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A Montalcino per bere merlot? Si, a Logonovo!

vistaMONTALCINO (SI) – Marco Keller e la sua cantina sono la classica eccezione che conferma la regola: che a Montalcino ci siano ottimi produttori di Brunello è la regola, che si producano (e bene) una serie di vini fuorché il Brunello è l’eccezione. Di Logonovo ed il suo patron ne aveva parlato approfonditamente poco tempo fa Francesca Lucchese nel suo bell’articolo, ragion per cui è meglio approfondire l’interessante degustazione che ci è stata offerta.

L’occasione della presenza di tanti operatori stranieri intervenuti a Benvenuto Brunello è stata colta al volo da Keller che così, rispecchiando il suo stile e alla faccia di tutte le denominazioni della zona, ha proposto un bel confronto di dodici vini (e che vini!) annata 2008 ad alta, se non esclusiva, percentuale di merlot. Questi i protagonisti (tra parentesi il prezzo di acquisto delle bottiglie):

Castello di Ama, L’Apparita: (170) merlot in purezza, inizialmente questo vino mi ha colpito per la freschezza, eleganza e la scorrevolezza senza tralasciare aromi – frutta rossa e nera, cioccolata, spezie, un soffio vegetale e di cuoio – o risultare troppo esile ma, lasciato nel bicchiere, si è “spento” nel giro di qualche minuto. Dubbi.

viniRocca di Frassinello, Baffo Nero: (120) 100% merlot, qui si gioca su altre sensazioni, un “merlottone” potente, caldo che non si fa mancare niente ne al naso ne al palato. Piuttosto materico, quasi monolitico, di una cosa forse è carente: l’eleganza. Devo comunque ammettere che, a differenza del precedente, riassaggiato più tardi col tempo ha migliorato il quadro organolettico complessivo. Da tenere d’occhio nei prossimi anni.

Maculan, Crosara: (68) solo merlot, purtroppo a mio parere il peggiore della batteria. Si distingue nettamente dagli altri e oltre la frutta, il floreale e le spezie gradevoli si percepiscono sentori particolari di incenso e salamoia che disturbano un po’. In bocca mi sembra un po’ scomposto, si evidenzia più che altro il lato vegetale mentre sul finale persiste il legno; anche l’alcol si fa sentire.

Marchesi de’ Frescobaldi, Lamaione: (41) merlot in purezza, impressioni da prendere con le molle per dubbi dichiarati non solo dal sottoscritto sulla bontà/conservazione della bottiglia. Il naso si rivela piuttosto dolce manifestando sentori di frutta quasi candita, note resinose, tostate e di vaniglia. Solo in sottofondo il fruttato più fresco e varietale. In bocca è corrispondente ma in allungo zoppica un po’.

S. Giusto a Rentennano, La Ricolma: (42) 100% merlot, ecco un vino franco incentrato sulla freschezza e godibilità. Una ventata floreale introduce la ciliegia e la piccola frutta rossa e nera; una fine speziatura rifinisce il quadro olfattivo. Bocca pimpante dai tannini ben presenti ma di buona fattezza, di discreto equilibrio generale non delude le aspettative per facilità di beva e persistenza, un pizzico di complessità e profondità in più lo avrebbero fatto ascendere ai vertici della degustazione.

Logonovo, Logonovo: (25) merlot in purezza, devo ammettere una bella sorpresa. Il vino capostipite dell’azienda della linea monovitigni è stato prodotto, al momento, solo in quest’annata. L’olfatto denuncia una certa rotondità dovuta ad una frutta più matura del precedente, più intensa risulta pure l’elegante speziatura. Notevole anche la nota vegetale balsamica che chiude su ricordi di rovo e caramella al rabarbaro. Al palato una buona acidità e dei tannini gradevoli definiscono la piacevole corrispondenza. Lungo, non lunghissimo, ma pensando al costo…

bicchieriTenuta dell’Ornellaia, Masseto: (magnum 1.300) 100% merlot, visto che è un vitigno francese: chapeau! Al naso di aspetti un’esplosione di aromi ed invece è un po’ pigro a svelarsi, si concede lentamente mostrando ora la mora ora il mirtillo ora la visciola. A seguire cioccolato, spezie e leggero tostato. Sbuffi balsamici portano freschezza. In bocca è davvero potente, non nasconde la propria gioventù con tannini vividi comunque pregevoli e un legno ancora non perfettamente amalgamato. Detto questo, non brilla per eleganza ma dimostra già una complessità e una profondità (grazie ad una significativa vena minerale) notevoli, la sicura evoluzione regalerà somme gioie ai fortunati fruitori.

Le Macchiole, Messorio: (160) merlot in purezza, tra i miei preferiti assieme al precedente. Se nel bicchiere di Masseto spicca la potenza, nel Messorio è l’eleganza a colpirmi. Bella complessità aromatica giocata su toni non particolarmente intensi ma ben accordati: piccola frutta rossa e nera, leggero balsamico, fine speziatura e ricordi minerali e animali formano un mix ben equilibrato. Rispetto al precedente lo trovo più pronto, con una freschezza, una trama tannica più sottile ed un’acidità che invogliano maggiormente la beva.

Tua Rita, Redigaffi: (180) solo merlot, altro grande della costa. In questo caso la frutta e il vegetale risultano più sobri mentre si evidenziano maggiormente caffè, cioccolata, tabacco dolce, spezie ed anche ricordi “carnosi”. A dispetto del naso in bocca non sconvolge per ampiezza ed intensità mentre una decisa vena acida lo snellisce opportunatamente. Probabilmente aveva bisogno di aprirsi di più, ma non è stato possibile.

Chateau de Cheval Blanc, Cheval Blanc: (540) praticamente equipartito tra merlot e cabernet franc, forse il vino più atteso della batteria. E’ difficile non cedere al blasone di cotal etichetta, quando pensi ai grandi vini francesi ecco che questo cavallo bianco ti galoppa davanti, eppure… sarà che le aspettative erano tante ma non mi sono “innamorato” e ad ogni modo è stato un infanticidio… Rispetto alle etichette toscane e non sembra tutto un altro vino: ad un frutto di bosco piccolo, prugna e spezie ben definite la nota vegetal/balsamica è appena accennata nonostante la percentuale di cabernet. In bocca non ha spessore particolarmente grande e l’elevata acidità marca la beva; la trama tannica, seppur finissima, è sempre ben avvertibile e sul finale il legno si fa sentire un po’. In definitiva qualche peccato di gioventù lo ha ma è pur sempre un gran vino, elegante e decisamente piacevole già ora. Mi ripeto, beato chi potrà degustarlo tra una decina d’anni o forse più!

Nickel & Nickel, Harris Oakville Merlot: (110), merlot in purezza, cambio di continente con questo vino californiano della Napa Valley. E nella più classica delle tipologie americane ecco un vino “piacione” che esprime il meglio con un naso dolce, ricco di frutta e legno tostato su note balsamiche ed agrumate in sottofondo a rinfrescare il tutto. Bocca abbastanza corrispondente, rotonda e con tannini non troppo aggressivi, di certo non un campione di finezza e di lunghezza.

Cipresso e KellerPahlmeyer, Merlot: (110) 91% merlot, resto cabernet franc, ancora Napa Valley. Più intrigante del suo compatriota, meno dolce e legnoso al naso propone anche una maggiore scelta di aromi con spunti floreali, liquerizia, cioccolata e tabacco, oltre alla frutta, ben percepibili. Anche questo però in bocca delude un po’, sebbene si faccia bere bene manca di ritmo, quel che era un bel mix olfattivo rimane un blocco unico piuttosto statico. Sul finale ancora legno.

In conclusione è stata una degustazione davvero interessante e educativa che ha evidenziato, come sottolineava Roberto Cipresso – enologo di Logonovo – tre macro zone decisamente diverse: il mediterraneo (che io avrei suddiviso anche tra costa ed interno), Francia ed America. Tre zone ma un unico vincitore, il merlot, un vitigno eclettico che riesce a caratterizzarsi e sorprendere ovunque lo si pianti.

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