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Les Grands Jours de Bourgogne 2014. Prima parte

di Claudio Corrieri

Intro

bourgogneLes Grands Jours de Bourgogne nasce nel 1992 come iniziativa promozionale del Bureau Interprofessional des Vins de Bourgogne (BIVB), per diffondere la conoscenza dei vini di questa prestigiosa regione avvicinando produttori, importatori, giornalisti e operatori del settore al fine di confrontarsi direttamente tramite assaggi e scambi di opinioni in merito alle annate e alle produzioni. Tutto questo con il chiaro intento di favorire le relazioni commerciali, oltre che la comunicazione di base.

Les Grands Jours de Bourgogne è  un bellissimo evento con cadenza biennale, durante il quale vengono ripercorsi, tramite seminari e degustazioni tematiche, i vari stadi di evoluzione dei vini, ma vengono soprattutto effettuate “verifiche” orizzontali e verticali delle varie denominazioni comunali per capire a fondo stili, caratteristiche e sensibilità interpretative: un laboratorio a cielo aperto insomma, e un gran bell’evento al di là dei limiti creati dalla ormai affollata presenza degli “assetati” provenienti da ogni dove e da alcune strutture inadeguate, seppur piene di fascino storico e “pathos enoico”, come Clos de Vougeot per esempio.

In un territorio dove l’agricoltura e la mano dell’uomo hanno dato vita a una delle più emozionanti ed empatiche parabole di passione e dedizione, ispirate dal fascino di questi luoghi vocatissimi per la produzione di pinot nero e chardonnay, niente è lasciato al caso e ormai si succedono con continuità studi e lavori sul campo ad aprire nuove strade per l’enologia. La Borgogna è forse il territorio vitivinicolo più studiato al mondo.

Io invece sono alla mia quinta presenza a Les Grands Jours, grazie alla gentile ospitalità del BIVB e alla sincera accoglienza di Cécile Mathiaud, la quale si è impegnata alacremente nell’organizzazione e nel coordinamento della presse, preparando piacevoli briefing in sala stampa. Dal 17 al 21 marzo circa 1000 produttori si sono divisi gli spazi di saloni e residenze storiche (per non dire cantine e tonnellerie) per offrire ai 2200 accreditati du monde entier gli assaggi dei loro preziosi vini, suddivisi nelle numerose denominazioni che affollano una regione vitivinicola di raro fascino.

I numeri ci raccontano di 1,45 milioni di ettolitri prodotti nell’anno 2013, di cui 62% vini bianchi, 30% vini rossi, 8% cremants de Bourgogne (gli spumanti della zona), provenienti da 28748 ettari vitati (il 3% dei vigneti di Francia). Le vendite si dividono fra un mercato interno, che copre il 48% in volume della produzione, e un mercato estero che sta al 52%, costituito principalmente da Regno Unito, Belgio e Germania per la parte europea, Stati Uniti, Giappone e Canada per il resto del mondo. L’Italia rappresenta soltanto lo 0,5% (sempre in volume) del mercato estero, ma è ipotizzabile una maggior percentuale in valore, perché la scelta dei vini di Borgogna è operata qui da noi da grandi appassionati o da ristoranti di fascia alta, quindi trattasi di Borgogna griffati, evidentemente costosi, quelli per palati sopraffini.

A partire da questi numeri è evidente come il vigneto Borgogna sia appannaggio dei mercati più evoluti e ricchi. E questo sia per motivi di prestigio legati al valore dei vini in questione, che ormai vanno spuntando prezzi prossimi alla follia, sia per motivi storici e geografici. Al di là delle molteplici considerazioni di natura etica ed economica, la Borgogna del vino attira le attenzioni del mondo, questo è un dato di fatto, e nonostante fra le pieghe della produzione si evidenzino anche dei vini tutto sommato semplici, quindi dai prezzi poco congrui se riferiti alla qualità attesa, le migliaia di appassionati che affollano queste zone sono disposti a sacrifici enormi pur di entrare a far parte delle liste di assegnazione dei produttori più ricercati e mitizzati, a cominciare dal Domaine de la Romanée Conti o dai vari Roumier, Comte de Vogué o altri ancora.

Il punto sulle ultime annate

La 2010 resta l’annata più integra e matura del decennio, senza dubbio di eccezionale importanza per tutte le denominazioni, con Pinot Noir straordinari e destinati a lungo invecchiamento e Chardonnay solari ma anche freschi e acidi. Chi può si accaparri le ultime bottiglie in giro.

La 2011 al contrario ha dato non pochi problemi ai vignerons, specialmente durante la primavera, caratterizzata da piogge insistenti e da un incremento di patologie fitosanitarie. In Côte de Beaune, grazie a un buon settembre, i produttori che si sono presi il rischio di una raccolta tardiva sono riusciti a portare in cantina uve sane e quindi a realizzare vini da buoni a molto buoni. In sostanza ci sono tante cose medie e qualcosa di veramente gratificante.

In Côte de Nuit i problemi sono stati aggravati anche da una bella grandinata primaverile, con volumi di raccolta dimezzati e maturità in molti casi difficilmente raggiunte. Certo qualcuno, eccezionalmente, ha salvato raccolto e prodotto, ma i tannini percepiti durante gli assaggi hanno più volte messo a dura prova i nostri palati.

In Chablis è risultata ancora più marcata la vegetalità nei vini, con sensazioni gustative aspre e assetti aromatici non così aggraziati o sfumati.

La 2012 è stata un annata a prima vista ancora peggiore, con una primavera fredda e umida e con diverse grandinate a coronamento della terribile stagione. Nonostante ciò e nonostante la sensibile contrazione nei volumi prodotti (60-70% in meno!!), la qualità è apparsa ben più che dignitosa, con punte di eccellenza in alcune denominazioni proprio grazie a una ripresa del buon tempo sul finire dell’estate. La selezione naturale provocata dalle grandinate primaverili ha spianato la strada allo sviluppo di grappoli spargoli e ben concentrati, non troppo dotati in acidità ma di bella e solare definizione aromatica, con tannini levigati e godibili nell’immediato.

In Côte de Nuit in particolare i vini vantano un incantevole approccio gourmand, adatti come sono per palati anche meno esigenti ma pur sempre dotati di una buona struttura a donare complessità. In Côte de Beaune vendemmia disastrosa soprattutto a Pommard, ma sono stati ottenuti però dei buoni (quando non ottimi) Chardonnay, seppur giocati su equilibri talmente sottili da risultare imprevedibile ipotizzarne la tenuta nel tempo Nello Chablis i soliti problemi di quantità ridotte ma la qualità è apparsa più elevata: bella definizione sia al naso che al palato per vini slanciati e maturi.

In dettaglio: Chablis

Partendo proprio dall’area di Chablis – estremo nord della Borgogna ed estremo baluardo geografico di resistenza e acclimatamento per lo chardonnay, qui espresso nella sua versione più quintessenziale- posso dire di aver ricavato una ottima impressione in compagnia di vini tipici e profilati, di definizione aromatica pura e buona grassezza. Certo in qualche occasione i campioni sono risultati vegetali e poco polposi, ma erano frutto di cantine meno scrupolose o provenivano da zone con esposizioni di minor pregio o poco soleggiate. Procedendo in stretto ordine di apparizione, fra i vari assaggi è emersa la purezza espressiva dei vini di Bessin, la tecnica precisione e la forza materica (sia pur fra luci e ombre) dei vini di Billaud-Simon. Buona la scorrevolezza e la bevibilità nei vini di Nathalie et Gilles Fèvre (ex cantiniere della cooperativa Chablisienne), come sempre dotati di un ottimo rapporto qualità-prezzo . Ma anche il Grand Cru Les Clos 2012 di William Fèvre non ha deluso le aspettative per rigore e definizione, seppur qualche collega lo abbia trovato “tecnico” e prevedibile, senza sbavature ma con poca anima. Oppure i vini di Gérard Duplessis, ormai alla ribalta in molte enoteche italiane grazie a una distribuzione capillare e a una qualità indiscutibile, anche se qualche 2012 è apparso un po’ in debito di complessità.

E che dire di novità come Céline et Frédéric Gueguen, che presentavano i loro 2013 prelevati da vasca? Quali lucidi esempi di vini verticali, acidi e freschi, non sono forse adatti per tutti i palati ma sembrano davvero ben concepiti. Molto buoni inoltre i vini di Domaine Hamelin, sebbene un filo rustici, e soprattutto i vini di Jean Collet, che nonostante una produzione non proprio confidenziale (viaggia sulle 200.000 bottiglie) riescono a garantire tipicità ed espressività associando un profilo classicamente chablisien a un buon prezzo di vendita al dettaglio. Molto buoni anche i vini di Christian Moreau , cresciuto molto negli ultimi anni: vini robusti, se vogliamo, per la denominazione ma sempre equilibrati, soprattutto ben accordati fra materia e dinamica gustativa. Come sempre, per parlare dei grandi, sia Dauvissat che Raveneau non erano presenti all’evento, e purtroppo da quest’anno anche l’assenza di J.P. Droin -con i suoi bianchi straordinari- ha fatto gravare il proprio peso sulla bilancia della qualità.

Continua….

L’immagine è tratta dal sito www.sortiramacon.com

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