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Vulcania 2013, riflettori puntati sui vini dei vulcani: un evento esplosivo!

cartina vulcaniPITIGLIANO (GR) – Vulcania è un evento nato da una “costola” diTutti i colori del bianco”, manifestazione ideata per valorizzare la grande famiglia dei vini bianchi italiani, con lo scopo di concentrare l’attenzione su quelli che provengono da suoli vulcanici, così frequenti in Italia, cercando di comunicarne le peculiarità. Inaugurato nel 2009, è stato promosso inizialmente dal Consorzio Tutela Vini Soave al quale poi si sono aggiunti la quasi totalità dei consorzi interessati. Ha un carattere itinerante, e quest’anno è toccato al Consorzio Tutela Bianco di Pitigliano e Sovana di avere l’onere e l’onore di ospitare, ma durante l’anno si svolgono una serie di altre partecipazioni e mini eventi, sia in Italia che all’estero, capaci di destare l’attenzione su una tipologia di vini meritevole di una certa fama. Così dal 15 al 17 giugno, in questo borgo così affascinante da toccarti il cuore, circa 130 vini da 70 cantine delle Doc “vulcaniche” si sono dati appuntamento nei suggestivi Antichi Granai di Palazzo Orsini scavati nel tufo. Aldo Lorenzoni ed Edoardo Ventimiglia, rispettivamente direttore (Soave) e presidente (Pitigliano) dei consorzi, hanno aperto ufficialmente la manifestazione ed è seguito un convegno che ha contribuito ad inquadrare meglio la realtà dei vulcani, dei loro suoli e, in particolare, dei vitigni autoctoni di questa zona della Maremma toscana.

Così ha iniziato il professor Scalabrelli dell’Università di Pisa, ricordando che proprio qua negli anni ’70 aveva iniziato il recupero di antichi vitigni, un progetto poi perso per strada ma che dovrebbe riprendere quanto prima. Molto interessanti le foto delle antiche varietà. Inoltre le recenti tecnologie hanno rivelato che spesso nomi diversi riconducono invece allo stesso genotipo. Il dottor Storchi dell’Università di Arezzo ha continuato sulla scia, descrivendo il nuovo progetto quinquennale sul recupero, conservazione, caratterizzazione e valutazione agronomica ed enologica dei vecchi vitigni. Saranno preparati tre o quattro vigneti sperimentali per studiare le 19 varietà autoctone rimaste (su 29 che erano) poiché, passata la fase durante la quale la viticoltura era votata a massimizzare la resa per il mercato, è giunto il momento di lanciare nuovi prodotti riscoprendo quei vitigni abbandonati perché poco produttivi o facili alle malattie ma dalle peculiarità interessanti.

Lorenzoni e VentimigliaQuindi il dottor Tomasi, dell’Università di Conegliano, ha introdotto un interessantissimo studio sulla percezione del terroir nel vino: ebbene, una degustazione alla cieca di stesse tipologie di vino provenienti da diverse zone di cui solo una poteva considerarsi “tipica”, ad esempio la Borgogna per il Pinot Nero, ha evidenziato che l’80% dei tester non ha individuato la bottiglia giusta. Con dovizia di particolari ha spiegato inconfutabilmente che il terroir, poiché formato anche da caratteri “metafisici” oltre a quelli organolettici, deve essere spiegato al consumatore, possibilmente vissuto, per percepirlo completamente. E questo più viene capito quanto più è bella l’immagine del territorio che lo rappresenta per un associazione spontanea che attua il cervello e quindi – monito per i produttori – il terroir deve essere studiato sia per interagire perfettamente con l’azione dell’uomo e goderne i prodotti, sia curato per valorizzarlo al massimo (sostenibilità di aria, acqua e suolo).

vitigni antichiLa dottoressa Cifelli, Università Roma 3, ci porta dal terroir ai vulcani, la loro natura e la loro azione. Ha ricordato l’esplosione di tipo pliniano generatrice dell’area dei Vulsini, l’origine del tufo dove poggia Pitigliano dovuto al deposito piroplastico e la particolare composizione dei suoli vulcanici. Infatti il rapporto degli elementi insiti in questo tipo di suoli, stronzio 87/stronzio 86, è unico per ogni terreno e viene trasferito dalle viti negli acini. Quindi, per esempio, analizzando un vino di Pitigliano si troverà lo stesso rapporto che è nel terreno e pertanto la mappatura del rapporto Sr87/Sr86 dei terreni può rivelarsi un sistema di tracciabilità di origine del vino. Sempre della stessa Università i dottori Della Ventura e Cecili, hanno mostrato le potenzialità del portale webGIS il quale raggruppa informazioni distribuite su vari database in un’unica cartina interattiva (su base Google Earth) navigabile con menù che permette di decidere cosa vedere di uno specifico territorio: doc, precipitazioni, pendenze, vitigni, tipologia terreno, ecc. Un ottimo strumento per chiunque, professionisti e non che vogliano approfondire le conoscenze di una zona senza ammattire con le ricerche.

Rapido trasferimento agli Antichi Granai per degustare una bella selezione di 14 vini. A dettare il ritmo Massimo Zanichelli de l’Espresso e Giovanni Ponchia del Consorzio del Soave.

area VulsiniFONGARO – LESSINI DURELLO DOC SPUMANTE PAS DOSE’ 60 MESI: sboccatura 2012, la durella in una delle versioni più intriganti mai assaggiate. Naso agrumato con spunti pasticceria fresca, frutta esotica, fiori gialli e minerale; perlage molto fine, cremoso in bocca. Discreto corpo ed intensamente corrispondente al naso. Una vena acido-salata ne esalta la persistenza.

MENTI – GAMBELLARA CLASSICO DOC RIVALONGA 2011: garganega 100%, un must della zona, naso su nette note fruttate di banana ed agrumi, poi acacia, lievito e leggera vaniglia. La bocca ancor più articolata esprime anche note balsamiche, bella mineralità e sapidità. Lungo, chiude con ritorni di pietra focaia.

CORTE MOSCHINA – SOAVE DOC I TARAI 2010: garganega 100%, fresco con un naso di pompelmo ed ananas, salvia e foglia di pomodoro. Al palato è più complesso, emergono anche note leggere di miele e burro, non manca di sapidità. Finale mandorlato.

BALESTRI VALDA – SOAVE CLASSICO DOC VIGNETO SENGIALTA 2011: 80% garganega e 20% trebbiano di Soave, giallo intenso appare molto varietale con i classici sentori floreali di acacia e ginestra, frutta gialla e sfumature idrocarburiche come di candela spenta. Di buona corrispondenza ed eleganza chiude sulla tipica nota amarognola.

relatoriCANTINA DI PITIGLIANO – BIANCO DI PITIGLIANO SUPERIORE DOC ILDEBRANDO 2012: uvaggio di trebbiano toscano, chardonnay, sauvignon blanc, malvasia. Le varietà alloctone si fanno sentire parecchio, la frutta è più esotica ed alle note floreali si unisce una componente vegetale ben definita. Bocca non particolarmente complessa ma con una vena acida citrina che invoglia la beva, sul finale ritornano i fiori gialli.

VILLA CORANO – BIANCO DI PITIGLIANO SUPERIORE DOC COR UNUM 2012: uvaggio di vecchi vitigni quali procanico per un 70% circa e resto malvasia toscana, verdello, greco, ansonica. Naso non molto ampio ma interessante per sentori minerali ed idrocarburici che lo fanno sembrare più maturo. Anche in bocca la mineralità e la sapidità dominano la scena, oltre alle note fruttate e floreali spunti balsamici rinfrescano il quadro complessivo.

CANTINE DEGLI ASTRONI – CAMPI FLEGREI DOC FALANGHINA COLLE IMPERATRICE 2011: falanghina, naso delicato, fiori e frutta bianchi ed agrumi in evidenza. Bocca un po’ magra, la spinta acida ed una pregevole sapidità incentivano la beva.

una sala di degustazioneD’AMBRA – ISCHIA DOC BIANCOLELLA 2012: 85% biancolella e resto forastera, naso meno fresco dei precedenti sebbene non manchino frutta esotica, note agrumate e ricordi di anice. Sfumatura più “terrosa” che minerale, buona l’acidità.

DE FALCO – LACRYMA CHRISTI DEL VESUVIO BIANCO DOC 2012: 100% coda di volpe. Particolare, il naso apre su note dolci che ricordano vagamente un milk shake alla banana quindi subentrano le note idrocarburiche tipiche dei suoli vulcanici. Decisamente facile la beva, sempre definita la nota fumé e la sapidità.

BARONE DI VILLAGRANDE – ETNA BIANCO SUPERIORE DOC 2011: carricante. Naso poco espressivo su frutta gialla e accenni di melone, il floreale ancora meno. Bocca tesa di discreta mineralità ma sempre poco aromatica. Interviene Zanichelli a giustificare il fatto come tipico di questo vino in gioventù.

CANTINE DEGLI ASTRONI – CAMPI FLEGREI DOC PIEDIROSSO COLLE ROTONDELLA 2012: piedirosso. Decisamente giovane nei colori violacei e nei sentori vinosi, di frutta fresca come fragola e ciliegia appena matura. Bel sottofondo speziato con pepe e note sulfuree in evidenza. Corpo medio e di discreta acidità, quadro aromatico meno intenso del naso con finale non molto lungo ma dal piacevole ritorno di marasca e leggero sottobosco.

Carla BeniniGIROLAMO RUSSO – ETNA ROSSO DOC SAN LORENZO 2010: nerello mascalese e tracce di nerello cappuccio. Floreale delicato sopraffatto da un frutto intenso di marasca e prugne senza trascurare la piccola frutta come lampone e mora, quindi leggera speziatura e cenere. Bocca corrispondente, dai tannini fini e legno non ancora digerito completamente. Leggero ritorno alcolico sul finale.

SASSOTONDO – SAN LORENZO IGT MAREMMA TOSCANA 2001: ciliegiolo in purezza, purtroppo la bottiglia era difettosa.

MONTEGRANDE – COLLI EUGANEI DOCG FIOR D’ARANCIO PASSITO: 100% moscato giallo. Bel colore giallo-arancio molto brillante, naso piuttosto intenso caratterizzato dagli agrumi, poi fichi, miele, vaniglia per finire con note balsamiche e spunti di smalto. In bocca è altrettanto intenso ma l’acidità non riesce ad equilibrare perfettamente la parte zuccherina.

cantina SassotondoEvito di dilungarmi sul secondo giorno ricco di appuntamenti ma ritengo opportuno alcune segnalazioni. Anzitutto “Il tufo allegro”, dove l’istrionico e talentuoso Domenico Pichini ci ha deliziato con un pranzo pantagruelico, quindi la visita a due cantine di seguito brevemente raccontate.

Arriviamo all’azienda Sassotondo in un’assolata mattina d’estate (finalmente), Carla ci accompagna prima tra le vigne e quindi nella fresca cantina scavata nel tufo giusto il tempo per ritemprarci un po’ prima della degustazione. La delusione del giorno prima andava riscattata e devo dire che ci sono riusciti in pieno! Delle bottiglie assaggiate sono da segnalare:

Numero dieci 2010: in realtà della vendemmia 2009,un trebbiano biodinamico per eccellenza molto stile Gravner. Non sono state usate le mitiche anfore ma le bucce sono rimaste in contatto col mosto circa un anno. Un esperimento che ha prodotto un vino sorprendentemente chiaro e di moderato grado alcolico. Il naso si apre su profumi di fiori gialli, frutta quasi candita e un tocco vegetale a rinfrescare un inevitabile spunto ossidativo dovuto al tipo di vinificazione. Di buona struttura mantiene una beva discreta grazie ad una sapidità/mineralità notevole.

vini SassotondoSassotondo 1997 e 1999: il ciliegiolo per antonomasia, due annate da prendere come riferimento. Frutto delicato e fragrante, vena minerale, speziatura intrigante, di buona struttura ma non opulenti. Due vini che si lasciano bere facilmente. Il 1997, prima annata prodotta, appare più sottile, più elegante del 1999. Quest’ultimo dimostra più carattere con note balsamiche e pepate più accentuate.

L’altra azienda visitata è stata Villa Corano: vigne ed uliveto da cartolina. Realtà storica di circa 15 ettari che ha aiutato il prof. Scalabrelli all’iniziale recupero dei vitigni antichi, tant’è che questi si trovano ancora nel bianco superiore assaggiato nella degustazione guidata. Stride però con la scelta di produrre vini come lo Chardonnay 2011, che, sebbene passato in tonneau e non in barrique, è particolarmente vicino ai gusti transoceanici, marcatamente legnoso e silvestre nei profumi. Dei vini, oltre il bianco già descritto sopra, sono da segnalare:

vini Villa CoranoAcheo 2009: altro vino da vitigni internazionali, 40% merlot 40% cabernet sauvignon e resto syrah, ma che a differenza del Chardonnay è ben più centrato nei sentori. Buona intensità aromatica con un frutto sempre vivo di ciliegia e piccola frutta rossa e nera, gradevole speziatura peposa e leggera vaniglia. Bocca di media struttura, equilibrata e avvolgente. Persistente nella speziatura. A 12 euro sullo scaffale è preso bene.

Gaudium 2010: una vendemmia tardiva di malvasia di Candia. Dorato, brillante, dal naso carico di frutta e fiori gialli, anche candita, albicocca e miele. Eccetto un leggero amarognolo sul finale in bocca è davvero piacevole, vellutato al tatto, di una dolcezza notevole come vendemmia tardiva (ovviamente non ai livelli di un passito) e ben equilibrato dalla spina acida.

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