Il vino è la terra. Lino Maga e il suo “antico” Barbacarlo

Di • 12 dic 2013 • Rubrica: diLuoghi, In cantina 3 commenti
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Lino Maga_2Il senso dell’incontro con Lino Maga, leggendario vignaiolo in quel di Broni, nell’Oltrepò Pavese, altrimenti noto come il siur Barbacarlo, sta tutto nei silenzi parlanti di quell’uomo e nell’umore contadino trattenuto all’interno di certe sue bottiglie scure. Sta nel soffio apparentemente stanco dei ricordi impressionisti narrati a fil di voce, con le luci e le ombre di una vita vissuta in prima linea trasportate e dilatate da una nuvola di fumo, quella di una sigaretta perennemente accesa. Sta nelle inquietudini, nelle battaglie, nell’orgoglio, nell’amara ironia che si affaccia qua e là, a punteggiare gli episodi e gli aneddoti srotolati secondo una metrica jazz, fatta di fugaci improvvisazioni, frasi accennate, riprese del tema, refrain. Con Lino Maga è un dialogo a metà. Perché tu in fondo sei arrivato fin lì per ascoltare. E, badate bene, lui non ti impone l’ascolto, è a te che verrà spontaneo. Non chiederai altro. E’ bello stare in silenzio di fronte a una persona così. Tutt’al più, aprire la bocca quel tanto che basta per accogliere un incredibile salame di Varzi (poco salato e ad alto tasso di digeribilità) che Lino non si stancherà di affettare, assieme a un bicchiere di rosso sempre opportunamente ricolmato. Sono racconti, i suoi, dove mai si disperde il sentimento di fratellanza “carbonara” che ha nutrito gli incontri più importanti: con le persone care, certamente, quelle con cui poter condividere gioie e intime preoccupazioni, e quelli con personaggi come Giuan Brera e Gino Veronelli (che lui chiama fratelli), i quali, cantando per primi il suo vino, ne hanno diffuso la nomea ed esaltato l’unicità.

Barbacarlo_bottiglieLino Maga è un microcosmo di passioni e perseveranza. E’ tutto ciò che vorresti ti fosse raccontato, ancora e ancora. Perché è naturalezza allo stato puro, senza retro pensieri, senza prosopopea. Soprattutto, senza retorica. In quei modi, in quei gesti, c’è qualcosa di nobilmente grezzo e di nobilmente antico che ti parla di autenticità e che fila dritto al cuore del discorso. Qualcosa di inspiegabile e di apparentemente anomalo che sbatte in faccia ai benpensanti e agli acculturati della vitivinicoltura contemporanea dei vini senza tempo, frutto di una elaborazione arcaica eppure in grado di dire (e di dare) molto di più rispetto ai tanti e troppi “prodotti” elaborati nel nome del progresso e della consapevolezza tecnica. Barbacarlo, il suo Barbacarlo, fiero rosso d’Oltrepò, magicamente ti inquieta per veracità e spontaneità, che poi son quelle tipiche del vino resistente agli accomodamenti, del figlio legittimo di una terra e di una annata: il vino nudo e partigiano per antonomasia insomma, orgogliosamente schierato, mai uguale a se stesso. Perché così, in fondo, doveva essere. In compagnia del Barbacarlo è come ripassare dal “via” ma senza pagare pedaggio. Perché Barbacarlo rappresenta un indistruttibile ponte fra passato e futuro, un monito e un archetipo; il prezioso testimone di un passaggio di tempo bello e sofferto marcato dalla fatica e dalla intraprendenza umane. Un vino che ha sfidato l’insfidabile per riproporsi, a distanza di decenni, in un modo maledettamente attuale, grazie a una fisionomia che non ha perso un briciolo dell’innato fascino selvatico e poco addomesticabile, e grazie a una “capacità di racconto” tale da sfidare il tempo. Un vino in cui la parte istintuale diventa coinvolgimento, ma dove la complessità minerale, la forza comunicativa e il timbro del suo territorio sono i segni tangibili di una personalità tanto “obliqua” quanto affermata.

Barbacarlo_botte di GinoMaga Lino, il commendator Maga Lino. Ci troviamo a Broni, in provincia di Pavia, nel cuore dell’Oltrepò vitivinicolo. Lui è il discendente diretto di una famiglia di agricoltori, coltivatori di vigna sulla collina di Barbacarlo a partire dal 1860. Che poi, ‘sto nome, Barbacarlo, nulla ha a che vedere con toponimi o compagnie cantanti, macché: solo il tributo al vecchio zio Carlo (“barba”, in dialetto pavese, sta per “zio”), fra gli iniziatori della saga familiare. Da allora vigna e uve son sempre le stesse: la vigna è struggente, alcune sue parti accolgono ceppi molto vecchi; ti colpisce per l’eroica vertiginosa pendenza e per l’esposizione propizia, che guarda a sud ovest. Quanto alle uve, trattasi di croatina in maggior misura, a gettare le fondamenta strutturali, ughetta e uva rara a connotarne gli aromi. Più un goccio di barbera a conforto. La vinificazione avviene in botti di rovere vecchie e vecchissime (ognuna delle quali dedicata a una persona cara), senza controllo della temperatura, e dura assai poco, per arrivare a svinare e imbottigliare nella primavera successiva alla vendemmia, seguendo i suggerimenti della luna. “Il vino deve maturare in bottiglia, non in legno”- questo il diktat di casa Maga. E l’imbottigliamento può portare con se la naturale conseguenza di una rifermentazione in bottiglia, visto che in quel periodo evolutivo il vino potrebbe non averla ancora completamente svolta. Da qui la speciale “venatura” carbonica -a volte carezzevole, altre volte più indomita e affilata- e la mutevole dolcezza che da sempre caratterizzano questa etichetta. Assieme alla sontuosa avvolgenza del frutto di mora e mirtillo e alla fremente acidità, dote salvifica per alimentarne la proverbiale “vocazione da maratoneta”. E a una tannicità salata e profonda, che ne caratterizza l’eloquio in gioventù ma che lentamente si stempera negli anni, fondendosi mirabilmente al corpus del frutto. E alle ghiaie tufacee di quel vigneto pendente che si riflettono nel timbro minerale,  nettissimo, che ti inchioda all’ascolto nella persistenza.

Lino Maga spilla il Barbacarlo 2013Sapete, stavo rimuginando su una cosa, fra le mille che mi ronzano in testa dopo un incontro così: c’è un aspetto, talvolta sottile, che distingue i vignaioli di razza appartenenti alla generazione dei Maga da quelli più giovani, di buona razza anch’essi ma sostanzialmente diversi. In questi ultimi, spesso, c’è un lato esibito nella loro personalità e nel loro atteggiarsi che in modo più o meno evidente ne incrina la spontaneità. In quelli “alla Lino Maga” no, il personaggio non esiste. O meglio, il personaggio è l’uomo stesso, il vignaiolo, il coltivatore delle proprie vigne e il produttore del proprio vino. Non ci sono “scollamenti”. I racconti poi qui sono racconti di vita, vita partecipata e sofferta. Tanta vita. Lo comprendi da quei silenzi pregnanti, lo senti per come suonano all’aria quelle parole definitive. A volte c’è disincanto, o amarezza. Ma c’è anche vitalità, ciò che fa acquisire in fretta a quei racconti il passo epico del pezzo di storia, soprattutto quando ti narrano dei tempi in cui un piccolo vignaiolo, per far valere i propri diritti, doveva farsi davvero sentire e poi non bastava neanche quello. L’Oltrepò Pavese d’altronde, terra suggestiva dalle grandi potenzialità enoiche spesso disattese dal comportamento inadeguato degli uomini, non ha certo brillato per consapevolezza critica e unità d’intenti. Barbacarlo_quadroTroppe le contraddizioni, tante le strategie non propriamente illuminanti, veicolate con insistenza dal miraggio della produzione per la produzione. Contraddizioni che sono esplose nel “caso Barbacarlo”, con la scesa in campo dell’iniziatore, Lino Maga, e lo scontro processuale lungo ed estenuante per rivendicare una primogenitura, dopo che i poteri forti locali avevano depauperato la storica denominazione, dai Maga gentilmente messa a disposizione del territorio, tentando di allargarne i confini a dismisura per comprendervi una miriade di comuni diversi, sì da disperderne il portato di unicità nell’alone grigio dell’indistinguibile. Il piccolo grande commendator Maga alla fine ha avuto ragione, e dal 1983 solo la sua cantina può fregiarsi della denominazione d’origine Barbacarlo. Il tutto gli è costato molto, e non solo economicamente. La sua vita appartata di adesso, fuori dal coro, è forse la naturale appendice di quelle azioni e di quegli sforzi. Sapete che c’è? C’è che lui oggi sente il bisogno di ringraziare tutti coloro, barboni o benestanti, che sono venuti e ancor vengono  numerosi a fargli visita nella sua vecchia casa museo di Via Mazzini, nel centro di Broni. E i suoi clienti vecchi e nuovi, famosi e non, che restano il ricordo più bello di una vita vissuta da artigiano del vino, perché con le loro attenzioni e i loro incoraggiamenti gli han fatto capire di poter orgogliosamente andare avanti.

Barbacarlo_ultime annateAh, a proposito di denominazioni d’origine: il Barbacarlo di Maga non si fregia manco più della Doc! Da quando, e sono tempi recenti, l’annata 2003 fu fatta oggetto di contestazione da parte dell’ineffabile commissione d’assaggio locale: residuo zuccherino troppo alto, sentenziarono. Da quella volta lì ne è uscito. Lui, nel torrido millesimo 2003, non aveva fatto altro che assecondare i messaggi di quella annata particolare per racchiuderli nelle sue bottiglie scure, senza infingimenti, senza travestimenti. Ebbene – come gli capitava nei momenti di disappunto- chiamò Gino Veronelli per raccontargli della cosa, e IL Veronelli pretese che gli spedisse immediatamente alcune bottiglie di quel vino. Risultato? Barbacarlo 2003 fu l’ultimo Sole attribuito ad un vino italiano dal grande Gino.

Un’altra volta, sempre per lo stesso tipo di amarezza, si intrattenne al telefono con un noto eno-giornalista lombardo, e si sentì dire: ”Lino, ma sei testardo però, sembra che tu te le cerchi: ti ostini sempre a fare il vino come lo si faceva quarant’anni fa!”. “ Eh no! -rispose lui prima di riattaccare per sempre- la mia enologia non ha quarant’anni, ne ha duemila!”.  Ma che uomo sarà?!

PS: mi devo scusare con il figlio di Lino, Giuseppe, continuatore della specie: l’incontro frettoloso di un giorno non mi ha permesso di tratteggiarne il ricordo che vorrei; lui è la persona che indubitabilmente costituisce presente e futuro dell’azienda di famiglia. Lui l”attuale custode della vigna. Avendone intuito l’energia buona, e avendo salutato gli asini, i cani e le anatre della sua affollata fattoria creata attorno alla cantina, ritengo che Lino possa dormire sonni tranquilli. Le sue “antiche” intuizioni  e le sue visioni contadine non andranno disperse.

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3 commenti »

  1. carissimo FERNANDO

    di Lino Maga ne abbiamo parlato in occasione della tua recensione su Andrea Picchioni e, come sempre o quasi, condivido tutto ciò che lo riguarda, tant’è vero che, leggendo mi sembra di essere nuovamente nella Sua cantina ad ascoltarlo.
    Una cosa che forse ti sei dimenticato (non so se è realtà o fantasia), alla domanda ……..signor Maga, le sue bottiglie di Barbacarlo sfidano il passare degli anni, non sarebbe meglio fossero conservate coricate ?!?…….. naturale la risposta: le bottiglie hanno il culo sotto e quindi devono essere appoggiate in piedi !!!

    alla prossima e cari saluti.

  2. Giusto. Tutto vero. Ti dice così. Ma sono talmente numerosi gli aneddoti di Maga che ci vorrebbe un’altra decina di pezzi per contenerli tutti. E tutti meritevoli poi.

    ciao fernando

  3. […] Lino Maga è il più grande vignaiolo dell’Oltrepò, tra i più grandi d’Italia, e il suo Barbacarlo è il vino che ha dovuto subire l’onta dei tribunali e delle ingiustizie per l’etichetta. Il Barbacarlo, il più importante cru certo di tutta una regione vinicola, di una denominazione, non si poté dichiarare tale, sottozona. Giuseppe Rinaldi è il più grande vignaiolo di Barolo, non può chiamare più i suoi vini Barolo per come li voleva chiamare, per come li ha chiamati, ha ospitato per due giorni nella sua azienda fetidi inquirenti di un’azienda che sarebbe da inquisire e lo hanno multato per le etichette di un rosso da tavola prodotto in 1500 bottiglie o giù di lì. Lo hanno pesantemente multato. […]

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