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Assaggi dal Vinitaly 2014: breve viaggio sul versante della finezza

Pojer & Sandri

Piccola premessa semiseria
Per qualche anno mi ero tenuto lontano dal Vinitaly, ebbene sì. Avrò bevuto troppo l’ultima volta, chessò, o sarà stato lo scoccare dei maledetti quarant’anni, o la voglia di dire con aria di sufficienza “Ormai io dal Vinitaly mi tengo alla larga, mi focalizzo su cose più delimitate”.
A una settimana dal Vinitaly di quest’anno un amico mi manda un sms: “Ho un biglietto anche per te, che fai, vieni?”
È partito il formicolio nella pancia, quello di ogni aprile, quello da Vinitaly. Alla faccia delle cose più delimitate. Ho detto di sì.
La tattica è la solita dei tempi antichi: levataccia, viaggio in treno e poi, appena arrivato davanti all’Ingresso Cangrande, il rito propiziatorio vero e proprio: panino salsiccia e peperoni, per “fare fondo”. Quest’anno siamo in quattro, varchiamo i tornelli con trepidazione e siamo dentro. Racconto ai miei compagni d’avventura quanto sia bello per me ogni volta il momento in cui passo il tornello e mi trovo qua, sotto al Palaexpo, con tutto il Vinitaly davanti. Il filosofo del nostro quartetto, pisano sagace, chiosa facendo il paragone: “È come quando sei lì, al momento in cui ci si spoglia, e pensi…” Insomma ci siam capiti.

Fine della premessa, si passa ai vini veri e propri. Ma mi premeva metterla, giusto per distaccarmi un po’ dal tono troppo serio che spesso si usa per parlare di vino. Ancora mi ostino a non considerarlo una categoria merceologica come tutte le altre, venduta da persone che potrebbero venderti qualsiasi altra cosa, una lavastoviglie, un dentifricio. Continuo a credere che il vino abbia a che vedere con le emozioni, e questo mi basta per continuare a girarci intorno.

GLI INCONTRI

Pojer & SandriPojer e Sandri: sperimentatori, artigiani, innovatori, gente simpatica insomma. Ogni volta a parlare con Mario Pojer e Fiorentino Sandri c’è da imparare qualcosa. Il fatto è che non gli stai dietro, ne hanno sempre una nuova. Dopo la tecnica del lavaggio delle uve, quest’anno si sono presentati al Vinitaly con una bottiglia fuori dalle regole: si tratta dello Zero Infinito, un vino bianco frizzante imbottigliato con il fondo. Ottenuto dal vitigno Solaris, selezionato in Germania, a Friburgo, per la sua caratteristica di non aver bisogno di trattamenti dato che è resistentissimo alle malattie comuni della vite, è un vino certificato biologico, e può essere bevuto in due maniere differenti, ossia limpido o, una volta agitato, con il fondo in sospensione, quindi torbido. Lo abbiamo provato in entrambe le maniere: se limpido colpisce per la freschezza, il ricordo dei profumi della vendemmia, nella versione “agitata” acquista complessità, oltre al profumo d’uva si percepiscono i sentori di mela, agrumi, e poi piccantezza in bocca… Un vino insolito e vivace, in enoteca a 15-16 euro. Per chi ha voglia di sperimentare.

Pojer & SandriPer rimanere invece su strade più conosciute, ma non per questo banali, assolutamente da non perdere il Traminer 2013 e il Pinot nero. Il Traminer ha un naso fine, “glaciale”, con foglia di pomodoro in evidenza, in bocca è giovane, ma ampio e vellutato. Il Pinot nero 2013 nella versione base ha un bellissimo colore rubino trasparente, un naso raffinato, suadente, e in bocca colpisce per bilanciamento, morbidezza raffinata e vivacità acida; un vino “gastronomico”. Il Pinot nero Riserva 2009 Rodel Pianezzi ha 12,5% alcolici, viene prodotto da vigne a 500 metri di quota in quel di Faedo, sopra Trento. Ha un rubino maturo, trasparente, un naso complesso, vellutato, una bocca suadente, di ampio e lungo sviluppo. Che classe!
Il saluto del duo trentino è a base di Merlino 1298, ovvero un vino rosso fortificato composto da Lagrein annata 2012 e Brandy annata 1998. Eccezionale per chi voglia fare un abbinamento con un cioccolato fondente. In bocca è generoso, largo, ricorda la ciliegia, il cioccolato, ha una potenza e una lunghezza gustativa impressionante, e la grande dote di non stuccare. Fortuna che è in bottiglie da mezzo litro…

Rimaniamo in Trentino per assaggiare i vini dei Fratelli Pelz, dalla Val di Cembra. Nella loro ampia gamma trovano posto vitigni rari come la Paolina, ma anche il Kerner e il Riesling. I vini che ci colpiscono maggiormente sono però il Muller Thurgau PelzMuller Thurgau 2013 (fine, energico, con un naso di pompelmo e una bocca centratissima, concreta, molto personale, bel vino davvero) e il Pinot nero 2011, ottenuto da vigneti con 40 quintali/ettaro di resa, di cui la metà vengono usati per lo spumante. Il vino, fermentato in barriques, ha un naso spettacolare, con ricordi di erbe di montagna, frutta… Emozionante.

Vogliamo rimanere in Trentino per assaggiare ancora un ultimo Pinot nero; chiediamo consiglio a Pelz, che ci indica l’azienda Pravis. Pravis ha i vigneti sul sistema collinare che divide la valle dell’Adige presso Trento da quella del Sarca, che dà verso il lago di Garda, a 3 km dal lago di Toblino. E infatti non sbagliamo: il loro Pinot nero 2010 ha un colore rubino classico, naso di erbe aromatiche, personalissimo, in bocca è velluto puro, sapido e lungo.

Aldo VajraCamminando tra i padiglioni, è un piacere perdersi, specie se ci si imbatte in persone squisite come Aldo Vajra: anche se il suo stand è letteralmente preso d’assalto, non ha perso il contegno raffinato che lo contraddistingue, e ha trovato il tempo di servirci il suo Barolo Bricco delle viole 2010, campione da botte. Se il naso è ancora, comprensibilmente, da attendere, in bocca si rivela un vino di una verticalità che lascia stupiti. Grande annata, ma soprattutto grande interprete.

Allo stand ilcinese di Stella di Campalto, devo confessarlo, ho perso le parole. Era tanto tempo che non trovavo un sangiovese così espressivo. Il Rosso di Montalcino 2008, senza nessun complesso d’inferiorità da denominazione “di ricaduta” è un vino che parla chiaro, sereno e sanguigno come non molti, vino di una bevibilità entusiasmante. E il fratellone, il Brunello 2007 ha una finezza infinita. Impossibile parlarne nel dettaglio, sarebbe fargli torto.

Alfio Mozzi Giuseppe Guglielmo Dirupi Menegola

La “New wave” della Valtellina: da sinistra, Walter Menegola, Giuseppe Guglielmo (Boffalora), Davide e Pierpaolo di Dirupi, Alfio Mozzi. Manca solo Siro Buzzetti, che al momento della foto non era nei paraggi

Decidiamo di continuare con il filone della finezza, e a questo punto la scelta è quasi obbligata: la nostra meta è la Valtellina. Saliamo su, allo stand della Lombardia, e troviamo la calda accoglienza della “new wave” valtellinese in grande spolvero: Giuseppe Guglielmo dell’azienda Boffalora, Siro Buzzetti di Terrazzi Alti, poi Alfio Mozzi, poi Davide Fasolini e Pierpaolo di Franco di Dirupi, Walter Menegola di Cantina Menegola. Di Boffalora e Terrazzi Alti abbiamo avuto modo di parlare in precedenza; vini di grande carattere, che si fanno riconoscere per la finezza e la delicatezza dell’approccio in fase di vinificazione e affinamento. Appartiene a questo filone anche il vino di Alfio Mozzi, il Grisone 2011. Si tratta di un Valtellina Superiore Sassella da 13,5 gradi. Potente e fine allo stesso tempo, rispetto agli altri due citati ha ancora bisogno di un po’ di tempo per distendersi completamente a livello olfattivo, ma si tratta di un vino di grandissima fattura artigianale; anche perché le dimensioni aziendali sono pienamente artigianali: Alfio lavora insieme al nipote circa 6 ettari di vigna, e produce poco più di 9000 bottiglie.

Il Dirupi 2011 colpisce per il naso fresco, il colore classicissimo dei nebbioli di Valtellina, di un rubino trasparente delicato. Ottenuto da macerazioni lunghe (siamo oltre i 30 giorni), e affinato in botti da 2000 e 3000 litri non tostate. Ha un naso leggiadro e fine, vinoso, fresco; in bocca conferma le sensazioni fruttate. Vino di classe, delicato. Davide e Pierpaolo dei Dirupi (Davide è quello alto con la barba e gli occhiali, Pierpaolo è quello un po’ più basso e in carne (si sono raffigurati così stilizzati anche sulle etichette dei vini) ci tengono a sottolineare il loro approccio al lavoro di vigna: ogni singola pianta è un caso a parte, che costringe a comprendere il suo sviluppo e adottare misure ad hoc; poi è il territorio che viene fuori da solo.

Walter Menegola presenta invece il Valtellina Superiore Orante 2009. Da vigne situate in Castione Andevenno (poco a ovest della Sassella), ha un colore rubino antico con unghia tendente al mattone; il naso è molto raffinato e bilanciatissimo, è un vino che si segnala per la finezza.

Ci siamo accorti che è stato il filone della finezza a guidarci in questo Vinitaly: dai freschi bianchi e i vellutati Pinot nero del Trentino, attraverso il raffinato nebbiolo del barolista Vajra, al grande Sangiovese ilcinese interpretato “in levare” da Stella di Campalto, fino ai vertici di raffinatezza del nebbiolo di montagna della Valtellina.

Christoph KunzliPer chiudere la partita, non ci resta che tirare un ponte tra le Langhe e la Valtellina, ed andare in quel di Boca, a trovare il grande Christoph Kunzli di Le Piane. Anche qui nebbiolo in primo piano, ma affiancato dalla profumata vespolina e dalla robusta croatina. Dei suoi vini, stavolta ci colpisce il Mimmo 2010, già assaggiato un anno fa, e adesso in fase evolutiva spettacolare. Si tratta di un vino in origine destinato a diventare Boca da alcune parcelle che in quell’annata si presentavano più pronte; Christoph ha deciso di aggiungervi un tocco di potenza con un 30% di croatina, e farne un vino più immediato, già pronto, godibilissimo. Un vino sereno, allegro, ma con una grande stoffa. In pratica, un piccolo Boca dall’ottimo rapporto qualità/prezzo.

Ci ha colpito anche Le Piane 2011, da uve croatina allevate con il vecchio sistema della “maggiorina”. Sfoggia un rubino profondo, e in bocca sapidità, pienezza, grande espressività. Chi si aspetta di trovarvi i tannini aggressivi di tante croatine, qui trova invece un tannino finissimo, assolutamente sorprendente. Vorrei di cuore riassaggiarlo tra cinque anni!

Si chiude qui questo breve viaggio nel Vinitaly 2014. Resta il tempo solo per trascrivere un appunto buttato giù sul treno, lungo il viaggio di ritorno. Perché il Vinitaly è e rimane, per chi ama il vino, una sorta di viaggio.

treno MilanoI ciliegi intorno a Verona sono tutti in fiore, le viti al tramonto a Peschiera stanno ancora in attesa, piangono per la gioia dell’arrivo della primavera. Passiamo in treno sul ponte del Mincio e sul treno c’è una piccola babele italiana. Veneti, milanesi, siciliani, toscani, perfino un cane Labrador tranquillo e serioso, gruppi di amici che tornano da questa domenica di Vinitaly. Il sole spande luce arancio in questa sera calda.
L’esclamazione insoddisfatta “Potevo aver assaggiato di più!” che premeva al momento dell’uscita si scioglie e si ricompone qui sul treno. Ora siamo a Desenzano, alcuni scendono, altri imperterriti continuano a chiacchierare di simpatiche sciocchezze fraternizzando con una bella ragazza. Il lago e l’alcool fanno magie qua, dopo questa domenica di Vinitaly. Nell’ora violetta c’è aria di gioventù, e parole, e inviti a cena.
A questo serve il vino. A fare incontrare, a fare festa. Il resto conta fino a un certo punto, fino a qui.

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