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Fuori dal coro (la prospettiva del bufalo). Quarta parte: Piemonte

bufaloInutile negarlo, la girandola infernale degli assaggi estivi mi stordisce. Mi stordisce straniandomi. Difficile starmi attorno in questo periodo. Finanche rischioso. Le migliaia di vini sorseggiati e commentati diventano sogno e ossessione, e mi catapultano in una strana dimensione psicofisica, a metà strada fra amaro disincanto e ardore agonistico, che mal si confà all’indole riflessiva che mi pervade per tutto il resto dell’anno. Ci vuole tempo per digerire tutto, per risalire all’aria dalla lunga apnea enoica. Ci vuole tempo per elaborare e raccogliere i segni utili per una scrittura che possa considerarsi arricchita, più consapevole o più ispirata. Ci vuole tempo per ritrovare il senso di un lavoro tanto maniacale quanto straniante.

Un aspetto che mi conforta e che stimola sempre aspettative tutte nuove è quello che riguarda il lato oscuro della ribalta, tutto ciò che sta in penombra. Quella fitta rete di vignaioli e di piccoli-grandi vini che per una ragione o per l’altra non hanno ancora i riflettori della notorietà puntati addosso. Perché sono ancora troppo pochi coloro che li riconoscono per quanto valgono, perché magari trattasi di giovani realtà, perché la comunicazione è quella che è, perché i vini sono quello che sono. Perché dei riflettori, forse, potrebbe non fregargliene nemmeno.

Insomma, non si vive di soli nomi noti, ecco. Una consapevolezza questa che mi aiuta a riemergere dal cono d’ombra tipico del criticone, immerso a discettare di pedisseque e micragnose puntualizzazioni notarili, quasi a tarpare le ali alla spontaneità e al mero trasporto emozionale. Ed è per questo che invariabilmente mi prende la voglia di parlare dei vini fuori dal coro, dei vini obliqui, dei vini che non ti aspetti, di quelli che non conoscevi, di quelli che scartano di lato (come il bufalo, ci direbbe De Gregori), di quelli che- indipendentemente dal tasso di complessità- disegnano traiettorie stilistiche con le quali è bello averci a che fare. Di quelli che ti attraggono e non sai perché. O forse lo sai ma non ti importa di spiegarne i motivi.

Questi piccoli pezzi, quasi fossero schizzi impressionisti, sono dedicati a quei vignaioli lì, a quei vini lì. Con la speranza di instillare un briciolo di curiosità in più. O di poter diventare tutti un po’ più bufali.

Ca’ del Baio – Langhe Riesling 2011 (€ 12/14)

Il talento di Giulio Grasso nel cogliere le varie “voci” del territorio, per poi farle esprimere nelle sue curate selezioni di Barbaresco, è cosa risaputa. Ma scarta assai di lato questa nuova proposta in bianco, le cui uve provengono dai giovani impianti messi a dimora attorno alla fattoria, nel comune di Treiso. E se pensi alla gioventù del vigneto la sorpresa è ancor più grande, tanta la compiutezza di questo luminoso Riesling di Langa! Puro, scattante, finissimo e ben tratteggiato, esplora tutti i pertugi, anche i più intriganti, della preziosa varietà per riassumerli in un disegno elegante, corroborato da una coinvolgente bevibilità. Dopo l’Herzu di Ettore Germano e il Pétracine di Aldo Vajra, ecco un altro grande Riesling entrare a far parte del coro. L’altra faccia della Langa.

Giorgio Carnevale – Freisa d’Asti Vivace La Fleisa 2012 (€ 9/11)

Négociant di lungo corso in quel di Cerro Tanaro, nel Monferrato astigiano, la famiglia Carnevale continua imperterrita, con il rigore di sempre, a proporre solo e soltanto vini tipici, legati a doppio filo alle terragne virtù di vitigni locali quali barbera, grignolino e freisa. E’ un felice ritorno al passato l’incontro con i vini di Alessandro Carnevale: rigorosi, a tratti austeri, leali e senza infingimenti, ti proiettano in una dimensione sensoriale in cui ti par di respirare la storia e gli umori di quella campagna. In fondo, vini orgogliosi di essere soltanto se stessi: autentici. Così è per questa eccellente Fleisa 2012, dalla spuma briosa e vivace, dal voluttuoso corredo aromatico di piccoli frutti del bosco e rosellina selvatica, dal passo asciutto e blandamente tannico, dalla beva stimolante che ispira compagnia, ricordi, concessioni e amicizia. Una Freisa “nuda e cruda”, il cui assaggio – dopo i mille vinoni ambiziosi e da combattimento – ti fa ripartire dal via, ma senza pagare pedaggio.

Carussin – Felice Na 2011 (€ 10/12)

Conobbi e apprezzai l’entusiasmo e la passione di Bruna Ferro nel 2007, quando Carussin partecipò al nostro “Naturalmente Vino”, l’evento che L’AcquaBuona dedicò all’universo – allora in pieno fermento – dei vini naturali. La sua idea di fattoria biologica a tutto tondo, il suo amore per gli asini e uno squisito Grignolino hanno segnato il ricordo. E ancor oggi, quando me ne capita l’occasione, non manco mai di assaggiare i suoi vini schietti e veraci. Assaggio dopo assaggio, può capitare di imbattersi nel nuovo Felice Na, nebbiolo in purezza. Strano, ho pensato io, visto l’amore incondizionato di Bruna verso la barbera e visto che di nebbiolo dalle parti di San Marzano Oliveto, nell’astigiano, se ne vede assai poco in giro.

E in effetti scopro che il vigneto di provenienza sta in realtà nella Langa di sponda “barbareschiana”, a San Rocco Seno d’Elvio per la precisione. Di più: un vigneto di oltre 50 anni. Mi pareva strano! Perché la fusione di istinto e complessità dentro questo bicchiere è illuminante. Che lì per lì, data la spigliatezza aromatica e il generoso fruttato (che bella l’amarena!), lo diresti un vino spensierato e sbarazzino, ma quando lo assaggi e ne scopri l’intelaiatura tannica fittissima e matura, e il mirabile allungo sulle ali dell’equilibrio, non riuscirai più a trattenere la meraviglia e cambierai idea. Sì, il piccolo Felice Na ha compiuto il miracolo, e nel coniugare giovanile vinosità e temperamento tannico va tracciando una traiettoria tutta sua per vini a base nebbiolo, una traiettoria di piacevolissima e succosa sostanza. Sono istinto e complessità, appunto, e tu non sai che scegliere, come quando sei dinnanzi a un grande vino.

Castello di Verduno – Barbaresco 2010 (€ 21/24)

Grazie all’opera laicamente santa del Commendator G.B. Burlotto, il comune di Verduno ha potuto respirare i fasti degli altri terroir di Langa ritenuti da sempre più blasonati, enologicamente parlando. E fra i blasonati restarci. Oggi ne continua l’opera la figlia Gabriella, con il marito Franco Bianco, impegnato a pieno titolo in qualità di viticoltore, alle prese con le proprietà di famiglia sia nella zona del Barolo (Massara, Monvigliero) che del comune di Barbaresco.

E sono proprio le marne di Sant’Agata, ovvero il substrato geologico dei vigneti Faset e Rabajà di Barbaresco, a pompare eleganza nelle trame di questo eccellente rosso di Langa, che teoricamente sarebbe un “base” ma che “base” non è. Finezza, aristocratica compostezza e sicura ma delicata presa tannica lo proiettano fra i più grandi conseguimenti dell’anno per la tipologia. Sensuale e raffinato, ti coinvolge grazie ad una bocca seducente, piena, voluttuosa: tutta la forza espressiva dei Barbaresco più ispirati di stampo tradizionale, a prezzi piccoli piccoli.

Bruna Grimaldi – Barolo Camilla 2009 (€ 20/23)

Se devo spendere una parolina su un Barolo fuori dal coro (ricerca difficilissima, stante la generalizzata qualità della proposta e la generalizzata fama degli autori), la spendo volentieri sulla nuova edizione del Barolo Camilla di Bruna Grimaldi. Nasce da un piccolo cru di Grinzane Cavour, non proprio il centro dell’universo se mi parli di Barolo. Eppure questo vino traduce al meglio uno stile apprezzabile, condivisibile, che puoi respirare in tutta la gamma proposta da quasta produttrice. Uno stile che privilegia sfumature, finezza e dettaglio sotto l’egida di una manifattura formalmente precisa, netta, fondata su calibrate estrazioni tanniche. Grazie a queste doti il piccolo grande Camilla 2009 riesce ad assumere un passo importante, con il fraseggio aromatico delle erbe e dei fiori a ingentilirne le trame, con una acidità incisiva a rinfrescare e con una progressione avvincente mai in debito di articolazione.

Paride Iaretti – Gattinara Pietro 2009 (€ 22/26)

Sarà un mio pallino, chissà, ma ancora una volta questo Gattinara mi ha stregato. Successe di già con il mirabolante 2007. Le annate calde, evidentemente, gli giovano. Anche perché il calore dell’annata qui a Gattinara non si è tradotto in un sorso largo, alcolico e avvolgente bensì in un sorso leggiadro, arioso, rinfrescante, sorretto da tannini puntiformi (ricamati in macramè) e da una intelaiatura tutta minerale. E’ il nebbiolo di montagna, bellezza! che sussurra senza gridare, sfumato da sensazioni floreali e agrumate, giocato su snellezza e contrappunto gustativo. E’ suggestione impalpabile e confortante, come un sogno buono.

Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema – Carema Riserva 2009 (€ 13/15)

E a proposito di montagna, non posso non cogliere l’occasione per parlare una volta di più delle terrazze “pendenti” di Carema, su ai confini con la Val d’Aosta, lì dove l’eroismo del gesto agricolo perde ogni connotato retorico per farsi sostanza e vita stessa di una piccola comunità di impenitenti sognatori. Un patrimonio da non disperdere quello di Carema, e ancor oggi non me ne faccio una ragione che si debba tanto lottare per far emergere una tal meraviglia di vino. Perché l’originalità espressiva è un dato di fatto: sapete quando la struttura salda di un Nebbiolo (chiamato localmente picotendro) si stempera in un disegno più aggraziato, pieno di sfumature, e il sorso è in grado di diventare “onirico”, sussurrato, ricco di contrappunti, vibrante ed affusolato? Sì, il Carema è vino “fuori dal coro” per antonomasia. Ma la diversità del suo “canto” mantiene una timbrica pura, perlopiù sconosciuta alle latitudini espressive proprie dei cori più irreggimentati.

Puntate precedenti: Alto Adige, Friuli, Toscana

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