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La fabbrica del Fernet Branca: una meraviglia nascosta nel cuore di Milano

Fernet Branca

MILANO – Che sia un edificio particolare non lo si intuisce immediatamente: grande quanto un intero isolato, fra due vialoni della circonvallazione milanese, con addosso tutta la patina del tempo. Eppure le architetture non sono banali, anzi, l’edificio ha una sobria eleganza inizio Novecento, quella classica degli opifici lombardi d’antan, efficienti e anche belli da vedere. Guardando meglio, si può notare su un lato una scritta: Fernet Branca. “Ecco che cos’era! La fabbrica del Fernet Branca!”, viene da dire.

Fernet Branca

Eh, no! Quella è ancora la fabbrica del Fernet Branca! Via Resegone, 2, più milanese di così! L’intera fase produttiva (a parte la distillazione dell’alcool, per motivi di sicurezza) avviene ancora qui, come da cento anni a questa parte, anzi più di cento anni, essendo la sede di via Resegone inaugurata nel 1910.

La famiglia Branca, che ancora oggi porta avanti l’azienda, ha voluto realizzare all’interno della fabbrica uno spazio visitabile in cui ha collocato i cimeli di questa secolare storia: si tratta della Collezione Branca, una ricca raccolta di cartelloni pubblicitari, macchinari, strumenti tecnici, alambicchi, bottiglie storiche, foto e documenti disparati, una ricchissima eredità a cui attingono studiosi di design pubblicitario, di marketing, di storia dell’industrializzazione. Un punto fermo del “made in Italy”, ma senza strepiti e senza grancasse: non è un museo sempre aperto, ma viene reso accessibile su richiesta, per visite guidate a numero chiuso.

Fernet Branca

Marco Ponzano, già direttore della comunicazione pubblicitaria Branca fino al 2000, è oggi il curatore della Collezione Branca, e si occupa di persona di guidare i visitatori negli stabilimenti produttivi. Il percorso inizia dal portone del civico 2 di via Resegone; salendo verso il piano superiore, Ponzano inizia a descrivere la Collezione e l’azienda attraverso alcuni numeri. La Collezione è uno dei 56 musei d’impresa in Italia, ed è stato uno dei primi; viene visitato ogni anno da circa 4500 persone, tra scuole, università, gruppi. La sede milanese è l’unico stabilimento europeo della Branca, e da qui escono ogni anno 20 milioni di bottiglie tra i vari prodotti aziendali, esportati in Europa, Africa e America del nord. Ma Branca è molto forte anche in Sudamerica, dove ha un grande impianto a Buenos Aires, capace di sfornare 40 milioni di bottiglie di Fernet Branca (in Argentina spopola letteralmente il cocktail Fernandito, mix di Cola, Fernet Branca e ghiaccio).

Pubblicità Fernet Branca

Tutto iniziò nel 1845, quando Bernardino Branca, di professione speziée, speziale, insieme a un medico (la leggenda dice fosse svedese e si chiamasse Fernet) mise a punto un preparato a base di erbe per la cura di due malattie allora molto diffuse: il colera e la malaria. I risultati furono ottimi, tanto che in breve si diffuse la fama di questo amaro curativo. Così, nel 1850 nasce a Milano, in Viale di Porta Nuova il primo stabilimento del Fernet Branca, con 300 operai. Le cose vanno talmente bene che è necessario ingrandirsi: nel 1910 apre l’attuale stabilimento, con ben 900 operai; una piccola città nella città, dotata internamente di orti, sartoria, falegnameria, infermeria… Un opificio pulsante di vita e di lavoro. Oggi con Niccolò Branca siamo alla quinta generazione, e nonostante il volume produttivo sia rimasto alto, bastano 40 operai e altrettanti addetti alle mansioni contabili e di marketing per portare avanti l’azienda.
Ma torniamo a Bernardino Branca, il cui volto campeggia nella galleria dei ritratti della famiglia Branca, all’inizio del percorso. Per la sua formula medicinale utilizzò piante come l’aloe ferox, che ha funzioni disinfettanti, la china (che veniva usata contro il colera), mirra, achillea, zafferano, radice di colombo, scorza d’arancio, rabarbaro, cannella, camomilla… in tutto 27 tra erbe, spezie e radici, ben visibili in un grande espositore circolare. Niente è cambiato dalla formula originale, se non la gradazione alcolica, che è stata abbassata a 39°rispetto a quella iniziale, più elevata.

Un alone di mistero circonda la ricetta segreta del Fernet Branca: se infatti si conoscono tutte e 27 le spezie impiegate, restano segrete le modalità, i tempi e le temperature di estrazione delle essenze. E oltre a questo, 5 delle 27 spezie vengono pesate e miscelate direttamente da un membro della famiglia Branca, che svolge l’operazione da solo, a porte chiuse. Dettagli che non fanno che accrescere il fascino che emana questa fabbrica, che pare un luogo sospeso nel tempo, con ritmi e rituali che si perpetuano negli anni.

Spezie Fernet Branca

Man mano che procede il racconto di Ponzano, alle pareti scorrono i manifesti delle pubblicità Branca; bellissimi quelli di inizio Novecento, ancora oggi studiati e ammirati; venivano spesso commissionati a agenzie francesi come quella di Jean d’Ylen (a quel tempo, la réclame francese era molto più avanti rispetto al resto d’Europa), ma anche agli italiani Plinio Codognato, Achille Mauzan, Leopoldo Metlicovitz e Leonetto Cappiello.

Un manifesto del Brancamenta è l’occasione per raccontare l’origine di questo prodotto, che si deve a Maria Callas. La cantante infatti prima dei concerti era solita sorseggiare un Fernet Branca con ghiaccio e foglioline di menta; la Branca accolse l’innovazione e creò quindi un liquore a base di Fernet Branca con l’aggiunta di olio essenziale di menta. Era il 1965. Poi venne la pubblicità televisiva, con il celebre scalpello nel ghiaccio e la canzone-tormentone, e fu il boom.

Fernet Branca

“Innovare serbando”, è il motto aziendale, che si rispecchia in una filosofia di passi in avanti ponderati, guardando sempre all’esperienza passata per proiettarsi nel futuro. Ecco che negli anni ai prodotti Branca se ne aggiunsero di nuovi, grazie a una oculata politica di acquisizioni. All’inizio degli anni Ottanta del Novecento viene acquisita la Carpano di Torino, produttrice del Vermut Carpano e del Punt e Mes; poi la Grappa Candolini, quindi nel 2000 arriva l’acquisizione del celebre Caffè Borghetti. Proprio in quell’anno apre la nuova sede produttiva in Argentina, che farà raggiungere al Fernet Branca una popolarità enorme in Sudamerica.

Più aumenta la popolarità, più si moltiplicano le imitazioni, e alla Branca lo sanno bene, tanto che iniziano a raccogliere nel museo anche una collezione di imitazioni da tutto il mondo. Ecco che in una vetrina si raccolgono chicche come il Fernet-Milano, il Fernet Villa Vittoria, Fernet Delcà, Fernet del Frate, Fernet senz’alcool, Fernet Galbiati, Fernet Fernet… E la cosa interessante è che le imitazioni continuano ancora oggi.

alambiccoProseguono i corridoi e i cimeli aziendali, così come prosegue il racconto della storia Branca. Una vecchia Fiat Balilla davanti al bancone di degustazione è l’occasione di parlare della Torre Branca al Parco Sempione di Milano. Progettata dal geniale Gio Ponti (l’architetto del Grattacielo Pirelli), fu eretta nel 1933 in occasione della Triennale di Milano e chiamata Torre Littoria. Dapprima usata come faro e come bar a 100 metri di quota, ospitò poi le antenne della Rai, finché nel 1972 non venne chiusa e restò inutilizzata. Nel 1985 la Branca si accollò il restauro della torre, con l’idea di riaprire il bar sulla struttura sommitale. Vincoli di sicurezza lo impedirono, ma dal 1999 tornò visitabile, con il nome di Torre Branca. Nella struttura alla sua base oggi sorge il Just Cavalli, ritrovo glamour per eccellenza.

E così, dopo un assaggio di Fernet, viene il momento di visitare una parte delle strutture produttive: si inizia da uno sguardo sul magazzino delle spezie. Qui si ha un primo impatto su cosa significhi avere a che fare con venti milioni di bottiglie all’anno: la prima cosa che si percepisce è l’odore delle spezie, indescrivibile. Ci si guarda intorno e non si vedono che bancali e bancali di spezie, dalle provenienze più disparate… Per avere un’idea: lo zafferano che viene utilizzato nel Fernet Branca proviene dall’Iran, e costa 5 euro al grammo. Considerando che ne vengono maneggiate latte dal 20 chilogrammi… si fa presto a capire quanto investimento comporti ogni ciclo produttivo.

Caffè BorghettiCi si sposta poi nel reparto dove si produce il Caffè Borghetti: un posto assolutamente inaspettato, dove le proporzioni sono ingigantite rispetto al normale. Ecco i pancali con enormi sacchi di chicchi di caffè; ecco un “macinino” che macina 100 chili di caffè alla volta. Convoglia la polvere in due enormi macchine del caffè alla napoletana (a caduta), grandi quanto un bilocale. Enormi tini in acciaio, come se ne vedono nelle grandi cantine cooperative, qui sono pieni di caffè. E ci si stupisce anche davanti ai cassoni che raccolgono i fondi del caffè: ogni cassone è grande quanto un camion… C’è da dirlo, si torna un po’ bambini in quest’atmosfera di cose inusuali, impregnata dell’aroma di un espresso… da migliaia di tazzine alla volta!

Ma la vera sorpresa arriva alla fine; se ne sta in una stanzona tutta per sé, e appena la si vede, non si può non restare a bocca aperta: è la Botte Madre, la botte più grande d’Europa: 84.000 litri, 6 metri di diametro per 6. Fu costruita nel 1892 all’interno della prima sede poi, nel 1910 smontata, le sue doghe caricate su 40 carri, poi ricostruita in due mesi nell’attuale posizione. In questo gigante di legno invecchia il brandy Stravecchio, e dal 1910 non è mai più stata svuotata per intero: ogni ciclo, infatti, viene lasciato un terzo del contenuto, e poi rabboccata con il brandy nuovo. In questo modo si ha una specie di “riserva perpetua”, che dà continuità e una certa dose di fascino al prodotto. Due cose sono appoggiate sulla botte: la prima è una botticella, quella antica che utilizzava Bernardino Branca per far conoscere il suo medicamento, e la seconda è una fibra vegetale particolare, ormai rarissima, usata da sempre per saturare le piccole fessure che si creano nel legno della Botte Madre; soprattutto d’estate, avvicinandosi, si possono notare le “lacrime” della botte, lente gocce di brandy che spandono un aroma affascinante nell’aria.

Botte Madre

Viene l’ora di andare; per riguadagnare l’uscita, c’è ancora una lunga passeggiata sotterranea, tutta fiancheggiata da enormi tini troncoconici e botti,  di dimensioni enormi. 300 botti per lo Stravecchio, 500 botti per il Fernet, 25.000 litri la capacità media di ogni botte. Sotto alla fabbrica, c’è tutto un mondo di quiete, nel silenzio ovattato del legno. Diresti di essere in ogni dove, tranne che lungo i viali di una metropoli.
Ancora una rampa di scale, e siamo fuori. È notte, la ciminiera si staglia contro il cielo, silenziosa. Milano, via Resegone, civico 2: l’aquila dello stemma sul cancello apre ancora le ali reggendo una bottiglia.

Domattina, come dal 1845, si riapre.

 fabbrica branca notte

La collezione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì alle 10.00 e alle 15.00, solo su prenotazione o invito. Visite guidate in italiano e inglese (su richiesta).
Per prenotazioni:
collezione@branca.it
telefono 02 8513970
Fax 0286971966
Via Resegone 2 – 20159 Milano
www.branca.it

GALLERIA DELLE IMMAGINI

8 Comments

  • walter ha detto:

    complimenti vivissimi , per me vale il motto meno internet e piu fernet ..
    mi ricordo che mia mamma, da piccolo ,50 anni fà , mi dava un cucchiaio di fernet per far passare i dolori, ed in casa non mancava mai una bottiglia .un istituzione !!!
    cordialità

  • Ripamonti Roberto ha detto:

    Splendido prodotto che apprezzo da 40 anni , insuperabile e splendide immagini di gente e luoghi che avevano una ambizione di egemonia. Un imprenditoria che purtroppo non e’ riuscita a trasmettersi fuori dai propri confini e non e’ riuscita a contaminare il nostro paese.

  • nancy ha detto:

    bellissimo articolo! sono stata ieri sera e ho fatto il tuo stesso tour. Adoro visitare i musei e gli impianti di produzione dei marchi d’eccellenza italiana, davvero formativo e stimolante!!
    Se non l’hai mai vista consiglio a tutti una visita alla sede Campari a Sesto!!
    ti lascio il link in cui ne ho parlato se può interessare 🙂

    http://arkitalker.wordpress.com/2013/10/06/un-marchio-che-produce-arte/

  • Paolo Rossi ha detto:

    Grazie del suggerimento, Nancy, vale la pena fare una visita anche agli stabilimenti Campari!

  • Roberto Venzi ha detto:

    Buongiorno sono in possesso di una vecchia bottiglia di Fernet Branca come nella vostra foto ( Antiche bottiglie di Pubblicità Fernet Branca ) non trovando date , la mia é come quella a sinistra della vostra foto ma nel vetro è fusa una stella , di che anno é una bottiglia di quel tipo ?
    Colgo l’occasione x i miei migliori saluti

  • susanna ha detto:

    Buon giorno sabato abbiamo visitato il museo, complimenti veramente molto bello. Fa sempre bene vedere realtà italiane come questa.

  • Rosa Isgrò ha detto:

    Scusate se vi scrivo per una curiosità, sono sposata da circa 45 anni e in quell’occasione mi è stata regalata una bottiglia di FERNET BRANCA da un signore che aveva ricevuto dei liquori da un precedente gestore, la bottiglia in questione è:
    SERIE O N.350 DA 3/4 DI LITRO E POI ANCORA C’è UN CODICE SOTTOS 0,927
    Adesso mi chiedo, vale la pena di conservare la suddetta bottiglia? Vi ringrazio anticipatamente per l’eventuale risposta.

  • SERGIO FRIGERIO ha detto:

    Con vero piacere ho letto la storia del Fernet Branca, e devo dire che è veramente entusiasmante visto che il prodotto è a tutt’oggi assai richiesto in tutto il mondo. Sarebbe veramente un bella esperienza poter visitare con la dovuta attenzione una simile fabbrica storica che conserva tradizioni centenarie, tanto più che è ubicata nelle dirette vicinanze di dove abito io.
    Sarei veramente onorato poter ricevere l’invito per una visita di un opificio come il vostro che produce un liquore così pregevole.
    In attesa di una vostra risposta, nel ringraziarVi per l’attenzione porgo i miei più cordiali saluti.
    Gom. Sergio Frigerio

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