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Verticale di Villa Gemma Masciarelli, una grande storia abruzzese…

Masciarelli

Fare delle scelte non è mai facile. Lo è ancor meno quando passione e razionalità ti mandano segnali contrastanti. Se avessi ragionato solo con la testa la storia che sto per raccontarvi non ci sarebbe stata.

Faccio un rapido salto nel tempo: un annetto fa mi è capitato di rilevare in blocco una piccola cantina di una signora pescarese. Il fratello defunto le aveva lasciato in eredità un centinaio di bottiglie e lei, astemia, voleva monetizzarle. Ho dato una rapida occhiata, le ho formulato un’offerta e mi sono portato a casa il “tesoretto”. Dentro referenze soprattutto regionali, ma anche qualche chicca d’oltralpe. Sta di fatto che mettendo ordine fra le cose mi sono ritrovato fra le mani una verticale storica di uno dei vini simbolo della mia regione e dell’Italia in generale: il Montepulciano d’Abruzzo Villa Gemma di Gianni Masciarelli.

Se l’Abruzzo può oggi vantare un piccolo posto sulla mappa enologica mondiale in buona parte il merito va senz’altro a questo contadino cittadino del mondo, che negli anni Novanta ha ridefinito i moderni canoni di eccellenza del vino abruzzese ed italiano. Orgoglioso, forte e determinato, innamorato visceralmente del proprio territorio, Masciarelli è stato un imprenditore del vino che prima degli altri, e più degli altri, aveva saputo comprendere a fondo le dinamiche dei mercati internazionali ed in queste si era inserito da protagonista con i suoi vini, apprezzati e conosciuti in tutto il mondo.

Come gli appassionati sanno bene, dopo la dolorosa scomparsa di Gianni la conduzione dell’azienda – colosso con oltre 230 ettari coltivati in tutta la regione da cui ottiene più di 3 milioni di bottiglie – è passata a Marina Cvetic, che col suo efficace mix di praticità e humour ha sempre rivestito il ruolo di elemento equilibratore al carattere irruente e sognatore del marito. Insieme all’instancabile supporto di Rocco Cipollone – prima direttore commerciale, oggi responsabile della produzione – Marina ha dovuto guidare l’azienda nel passaggio, tutt’altro che semplice, da una gestione incentrata sulla figura forte ed “ingombrante” del marito, a quella attuale, dove i punti di forza sono l’affiatamento e la suddivisione dei compiti tra lo staff. Una “conversione”, filosofica e tecnica, di cui si iniziano a vedere oggi i segni nel carattere equilibrato e più “misurato” di molte etichette.

tappi villa gemmaTornando alle mie bottiglie di Villa Gemma, avevo due possibilità: monetizzarle a mia volta ricavandone un bel gruzzoletto per le vacanze (sapevo bene che alcune annate rare, tra cui l’introvabile 1988, potevano spuntare quotazioni di svariate centinaia di euro); oppure organizzare una verticale di rara profondità e ripercorrere la storia di questo vino (e dell’Abruzzo enologico in generale) insieme alla signora Cvetic e Cipollone. Beh, mia moglie mi perdonerà se quest’Estate si dovrà accontentare di qualche comfort in meno, ma dopo un tentennamento iniziale la scelta del cuore ha avuto la meglio! E da qui il racconto che segue.

Grazie al grande lavoro preparatorio di Carletto Donzelli (titolare dell’agenzia di rappresentanza di prodotti tipici Antiche Eccellenze del Gusto) e al supporto logistico dell’Osteria La Parigina di Tagliacozzo (il piccolo borgo in provincia dell’Aquila dove risiedo) ci siamo ritrovati intorno ad un tavolo in 15 super-appassionati: davanti a noi una batteria di 10 annate del grande rosso abruzzese. “Se fossimo stati a New York – ha commentato in apertura Marina Cvetic – per questa degustazione non sarebbero bastati 500 dollari a persona!”…ma eravamo a Tagliacozzo…e quindi pensare che nel mio piccolo borgo si sarebbe tenuta una degustazione che avrebbe fatto invidia a ben più blasonate piazze mi ha reso ulteriormente felice.

Di seguito vi presento la sequenza delle bottiglie con qualche nota a margine: per ripercorre fedelmente l’andamento della serata (suddivisa in due fasi per i motivi che vi spiegherò) ho raggruppato insieme le prime tre annate, seguite dallo “spartiacque” del 1999, per finire con il crescendo dei millesimi più vecchi.

2006-2005-2004
Quando si ha a che fare con vini di tale struttura e concentrazione, aprire queste annate “giovani” rappresenta il solito “infanticidio”. Pur nella diversità delle stagioni, i punti in comune tra i tre vini sono molti: il naso, caldo ed avvolgente, inizia ad essere pienamente espresso forse solo nella 2004, matura, piena, con i riconoscimenti più evidenti che ricordano il cassis e la mora matura, la foglia di tabacco e il cioccolato, con un elegante sottofondo boisé. La 2005 mi è sembrata più leggiadra e meno fruttata, fresca e vagamente balsamica, con note di eucalipto e mirto; mentre la 2006 è ancora cupa e introversa. L’assaggio è ricco, denso ed elegante: più alcolico e potente nella 2006, “monolite” ancora in divenire; equilibrato e persistente nella 2004; più fresco e coinvolgente nella 2005, che tra le tre è stata la mia preferita.

1999
Un’annata difficile e sul cui servizio avevo molte perplessità. L’azienda mi aveva avvertito di una partita di tappi difettati e infatti ho avuto non pochi problemi ad estrarre il sughero integro. In più la vendemmia, tra malattie e pioggia, è stata forse la più problematica degli ultimi anni. Insomma, quando è arrivato Rocco Cipollone gli ho detto…mi spiace ma questa la scartiamo. Poi un mezzo miracolo. Dopo quattro ore di ossigeno, il liquido, che avevo dato per morto, si era sorprendentemente ripreso. Non era al massimo della forma, lasciava trasparire tutti i limiti del suo millesimo, ma era tutt’altro che andato. Un vino più crudo, amarognolo e selvatico, ma che comunque aveva saputo conservare un carattere succoso e riconoscibile.

A questo punto, un po’ perché la pancia vuota iniziava a reclamare, un po’ per voler comunque sottolineare l’atmosfera sempre rilassata e conviviale, abbiamo fatto un piccolo intermezzo a base di …porchetta! L’abbinamento Villa Gemma-porchetta credo sia quanto di più insolito sia mai capitato alla signora Cvetic e a Cipollone: ho letto nei loro occhi il terrore! Però noi sapevamo di non avere una porchetta qualunque, ma una “Ferrari” delle porchette: quella dell’azienda Venditti, piccola realtà abruzzese già vincitrice di svariati riconoscimenti sul campo (tra cui, per curiosità, anche una visita di “Street Food Heroes”, il travel-cooking-show di Mediaset dedicato agli “eroi” del cibo da strada). La sua carne tenera e selezionata, cotta a bassa temperatura, con una speziatura equilibrata e per niente aggressiva, si sposava a perfezione con la beva calda e potente del Villa Gemma, che puliva il palato e preparava al boccone successivo. Anche Rocco e Marina si sono dovuti subito ricredere.

Con l’animo più rilassato (e la pancia piena) ci siamo quindi lanciati nel gran finale.

etichetta villa gemma

1998
Sulla carta millesimo non tra i migliori. Eppure, come tante annate sottovalutate, alla distanza si comporta più che bene. Il naso, in cui prevalgono note di frutta matura e macchia mediterranea, è ancora un po’ segnato dal legno. In bocca è equilibrato, tannico, forse più semplice che in altre versioni, ma ha ancora una grande energia e regala una bevuta molto piacevole.    

1997
Fu un anno di cambiamento: si passò ad una densità di impianto molto maggiore, ad un sistema di allevamento diverso (dalla vecchia pergola), alla fermentazione in grandi tini di legno. Al naso ha toni evoluti e autunnali. Sottobosco, funghi secchi, tartufo. In bocca ha ancora forza anche se prevale un retrogusto amarognolo. Personalmente l’ho trovata un po’ sottotono, ma vista la collocazione geografica del mio paesino (sull’Appennino centrale a 750 metri di altitudine) più di un commensale l’ha apprezzata tantissimo proprio per quei suoi rimandi “montani e climatici” netti e familiari (solo per la cronaca eravamo intorno ai 15 °C il 27 luglio).

1994
Non è stata tra le mia annate preferite. Il naso è surmaturo, con note evidenti di ciliegia matura e mora, china e rabarbaro. Meno sfaccettato rispetto alle altre versioni, ma comunque di buona integrità. In bocca è equilibrato e gradevole, maturo, con un finale piacevole e caldo, con rimandi di liquirizia dolce.

1993
Uno dei pezzi forti della serata. Millesimo raro, con una retroetichetta che i Masciarelli dedicarono ad un caro amico scomparso. Al naso è stato il più “montepulcianoso” di tutti, con quella marca lievemente “animale”, tipica e riconoscibile. Il frutto è potente e concentrato, netto e di grande eleganza. In bocca è ancora pieno di vigore, con un attacco potente e alcolico, che presto vira su note minerali e di goudron. Finale lungo e setoso, con tannini maturi e piacevolissimi. Grande bottiglia!

1992
“Cambiamo bottiglia ed etichetta e ci scriviamo sopra Bruno Giacosa e voglio vedere se qualcuno se ne accorge!”. Questo è stato il commento “di pancia” di Marina Cvetic. Al naso c’è tutto: dal sottobosco al caffè, dal sigaro all’oliva verde, dalla genziana all’eucalipto. Elegante e sfaccettato. In bocca ha un’acidità sorprendente, tannini maturi e saporiti, una facilità di beva che ti porta senza sosta a cercare il sorso successivo. Un lunghissimo finale assolutamente intatto e coerente. Da far assaggiare a chi vuole capire fin dove può spingersi un grande montepulciano d’Abruzzo!

1988
Per questo vino ogni nota è superflua. Il suo valore simbolico ed emotivo renderebbe vuote le parole. E’ un vino “estinto” che rappresenta l’inizio di questa grande storia abruzzese. La storia di un uomo che da un minuscolo borgo di poche centinaia di anime ha fatto conoscere il suo vino e la sua terra in tutto il mondo.

masciarelli 2

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