Breganze Vespaiolo Superiore DOC Vignasilan 2010 – I Vignaioli Contrà Soarda

Di • 28 Nov 2013 • Rubrica: diVini, L'appunto al vino
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Il vino: Breganze DOC Superiore Vespaiolo Vignasilan 2010 – I Vignaioli Contrà Soarda

Cru/comune/provenienza: vigneto Vignasilan- Valle del Silan – Bassano del Grappa (Vicenza)

Vitigni: vespaiolo

Data assaggi: novembre 2013

Il commento:

vignasilan_etiDal giallo paglierino del suo colore, che si accende ancora di riflessi verdognoli, “glaciali” e giovanili, a quel naso tonico e finissimo, cesellato sulle note di agrume candito, fiori di campo, anice, spezie e idrocarburi, il passo è breve: ed è un passo di estrema coerenza. Infiltrante come si ritrova, quel naso è in grado oggi di modulare i suoi accenti nel verso della sottigliezza, e di non celare più, rispetto agli assaggi estivi che ne rivelavano un assetto più rigido e compassato, gli innumerevoli dettagli. Eppoi, tradisce solo in minimissima parte la sua evoluzione, per via di quella leggera scia – quasi un velo- di frutta secca e mela cotogna che poco o niente inficia alla qualità aromatica.

Al palato “respiri” una superiore esigenza di purezza. La trama acida è ficcante, la salivazione assicurata, con la coda sapido-minerale a slanciare il sorso e ad assottigliarne il peso, per illuminare a pieni fari l’obiettivo principale e vincente: dinamismo, snellezza. L’uva di base, a ben vedere, conserva ancora il proverbiale nervosismo, incanalato però in un disegno più flessuoso e coinvolgente, sposando appieno le ragioni dei suoli vulcanici che  “nutrono”  la Vignasilan, portatori sani di dettagli aromatici, silhouette affilate, intrecci minerali.

A 16 euro o giù di lì sugli scaffali d’Italia (quelli buoni), ecco l’ennesimo prezioso testimonal di una ricchezza innata, di una ricchezza antica. Tutta g-local, tutta nostra.

La chiosa:

Non so se attribuire le attuali “immedesimazioni” enoiche alla progressiva evoluzione sul piano interpretativo e della visione critica o piuttosto alla progressiva canutezza. E mentre sulla prima circostanza la riconosciuta mia indole dubbiosa tende a prendere il sopravvento, sulla seconda non ci piove: si vede e la vedo. Perché, mi spiego meglio, più che il cervello ho l’impressione che sia il corpo a suggerirmi di puntare su vini come il Vignasilan di Mirco Gottardi. Indi per cui, oggi, le mie scelte da bevitore devono giocoforza essere fatte con la pancia. Questione di salute “corporale”. E’ lui (il corpo) che va soffrendo, molto più di un tempo, il calore alcolico, l’opulenza, la ricchezza estrattiva, il volume, la maturità di frutto. E questo anche se tali attributi fossero sinonimi di identità e personalità. Niente da fare, c’è una sorta di impuntamento asinesco: ci provo e lui mi dice “stai attento, passa oltre”. Insomma, mi manda segnali inequivocabili, e mi direziona di conseguenza. Ci sono vini che lui proprio non può soffrire, altri che pericolosamente richiede ancora e ancora. Testardo eh! Ha voglia il mio cervello, con quella prosopopea tutta “perfettina” e portata ”al culturale”, di imporsi. Rien à faire: il corpo reagisce stizzito. E non te la manda a dire. E’ la vecchiaia, bellezza!

Le “ragioni della pancia” sono perciò fra quelle fondanti (ma non esclusive) che mi portano a decretare Vignasilan ’10 alla stregua di una grande bottiglia, capace com’è di offrire una bevibilità straordinaria, succulenta e agile al tempo stesso, unita a un modo tutto particolare di profilarsi al gusto. Ciò che solo ad un primo disattento approccio potresti scambiare per esilità. In quel sorso apparentemente esile e affatto ingombrante, eppure così pervasivo, risiede gran parte del fascino di questo bianco “vulcanico” (leggi: figlio del vulcano). Lì, dove la pienezza del sorso è tutta interiore. Poi, se penso che a più di tre anni dalla vendemmia è ancora un bambino, e che la sua età non la dimostra affatto; se penso a quanto sia intrigante quella timbrica idrocarburica; se penso che in verità dietro al lato istintuale si cela l’irriducibile complessità del bianco d’autore, beh, l’incontro ha sortito l’effetto agognato: rappacificare corpo e cervello. Cosa chiedere di più?

PS – Lo confesso: ritrovarmi alle prese con i Breganze, evento raro ma sempre foriero di belle vibrazioni, immancabilmente mi riporta a venticinque anni fa o giù di lì, a un locale della marina versiliese spacciatore di pizze generosamente infarcite e saporitissimi spaghetti alle arselle.  Era in quel covo galeotto che sacrificavo a volte l’anemico mio portafoglio per consolidare, o di contro dissolvere, certe amicizie femminili. Alla mia sostanziale inadeguatezza nel reggere le parti del corteggiatore correva in soccorso il Breganze di Breganze di Maculan, pensa un po’ te. Ricordo solo qualcosa che aveva a che fare con la sapidità; ricordo un corpo pieno, e un modo nervoso di proporsi. E’ stato una buona spalla, lo ammetto. Da parte sua ce l’ha messa davvero tutta. Non rammento un successo che è uno, ma lui non l’ho dimenticato!

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