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Una domenica d’aprile in cerca di asparagi selvatici

muretto a seccoAprile inoltrato: questa primavera fredda e bizzosa ha fatto rallentare il ciclo delle piante, ed ecco che negli uliveti incolti si trovano ancora gli asparagi selvatici. Sfidare gli scrosci di pioggia e arrampicarsi tra i viottoli sassosi riduce un po’ la paura psicologica per quella che è la regina dei timori di chi è cresciuto in campagna: la vipera. Un bastone per allontanarne l’idea, e la speranza soprattutto di non incontrarla, poi un telefonino, perché non si sa mai. Un sacchetto in tasca, la roncoletta d’ordinanza, e via su per i muretti a secco di questo uliveto estremo strappato ai lecci chissà quanti anni fa. Qua gli asparagi non son grassi e rigogliosi, ma piuttosto esili e protesi verso l’alto, in cerca d’aria e di luce in una battaglia quotidiana con i rovi, le ginestre, i frassini, e i polloni stenti degli ulivi che invece che vivere qui sopravvivono.

bocca di lupoAvere un telefonino, quando si incontra ad esempio la cosiddetta “bocca di lupo” mette voglia di lasciar stare per un attimo gli asparagi, e fare una foto, senza coglierlo, a questo fiore bellissimo (forse un parente della più blasonata orchidea?), dai colori nobili e dalla forma sensuale e rara. Da quando sono piccolo l’ho sempre visto in questo uliveto, ritrovarlo ogni anno a primavera mi dà un tuffo al cuore, come un rito propiziatorio che ha avuto buon esito. Scatto una foto a un fiore, e comincio ad accorgermi che tutt’intorno ci sono un sacco di altri fiori e piante che chiedono e meritano la foto:  dispiace solo non conoscerne il nome, ma mi consolo con i colori e i disegni che fanno; se fino ad oggi li avevo snobbati, perché piccoli, non evidenti, non “urlati”, adesso mi avvicino e guardo meglio. C’è silenzio intorno, ritmato dal leggero affanno del respiro e da un po’ di brezza, e scopro cose che avevo sempre visto, ma mai considerato.

Come ad esempio l’ultimo muretto a secco, in cima all’uliveto. Guardo bene la situazione: al vertice dell’uliveto inizia una parete di roccia calcarea, verticale; nel punto in cui la roccia confina con la terra ripida, qualcuno, chissà quanti anni fa, ha innalzato un muretto a secco, l’ha riempito di terra e vi ha piantato un ulivo. Un solo ulivo, non ce ne stanno altri. Se penso al lavoro immane che c’è dietro, per ottenere al massimo due chili di olive all’anno da quella pianta… Guardo in basso, verso la piana piena di case e villette, sento arrivarmi l’odore di un barbecue. Una volta qua si faceva la fame, e per un filo d’olio valeva la pena strappare al monte due metri quadri di terra. muretto a secco in cimaOggi gli uliveti difficili sono tutti abbandonati e i muri a secco crollano d’incuria e di cinghiali. Eppure si fa il barbecue. Mi domando se la nostra ricchezza abbia radici abbastanza profonde da resistere alle incertezze del tempo. Gli ulivi hanno radici lente e un modo tutto speciale di interpretare le stagioni. Se curati e nutriti, crescono rigogliosi; se abbandonati, rallentano il loro ciclo, generano poche foglie e pochi rami, e puntano alla sopravvivenza. Le piante di questo uliveto han visto tempi migliori, ma lontani: lottano coi rovi ormai da decenni, e tengono in vita solo i rami più alti, in grado di catturare la luce: ma è impressionante questa loro resistenza. Hanno tronchi coperti di licheni e magri, qua l’estate è arsura e la terra dei muretti è poca. Pur essendo centenari, il loro fusto non è mai imponente come gli ulivi di terra profonda, anzi dal diametro diresti che son piante giovani.

Ai loro piedi, le macchie vaporose dell’erba asparagina: quando la si vede è segno che potrebbe esserci un asparago. Aguzzo la vista, scruto, e fa felicità, in quella fatica, trovarne anche uno solo, anche magretto: penso già al risotto che ne farò, a quel sapore intenso, deciso, non paragonabile con quello degli asparagi coltivati. Calpesto per errore un ciuffetto di finocchio selvatico, e mi colpisce un odore fresco, verde, intenso, che fa sobbalzare dalla sua bontà. E subito lo associo con piatti e preparazioni che vorrei mettermi a fare. pianta maculata zoomDa un rametto spezzato di una pianta esce un’abbondante goccia di lattice: ha un odore netto, astringente, tagliente. L’alloro che mi sbatte in faccia invece è ricco e pieno, la santoreggia selvatica è calda e mediterranea. Poi m’imbatto nel prezzemolo selvatico, che ricama a terra una trina verde dalle geometrie splendide, e nel mirto, che se sfreghi la sua foglia senti netto l’odore del  liquore che se ne ricava… Il paléo taglia le mani, e devo starci attento, figurarsi i rovi… mentre la parietaria, che abbonda sui muretti, serve contro le irritazioni dell’ortica.

E chissà quante altre piante che non conosco, a decine e decine differenti, hanno caratteri e proprietà interessanti. Mi accontento di guardare tutto ed annusare, ora che il vento ha spazzato via l’odore del dannato barbecue, e comincio a ridiscendere a valle, con il mio sacchetto di asparagi selvatici. Appena colti, hanno un odore acqueo, quasi marino. Butto l’occhio sul poggio dove spuntano le bocche di lupo: l’appuntamento è per il prossimo anno, ancora qui, dopo le piogge di marzo.

 

 

 

 

3 Comments

  • Vincenzo Zappalà ha detto:

    grande articolo caro Paolo! finalmente qualcosa di vero e autentico…

  • Antonietta ha detto:

    Bell’articolo…..Vivo in Liguria e non ho mai trovato un asparago selvatico…voi in che zona siete? Grazie!

  • Paolo ha detto:

    Grazie Antonietta. Io gli asparagi selvatici li raccolgo sulle colline versiliesi, a Camaiore per la precisione. Ma essendo una pianta mediterranea dovresti trovarli senza problema anche in Liguria. Prediligono le zone incolte e sassose di collina, e spesso è più facile individuarli nei punti dove l’estate precedente è passato un incendio (sono tra le prime piante a ricolonizzare i terreni bruciati). Sono buoni, a seconda dell’andamento della stagione, da marzo ad aprile.

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