito una piccola rivoluzione, o una grande rivoluzione, o un vero e proprio rinascimento. Proveniente da anni di grigiore, toccato il fondo con lo scandalo del vino al metanolo, ha raggiunto gradualmente una nuova consapevolezza, accompagnata da un rinnovato interesse diventato movimento culturale veicolato grazie anche a realtà nate in quel periodo e poi diventate assai poderose (vedi Gambero Rosso e Slow Food). E che ha generato una sua storiografia, trasmessa anche nella miriade di corsi di degustazione nati nel tempo e che recitava più o meno così: è finito il tempo del vino come alimento, è finito il tempo in cui si beveva tanto e maluccio, oggi si beve meno ma meglio, si vogliono provare sensazioni e non semplicemente assumere calorie. Un atteggiamento che corrispose a nuove consapevolezze nel lavoro in vigna: poca uva per ceppo, predilezione di vitigni, cloni e di metodi di coltivazione che favorissero maturazioni esemplari e che generassero poi grandi espressioni nel bicchiere.

Ma quando una verità sembra assestata e scolpita nella pietra, ecco che arrivano le incrinature e i cambiamenti. E per captare le avvisaglie dei cambiamenti ci vogliono i punti di osservazione giusti: uno di questi è la Vivai Cooperativi di Rauscedo, un gigante da 57 milioni di fatturato, +10% nel 2012 rispetto al 2011, 61 milioni di barbatelle vendute per il 47% all’estero, che riceve le richieste di chi già coltiva la vite per farne vino o vuole iniziare una attività imprenditoriale, studiando al meglio la situazione per meglio azzeccare le proprie mosse. Bene, la testimonianza raccolta dal Sole 24 Ore un mesetto fa (il 20 gennaio per la precisione) dal presidente Eugenio Sartori conteneva due informazioni interessanti: la prima è forse meno sorprendente, ed è la conferma di un ritorno di preferenza verso i vini bianchi, dopo la “sbornia” di rossi che ha caratterizzato gli anni passati, prima di “rossoni” corposi e corpulenti, più recentemente di “rossini” più fini ed eleganti. Il 65% della domanda globale riguarda infatti uve bianche, sia autoctone (falanghina, fiano, vermentino e pecorino) ma anche no, vedi chardonnay, sauvignon, pinot grigio, riesling renano e moscato.

Ma la rivelazione più sorprendente che si può leggere nell’articolo è la seconda: e cioè la richiesta maggiore arriva per i vitigni più produttivi. Per fare un esempio, gli spagnoli, che vedono i loro bianchi prodotti in Galicia riscuotere un successo sempre maggiore degli appassionati, chiedono le barbatelle non di albariño, l’uva della zona più vocata per la qualità, ma di macabeo. E si punta non solo su cloni, ma anche su portainnesti che favoriscano l’alta produttività.

Perché accade questo? La risposta sembrerebbe da ricercarsi in diverse direzioni. Il piano di finanziamento delle estirpazioni emanato dall’Unione Europea, innanzitutto. Ad esso vanno aggiunti gli effetti degli andamenti climatici della stagioni più recenti, spesso caratterizzate da lunghi periodi siccitosi e quindi a record negativi nelle raccolte. E poi, la grave congiuntura economica in cui ormai la corsa a quello che costa meno sembra irrefrenabile. Cercare di ottenere un prodotto a basso costo appare quindi l’ultima frontiera per spuntare un minimo di margine reddituale in viticoltura: basti pensare al momento di successo che sta vivendo il commercio di vino sfuso.

Insomma, quella che sembrava ormai un percorso definitivamente tracciato sembra rimesso in discussione. La speranza è che perlomeno questi trent’anni siano serviti a tenere alla larga tentazioni come quelle che portarono ai morti del metanolo, e che anche la produzione votata alla quantità faccia tesoro delle consapevolezze guadagnate lungo il faticoso percorso del rinascimento enoico italiano.

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