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Fuori dal coro (la prospettiva del bufalo). Terza parte: Alto Adige

fuori dal coro_stambeccoInutile negarlo, la girandola infernale degli assaggi estivi mi stordisce. Mi stordisce straniandomi. Difficile starmi attorno in questo periodo. Finanche rischioso. Le migliaia di vini sorseggiati e commentati diventano sogno e ossessione, e mi catapultano in una strana dimensione psicofisica, a metà strada fra amaro disincanto e ardore agonistico, che mal si confà all’indole riflessiva che mi pervade per tutto il resto dell’anno. Ci vuole tempo per digerire tutto, per risalire all’aria dalla lunga apnea enoica. Ci vuole tempo per elaborare e raccogliere i segni utili per una scrittura che possa considerarsi arricchita, più consapevole o più ispirata. Ci vuole tempo per ritrovare il senso di un lavoro tanto maniacale quanto straniante.

Un aspetto che mi conforta e che stimola sempre aspettative tutte nuove è quello che riguarda il lato oscuro della ribalta, tutto ciò che sta in penombra. Quella fitta rete di vignaioli e di piccoli-grandi vini che per una ragione o per l’altra non hanno ancora i riflettori della notorietà puntati addosso. Perché sono ancora troppo pochi coloro che li riconoscono per quanto valgono, perché magari trattasi di giovani realtà, perché la comunicazione è quella che è, perché i vini sono quello che sono. Perché dei riflettori, forse, potrebbe non fregargliene nemmeno.

Insomma, non si vive di soli nomi noti, ecco. Una consapevolezza questa che mi aiuta a riemergere dal cono d’ombra tipico del criticone, immerso a discettare di pedisseque e micragnose puntualizzazioni notarili, quasi a tarpare le ali alla spontaneità e al mero trasporto emozionale. Ed è per questo che invariabilmente mi prende la voglia di parlare dei vini fuori dal coro, dei vini obliqui, dei vini che non ti aspetti, di quelli che non conoscevi, di quelli che scartano di lato (come il bufalo, ci direbbe De Gregori), di quelli che- indipendentemente dal tasso di complessità- disegnano traiettorie stilistiche con le quali è bello averci a che fare. Di quelli che ti attraggono e non sai perché. O forse lo sai ma non ti importa di spiegarne i motivi.

Questi piccoli pezzi, quasi fossero schizzi impressionisti, sono dedicati a quei vignaioli lì, a quei vini lì. Con la speranza di instillare un briciolo di curiosità in più. O di poter diventare tutti un po’ più bufali.

Strasserhof – Valle Isarco Sylvaner 2012 (€ 13/15)

Repetita juvant: su al maso Strasser, non lontano dall’abbazia di Novacella, ci abita un giovane talento. Là fuori, un terroir elettivo. Insieme partoriscono vini puri, delicati, di sapore “intrinseco” e mai sbandierato, trainati da una sapidità e da una capacità di dettaglio che non puoi dimenticare. La nuova annata del Sylvaner di Hannes Baumgartner ben si inserisce entro questa linea stilistica: snello, agile, di grande spazialità al gusto, è figlio legittimo della sua terra, approdo obbligato per i cultori dei bianchi “verticali”, tutti sussurri e niente grida. Ché la sua bellezza, ‘sto vino qua, te la grida in silenzio.

Lentsch K. – Alto Adige Valle Isarco Veltliner Eichberg 2012 ( €22/24)

Una delle sorprese più liete raccolte dall’ultima full immersion sudtirolese. Un progetto giovane, che poggia le fondamenta vitate sui primi pendii che annunciano la Valle Isarco, al maso Hemberg per la precisione. Produzione piccola, da crescere nei numeri, e con poche varietà alla base. Ma è stato un gran piacere imbattersi nel trascinante Veltliner Eichberg (guarda un po’, toponimo uguale identico a un grand cru d’Alsazia che “nel cor mi sta”). Più carnoso e denso che non i Veltliner dell’area classica, per quella sua bocca prim’attrice, lunga e dettagliata, e per i profumi sinuosi e coinvolgenti, sottili e ricamati, di matrice floreale e balsamica, conserva il respiro autentico del vino d’autore.

Tenuta Klosterhof – Lago di Caldaro Classico Superiore Plantaditsch R 2012 (€ 14/17)

Da qualche anno i Lago di Caldaro di Oskar e Andres Andergassen mi stregano. Sarà per via dell’istintiva complicità di un bere amico, apparentemente spensierato. Sarà per l’equilibrio dinamico e per l’espressività senza filtri, per la purezza floreal- fruttata o per l’assenza del “gradino” tannico. Sia quel che sia, ogni anno è una forzatura dello spirito esprimere una preferenza verso il Plantaditsch o il Plantaditsch R. Sì perché entrambi i vini valgono viaggio e ascolto. Di solito più aperto e concessivo il Plantaditsch; più lento, concentrato e caratteriale R. Quest’ultimo eppure -alla distanza- riesce a far valere la maggiore complessità della trama gustativa grazie alla stimolante “coloritura” minerale che lo innerva. Sono tre ettari o poco più coltivati nei pressi del Lago. Sono un sorso di territorio.

Untermoserhof – Georg Ramoser – Alto Adige Santa Maddalena Classico 2012 (€ 10/12)

Georg Ramoser: ovvero, la pura incarnazione del vignaiolo-artigiano d’Alto Adige. Così come Heinrich Mayr, d’altro canto, di cui parlerò più avanti. Nell’areale di Santa Maddalena non mancano certo stimoli e talenti, a disegnare la fisionomia di vini accattivanti, molto amati dalla gente del posto, perché figli della loro storia, senza imbastardimenti, senza scorciatoie. Eppure nei rossi di Ramoser ci stanno un temperamento, una fibra e una personalità ineludibili, tali da trasportarli più su, tali da costruirgli attorno una infrastruttura più complessa e meno immediata rispetto ai pari tipologia. Ciò che quest’anno si traduce in un Santa Maddalena tratteggiato nel verso della dolcezza e della avvolgenza, con una purezza di frutto tenera e raffinata, contrariamente alla sferzante nota sapida e affumicata che ha contraddistinto la caratteriale versione 2011. E’ un bel bere, questo è. Cantando intonati fuori dal coro.

Graf Pfeil- Kränzel – Blauburgunder 2010 (€31/35)

La produzione di Franz Pfeil, oltre che dipanarsi aldifuori dell’ombrellone della Doc, non si distingue certo per i prezzi. Nel senso che i vini non sono proprio economicissimi, ne convengo. Ma quando sul cammino incontri un vino come il Blauburgunder 2010 devi fermarti un attimo e riflettere. “Stòppati!”, ci direbbe il Crozza-Briatore. Ma non farti venire alla mente la tiritera di quando ci troviamo di fronte all’ennesima etichetta di Pinot Nero italico. Con le forche caudine del giudizio che diventano insopportabili e il puntiglio nel fare le pulci ossessivo. O di contro, quando si è tentati a snobbare aprioristicamente il “malcapitato”, dal momento in cui, tutt’al più, potrà stare al livello di un buon Borgogna “village”. Ecco, con un po’ più di rilassatezza mentale e con uno spirito indagatore più libero, mosso semmai dalla curiosità dell’apprendista, ti accorgerai che in questo caso (e non è la prima volta) il Pinot Nero assume una tal complessità aromatica, una tal nitidezza espressiva e un tale garbo espositivo da far la differenza. E la leggibile dolcezza fruttata della trama, tale da renderlo più avvolgente e comunicativo che non profondo, non è che una quisquilia di fronte alla compiutezza del disegno, alla volontà di esserci e di suggerire qualcosa di buono all’anima.

Heinrich Mayr – Nusserhof – Alto Adige Lagrein Riserva 2009 (€ 14/17)

Il maso Nusser, alle porte di Bolzano (anzi, quasi dentro), ti strappa un sentimento a metà strada fra rabbia e tenerezza. Perché testimonia in modo accecante circa la strenua resistenza della campagna e del verde contro la tentacolare, avviluppante cementificazione di una città. Ha radici storiche quel maso, ed è stato abitato da veri e propri martiri di guerra, di una consapevolezza unica. La famiglia Mayr, ancora oggi, persegue l’obiettivo della qualità puntando molto sul rispetto delle biodiversità e su una elaborazione cantiniera poco interventista, da cui prendono vita vini non omologati, di forte personalità e istintiva bellezza. Così è per lo strabiliante Lagrein Riserva ’09: semplicemente, il più grande Lagrein dei ricordi miei. Perché contrariamente alla maggior parte degli esemplari della specie sua, qui la “seconda parte” di bocca esiste eccome! Trascinante, salino, minerale, sciolto e tesissimo, è come una vibrazione che ti scuote e che non puoi trattenere. Piccolo grande portavoce di una viticoltura appassionata, è vino dal cuore per il cuore.

Nota finale: per ragioni di aderenza territoriale, il commento fotografico-visivo al pezzo scalza per un attimo il bufalo dalle scene per sostituirlo con il coraggioso stambecco, principe delle montagne, capace di scartare di lato come nessun’altro.

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