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Editoriali/Cibo made in Italy e materie prime: cade il velo dell’ipocrisia?

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn questo periodo turbolento per il nostro Paese, in cui si respira un generale clima da rompete le righe, dal caos possono paradossalmente emergere elementi di chiarezza, grazie all’urgenza di prendere posizioni e ai veli di ipocrisia che cadono. E stavolta l’argomento ci interessa, perché riguarda che cosa si debba intendere per cibo made in Italy.

La due giorni della verità per l’agroalimentare italiano si è svolta con teatralità il 4 e 5 dicembre quando, su iniziativa della Coldiretti, prima sono stati bloccati centinaia di camion che attraversavano il passo del Brennero per dimostrare (ed è stato dimostrato) che ogni giorno un fiume di materia prima estera varca i nostri confini per produrre prodotti “nostrani”, e poi sono stati piazzati un buon numero di maiali davanti alla Camera dei deputati, nella piazza Montecitorio di Roma.

roma_maiali_davanti_a_montecitorio_coldiretti_salviamo_i_prosciutti_italian-0-0-383542L’ambiguità regna sovrana quando ci si riempie la bocca (sui giornali e nei programmi televisivi) col cibo italiano, le bontà italiane, evitando accuratamente di non definire bene che cosa si intende. E invece stavolta, dal casino è venuto fuori un elemento di chiarezza, uno stop all’ipocrisia espresso nero su bianco sulla stampa dei giorni successivi. Sono intervenuti infatti i grandi giornali con pagine intere, richiami in prima, e con interventi di autorevoli commentatori di quella tipologia che si potrebbe definire per brevità “rudemente realista”.

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Uno per tutti Dario Di Vico che ha subito espresso tutta la sua riprovazione verso una “visione arruffona della rappresentanza sociale” ed il “gratuito discredito gettato sulle istituzioni del nostro Paese”: ora, visto lo spettacolo fornito dal Parlamento italiano ai nostri occhi e a quelli dei concittadini europei ci permettiamo di obbiettare che quei maiali potrebbero forse rappresentare la parte più sana del nostro Paese. Ma detto questo, ha dato (finalmente) una interpretazione autentica del made in Italy alimentare: è quello trasformato nel nostro paese. Sì, perché noi possediamo solo 2/3 filiere autosufficienti (uva da vino, uova, pollame) ma per il resto dobbiamo importare (olio, carne, cereali, latte..). Ma niente paura: abbiamo le tradizioni e il know-how per trasformare una materia prima (qualunque?) in una delizia per il palato riconosciuta in tutto il mondo. I casi citati a sostegno sono il caffè (non ci sono piantagioni in Italia), le creme spalmabili (abbiamo poche nocciole), alcuni salumi (esempio classico la Breasola della Valtellina Igp realizzata con carne di zebù).

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Lello Naso, sul Sole 24 Ore ha espresso  concetti simili: può non considerarsi made in Italy un maglione lavorato in Italia da una pregiatissima lana neozelandese? E che, per caso, si indossano balle di lana? E poi, anche qui l’esempio del caffè, ed una assicurazione (confermata da Filippo Ferrua, presidente di Federalimentare): l’industria sarebbe ben lieta di indicare la filiera completa, peccato che l’Unione Europea non contempli questo obbligo.

Va bene, magari è tutto giusto. Ma così, per sicurezza aggiungiamo da parte nostra, per amore di onestà, qualche breve postilla.

1. La mancanza di materia nell’agroalimentare forse non è una fatalità, o la sfiga di non avere i minerali come ci insegnavano a scuola, o le piantagioni di caffè o di cioccolato (che fior di imprenditori ed artigiani sanno effettivamente scegliere e trasformare), ma è il risultato del progressivamento affossarmento dell’agricoltura che invece materie prime top eccome se le saprebbe fornire. Se si usasse la materia prima italiana forse non chiuderebbero gli allevamenti (e non grufolerebbero più maiali in piazza Montecitorio) ma ne aprirebbero di nuovi e si creerebbero anche nuovi posti di lavoro, che invece da altri settori guarda un po’ stentano ad arrivare. E allora ci dispiace che non ci sia qualche “ruvido realista” dell’agroalimentare, uno senza grilli per la testa, che magari mangi scatolette e sia astemio per non essere tacciato di gastrofanaticheria, ma che di una bella ciminiera inutilmente fumante consideri più realistico, appunto, un bel campo coltivato, che già che c’è tutela l’ambiente, ci preserva da frane ed alluvioni, magari produce anche un po’ di energia che potrebbe far comodo a qualche altro settore produttivo un po’ in affanno.

2. E poi, detto fra noi siamo proprio sicuri che il made in italy è trasformazione, e rimarrà nei cuori di italiani e non una volta messa in etichetta una filiera, diciamo così, cosmopolita? Se accanto al tricolore, mettessimo la bandiera polacca delle cagliate congelate con cui sono state fatte le mozzarelle di bufala (secondo tradizione), e mettessimo quella tedesca sui prosciutti di Modena, dove pure si trasforma con sapienza la materia prima? Sennò ci viene il sospetto che si voglia gabbare l’acquirente che forse compra il made in italy anche perché pensa alle nostre colline e montagne evocate in etichette un po’ farlocche e un po’ paracule, evocando per ingrassare i fatturati i metodi degli artigiani che invece fanno una vita grama ma dove gli animali stanno e mangiano meglio che negli allevamenti intensivi alimentati a forza di Ogm dei quali peraltro si sa poco o nulla.

E infine, ma forse questo è un dettaglio un po’ snob e da gastrofanatici: siamo proprio sicuri che i salumi nostrani vengono proprio uguali con le carni di maiale venute da chissà dove? Provate a proporre ad un produttore di jamon iberico de bellota di non usare la razza cerdo iberico, e poi riferiteci la risposta.

Insomma: basta proteste cafone, signora mia. Ma è troppo chiedere anche più coraggio, onestà, ed un nuovo pragmatismo aggiornato ed al passo con i tempi?

Le immagini dei camioni bloccato sul Brennero sono tratte de news-online.it, quella dei maiali a piazza Montecitorio da unionesarda.it

3 Comments

  • Francesco ha detto:

    Sinceramente stupisce vedere un articolo così approssimativo su un bel sito che seguo sempre volentieri. La Coldiretti fa periodicamente un po’ di ammuina su questo tema, con il solo risultato di non ottenere nulla se non gettare, come al solito, un inutile discreto sul made in italy, che è anche e soprattutto e da sempre trasformazione di materie prime, aggiunta di valore e rivendita. così rcordo da quando esisteva ancora il sussidiario, e qui tradisco già la mia età. detto questo la coldiretti parte da un assunto che, sorry, è ben poco dimostrabile e cioè che il latte italiano è migliore solo perchè italiano, come pure la carne o l’olio e via dicendo. questo, come sa chiunque lavori nell’agroalimnetare, non è vero. Il frumento migliore non è sempre e comunque quello italiano, anzi!, tant’è che il recente disciplinare della pasta di gragnao (è un IGP) prevede la miscelazione con diversi grani. A parte i prodotti DOP, che sono tutelati e sui quali si deve essere inflessibili (anche se, caro Farchioni, le nostre amate vacche da latte per i nostri pregiati formaggi grana mangiano da 20-30 anni soia OGM venduta regolarmente dai consorzi degli amici della coldiretti) per gli altri, per le commodities cosa c’entra la materia prima? Per dire, il prosciutto cotto si divide siostanzialemnte in 3 fasce qualitative, chi si accorge della proveniza della coscia di maiale? la pasta, per dire Garofalo o DeCecco fa forse schifo? certo, la Cavalieri probabilmente, anzi siucramenbte è migliore, ma qui semplicemnete non c’è produzione di qualità sufficiente per renderla un prodotto di largo consumo.
    Coldiretti e gli amici di slow food sono degli assi a tirare fuori grandi slogan (il km 0 è il massimo) ma sono in larga parte responsabili dello stato in cui versa l’agricoltura italiana, alla cui tavola si siedono da sempore comodamente, se lo faccia dire da quaklche operatore del settore obbigato praticamente a pasare dalle forche caudine delle associazioni di categoria per fare qualsisi pratica o di come sono foraggiate indirettamnete tramite certe misure dei PSR…Quanto al ministro la sua presenza al brennero è sconfortante perchè dimostra di avere poco chiaro come funziona la normativa europea, anzi i principi sui quali addirittura si fonda il concettto di libera circiolazione delle merci. Intendiamoci, è un principio che si può criticare, anzi, la UE non è sicuramente un totem da difendere tout court (basta vedere la disastrosa gestione della crisi economica determinata da una fede cieca verso un’ideologia liberista che ha mostrato sul campo, non nei libri, tutta la sua pochezza culturale) ma non è con queste gazzarre che si possono migliorare le cose.
    Un saluto
    PS tra l’latro, e poi mi cheto, tutte le “scoperte” di ciò che entra dal Brennero (o da qualsisai altrio valico per quel che conta) sono regolaremnte comunicate all’uvac…
    PS II le cagliate congelate polacche non servono a fare la mozzarella di bufala perchè sono vaccine, non si allevano bufale in polonia, ma tanto sono dettagli. oppure si voleva dire che mescolavano il latte? beh, la GD e GDO fa controlli sul tipo di latte per la MBC con tolleranze di latte extra bufalino all’1%, cioè la soglia minima di rilevabilità e se ti pescano con parametri sbakllati sei fuori. forse gli unici che allungano il latte bufalino paradossalemnte sono le miniazinede che vendono in loco…vabbè

  • Riccardo Farchioni ha detto:

    Caro amico, mi permetta di armarmi di bisturi e di sezionare il Suo commento: lascio da parte le animosità contro le associazioni di categoria o similari delle quali poco mi interessa. Anche se posso convenire che chi sta dentro i meandri dell’operatività nell’agroalimentare, e ci deve campare, possa avere da ridire su tante mafie e mafiette. Sarebbe interessante anzi fare un dibattito sui favorevoli e i contrari, noi siamo qui.

    Reputo interessanti (dal mio punto di vista) altri aspetti del Suo discorso che vado a commentare:

    “made in italy, che è anche e soprattutto e da sempre trasformazione di materie prime”
    Vero, nei citati esempi dei maglioni e del caffè, o nei gioielli, nei mobili, e in molti altri. Ma, avendo noi un territorio predisposto anche alla produzione di alcune ottime materie prime alimentari, perché non scegliere ed incentivare il loro uso? Molto spesso, il ruvido realismo è pura miopia perché è banale proiezione di un intangibile presente. Quindi, l’agricoltura è morente, e quindi non è capace di produrre le materie prime, eccetera eccetera; e perché non provare invece a rivitalizzarla un po’, anche perché in altri ambiti l’economia italiana appare abbastanza alla frutta,e perché, mi scusi se mi ripeto, magari ci salverebbe da qualche frana o alluvione? Se poi uno che opera nell’agroalimentare è contento che l’agricoltura italiana sia stata massacrata, o è un masochista, o ha sbagliato mestiere, o tutte e due le cose insieme.

    In alcuni casi la materia prima è migliore di quella italiana? Può darsi. Anche se forse alcune lavorazioni/trasformazioni sono nate e sono state affinate su alcune materie prime con determinate caratteristiche (mi ripeto di nuovo: vada a consigliare agli spagnoli di produrre i loro prosciutti con i maiali di non so dove, e poi mi riferisca la risposta) potrebbe darsi che il parmigiano reggiano venga molto meglio con il latte bavarese che con quello emiliano. Allora lo si spieghi per bene e in modo convincente in etichetta e non si faccia i paraculi, per favore.

    PS prendo atto
    PS II vero, la cagliate congelate di latte di bufala sono rumene, non polacche, grazie per la precisazione.

    La ringrazio del commento e la saluto caramente

  • Paolo ha detto:

    Per stare al gioco di Riccardo, io oltre al bisturi voglio prendere il microscopio e analizzare una porzione ancora più piccola, ma pur sempre importantissime.
    Parliamo di filiera dei cereali: non si tratta di caffè, li facciamo anche qui. Si dice: non è detto che i migliori siano quelli coltivati in Italia. E’ vero. A livello di analisi chimiche all’origine, magari un grano duro canadese ha migliori valori di proteine, tenuta cottura, punto di giallo e così via. Solo che di mezzo, tra il campo canadese e il pacco di pasta al super ci saranno un mese di viaggio in nave, varie movimentazioni con la ruspa, diverse profilassi antifungine, sbalzi di temperatura, sbalzi d’umidità, passaggi di silos e stive eccetera. E a questo punto mi chiedo: tra un grano canadese che parte ottimo ma arriva con addosso un vissuto così pesante e un grano nazionale che magari non ha i valori tecnici del canadese ma arriva al pastificio molto meno “stanco”, i valori sono così distanti? In effetti non è questione di giocare a fare ideologia ripetendo (col naso da Pinocchio che cresce) che i prodotti italiani sono sempre i migliori. Bisogna saper decidere di volta in volta e dare valori di riferimento certi e validi per tutti. Questa però è una mossa politica: fare in modo che o il grano importato è perfetto, e allora entra, oppure se non è all’altezza, non entra (ma lo stesso vale anche per il grano nazionale!). Salvaguardando non il prezzo ma la salute delle persone, come punto di partenza. .
    Poi, da qui, “lavorare per dare lavoro” all’agroalimentare italiano. E’ solo questione di una visione coordinata. Certo che se un ministro dell’agricoltura invece di agire nel suo (enorme) potenziale ambito d’azione, si mette il giubbotto giallo e va a fare le manifestazioni contro una situazione che fa finta di non sapere da dove si sia originata… Questo mi piacerebbe: non essere preso per il naso in questo modo. Vedere alle politiche agricole persone che lavorano davvero, che si fanno un mazzo vero per il bene di tutti, senza bandiere addosso e soprattutto a telecamere spente.

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