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Giri di Puglia/4: fuori dal coro

Puglia_ trulli e vigneTorno in Puglia, e alla Puglia, con immutato interesse e con curiosità da apprendista. Per alimentare interesse e curiosità niente di meglio che farsi guidare. Non tanto per le strade maestre, quanto per le sterrate, là dove ti aspetti di tutto, buche e meraviglia, ciò che spesso non sai e che non conosci.

Dai piccoli resoconti di oggi emerge uno spaccato ancora una volta variegato, raccolto da zone sostanzialmente differenti della regione, che mi porta a un barlume di idea: intanto, ed è la prima ovvietà, che la Puglia è una vera e propria fucina di vini. Ma grande eh! Fai presto a dirlo, ma quando tocchi con mano la cosa diventa maledettamente meno ovvia e più concretamente reale. La seconda è che il panorama enoico regionale, ormai prodigo di talenti e di realtà che non puoi più tacere, pulsa ancora di giovanili intendimenti, propositi da crescere, progetti a metà.

E passare del tempo insieme alle generazioni nuove di storiche famiglie o di cantine cooperative, con le loro dinamiche interne, i loro limiti e le loro ambizioni, porta alla luce un modo di intendere il mestiere del vino a cui magari ti eri disabituato, sempre più avvezzo ad aggirarti presso le corti nobili e incantate del vino d’autore. E riscopri così l’ingenuità, il sentimento della meraviglia, l’importanza dei gesti semplici, la voglia di ascoltare e quella di crescere; tutti sentimenti, tutte attitudini, che fanno bene ad un mestiere e ad una terra e che non sempre approdano a spazi di visibilità importanti o a produzioni altamente significative dal punto di vista della qualità. Ma spesso sono in grado di partorire una orgogliosa diversità organolettica.

Magari non la capacità di dettaglio, non l’intensità e la complessità del grande vino, ma una dignità territoriale affidabile e riconoscibile. Perché il traguardo a volte non si misura nella qualità tout court, ma nella identità, checchennedica il tasso di complessità raggiunto o raggiungibile. Muoversi su questi crinali di gusto e di prospettiva mi riporta a un mondo più puro, che apre alla possibilità di fare di più, ma che appare senza baldanza consapevole dei propri limiti, mostrando con semplicità il mero frutto del lavoro di una vita, o di uno scorcio di vita. Nel nome, spesso, della tradizione. Nel nome, sempre, di una terra prepotentemente amata e in cima ai pensieri di tutti, vecchi e giovani. E tutto questo, a ben vedere, basta.

Cantina Gentile

Cantine Gentile_logoNei vini di questa cooperativa barese dai numeri significativi (350 soci, 400 ettari) passa per intero la storia dei luoghi, segnata dapprima dalla lunga tradizione orientata al mercato dello sfuso e delle uve, poi -solo in tempi recenti- dall’approdo nel mondo dell’imbottigliato. Eccoci quindi di fronte ad una fioritura particolarmente copiosa di etichette di diversa natura ed ambizione, che a vini easy and fast associa espressioni più ricercate, plasmate in prevalenza sulle “magnifiche sorti et progressive” dell’uva primitivo, che permea di sé e della sua presenza le alte colline della Murgia. I vini, in questo passaggio di tempo fra l’orizzonte vecchio e quello nuovo, se ne escono come avviluppati da una specie di “coltre protettiva” tesa a preservarne i fondamentali organolettici, senza spingere poi troppo sul fronte della personalità. Una produzione che sente l’influenza di una enologia aggiornata, “controllata”, puntuale, in grado di veicolare e promuovere un sostanziale equilibrio gustativo a discapito forse di un quid di caratterizzazione in più, e dove tutto trova compimento nell’apprezzabile cura formale che respiri a tutto tondo.

Così è per Pozzo Conetto 2010, ottenuto da uve sangiovese più un saldo di merlot e cabernet, il potenziale superapulian wine della casa declinato qui in maniera sobria, giocato sulle mezze tinte e sulla timidezza più che sull’intensità e la potenza. Complici probabilmente i suoli fortemente calcarei dell’Alta Murgia, fatto sta che il nostro ha uno sviluppo sciolto, espressivo, senza impuntature tanniche, poco complesso semmai, ma sostanzialmente equilibrato.

E così è per il più personale Primitivo di Gioia del Colle Grava 2009, ricavato in parte da alberelli molto vecchi e in parte da impianti più recenti, situati a metà strada fra Cassano ed Acquaviva, ad altitudini di 300 metri, che alla libera e vibrante personalità dei più emblematici Primitivo della zona contrappone una fisionomia compunta, nitida, spulizzita, senza sbavature, dal sopportabile calore alcolico, dal frutto “tondeggiante”, rosso e levigato (solo leggermente confetturato), ravvivato da un provvidenziale stimolo agrumato. Lascito convinto, quest’ultimo, di una terra speciale che porta alla finezza dei tratti e al contrappunto gustativo piuttosto che alla virulenza e all’avvolgenza alcolica.

Villa Schinosa

Villa Schinosa_logoIl giovane Corrado Capece Minutolo non ama poi tanto indugiare sulla nobile discendenza delle sue origini. Lo capisci subito, da come “svicola” certi discorsi. Semmai lo trovi calato profondamente nella contemporaneità, quello sì. E ne apprezzi l’energia, la determinazione, finanche il pragmatismo tutto imprenditoriale da ragazzo che vive il suo tempo, responsabilizzato da un impegno grande quale quello di gestire l’azienda di famiglia, situata nel cuore dell’agro di Trani, con una storia importante alle spalle e un futuro tutto da delineare.

Sì perché c’è un fatto che ha spinto Corrado e la sua famiglia a ripensare la produzione vinicola della casa, ed è quello che la nobile denominazione d’origine di cui Villa Schinosa è ancor oggi il portavoce più accreditato, ossia quella del Moscato di Trani, accoglie in sé, oltre alla garanzia dell’unicità, due gatte da pelare: la sostanziale limitatezza dei fondi vitati che caratterizza la DOC – da cui una produzione appena appena visibile- e l’attuale contingenza, non solo culturale, che spinge la gente ad un consumo sempre più sporadico dei vini dolci.

Perciò, da diversi anni, questa cantina sta sviluppando un progetto viticolo assai diversificato, forte dei 60 ettari di proprietà, al fine di sperimentare potenzialità e capacità di attecchimento di uve locali e non. Certo è che la vicinanza fisica e geografica della DOC Castel del Monte sembra spingere a pensare “in rosso” per il futuro di questa cantina, soprattutto sul versante del nero di Troia. E quella sarà, con ogni probabilità, la direzione definitiva.

Detto questo, tanto per spiazzare il futuro, Corrado sceglie di presentare un bianco: Fiano 2012, un fiano italico proveniente dai terreni di medio impasto e fondo leggermente calcareo tipici della zona, da vigne dodicenni e da una doppia vendemmia. E’ un bel partire, grazie alla caratterizzazione aromatica, chiara e dettagliata, fondata su salutari nuance di pietra spaccata (quasi fumé) e note di felce; e grazie alla felice quadratura delle vari voci gustative, in grado di delineare i contorni di un vino ben fatto, scorrevole, confortato da appigli agrumati.

Eppoi arriva lui, il Moscato di Trani 2009, da uve moscato reale lasciate appassire in pianta (salvifico a tal proposito il soffio ispirato del garbino, il tipico vento di terra che c’è lì) e vinificate con i raspi in contenitori d’acciaio, dopo breve macerazione, estrazione a freddo e blocco della fermentazione. E’ il vino che non c’è, raro e prezioso, inspiegabilmente incompreso, dico io alla luce dell’assaggio. Perché è un incantesimo di umori sottili: delicato, di struggente ritrosia e florealità soave, sfumato da umori di mandorla, con la vena sua aromatica ben fusa senza risultare invasiva, accompagnata da un sorso di setosa tattilità, fresco e pulito, da richiamare prepotentemente la beva. Lasciando intuire una versatilità negli accostamenti coi cibi più stimolante di quanto potrebbe sembrare. Un vino apparentemente fragile e puro come un cristallo. E come tale da trattare, da conservare, da tramandare.

Palamà

Nini PalamàUna “sana e consapevole” tradizione familiare, quella dei Palamà, rinnovatasi negli anni per riannodare senza pentimento il discorso con il pioneristico lavoro di Arcangelo, iniziato nel 1936 giù giù fino ai giorni nostri, con 12 ettari fra proprietà e affitto negli agri di Cutrofiano e Copertino, in pieno Salento leccese, con il contributo di fidati conferitori di uve e con le generazioni nuove (Michele) già impegnate nell’opera di dare futuro al pregresso di impegno e di intendimenti produttivi messi a frutto da Ninì Palamà (nella foto), a partire soprattutto dal 1996, anno del primo imbottigliamento.

Il tutto per un approccio agronomico che poggia su vecchi alberelli e su cordoni speronati di più recente impianto, coltivati solo e soltanto con vitigni autoctoni o radicati, come bombino bianco, malvasia e verdeca per i bianchi, negroamaro, primitivo e malvasia nera per i rossi. Diverse le linee produttive in gioco, dai vini quotidiani a quelli della tradizione: un ventaglio frastagliato ma accomunato, per quanto apprendo nei bicchieri di oggi, da un giudizioso puntiglio enologico e da una limpida avvolgenza fruttata, calda e generosa, che puoi cogliere nei vini rossi della casa.

E se Metiusco Bianco 2012 (da uve verdeca e malvasia) rappresenta un sorso netto, piacevole, ben connotato aromaticamente e gentilmente speziato, Metiusco Rosato 2012, da uve negroamaro, ci rammenta una volta di più circa le potenzialità di una terra nata e cresciuta a Rosati, una tipologia che trova in questi lidi una caratterizzazione degna di nota e che non puoi dimenticare. Il nostro onora la specie, grazie al profilo sciolto e dinamico che si ritrova, dai rimandi “pietrosi” e dalla coda speziata. Metiusco Rosso è invece l’etichetta storica della cantina, fusione di negroamaro, malvasia nera e primitivo: il vino della vigna, per dirla con i Palamà. Frutto carnoso di marasca in questo 2012, per un rosso caldo dai sentori chinati, cremoso e di buona densità tattile, dalla cadenza dolce ma non sdolcinata, a decretare la fisionomia di un vino tipicamente pugliese, non caratterizzato da chissà quale profondità d’intenti ma gustoso e riconoscibile.

Terminiamo con l’ultimo nato, 75 Vendemmie, elaborato per onorare la storia aziendale e frutto di una selezione di uve negroamaro. Tirato in 6000 bottiglie, è vino potente, dal contributo alcolico importante, di fitta tessitura tannica ma dai modi distesi ed accomodanti, più largo e appagante che non contrastato o dinamico. Al gusto conserva rimandi terrosi e l’impronta del frutto suo maturo di amarena. Non ho la reattività che sposa e accoglie la profondità, casomai un’indole generosa, “abbracciante”, consolatoria.

San Martino

san martino_etiLa famiglia Colucci è una storica interprete della vocazione vitivinicola dell’area di Martina Franca, situata nella splendida Valle d’Itria, al confine fra le province di Taranto, Bari e Brindisi, nel passato celebre soprattutto per i bianchi . Una storia, la loro, che accomuna quasi tutte le realtà agricole pugliesi: cinquant’anni dedicati alla vendita di vino sfuso, soprattutto bianco, e poi, grazie alle diverse prospettive aperte da una agronomia e da una enologia più aggiornate e consapevoli, e grazie all’avvento delle generazioni nuove, dal 1988 arrivano i primi imbottigliamenti, che possono contare oggi su 20 ettari di proprietà e su 60 ettari gestiti da fidati e storici conferitori di uve.

E così Piercesare Colucci, quasi a sfatare la tradizione bianchista della casa, ci propone all’assaggio due rossi a suo dire significativi dei nuovi intendimenti stilistico-produttivi: il Primitivo Duca Petraccone 2010, da alberelli cinquantenni sia della Valle d’Itria che del brindisino, è un vino tirato in ben 400.000 esemplari che lascia emergere senza tentennamenti il carattere varietale dell’uva di base, con un calore alcolico che senti ma che non ti invade e con uno sviluppo largo, pacioso, non propriamente teso, con qualche vacuità nei sapori ed un finale asciutto e pragmatico.

Infine il Copertino Riserva Colucci 2008, Negroamaro in purezza che dopo le iniziali velature olfattive, screziate da inflessioni quasi fungine, lascia emergere all’aria una più aggraziata e stimolante nota floreale. Al gusto mi piace per la scodata sapido-speziata, un po’ meno per l’indolenza che ne caratterizza l’eloquio. Eppure è vino da ascolto attento.

Assaggi effettuati nel mese di aprile 2013

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