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“A tavola con Hemingway”, di Craigh Boreth. Tante vite, una passione

A TAVOLA CON HEMINGWAY_Layout 1“Ho scoperto che c’è della poesia nel cibo, mentre è scomparsa da qualsiasi altra cosa. E finché la digestione me lo permetterà io seguirò la poesia”. Sembra di oggi, questa frase, oggi che il cibo è considerato cultura, fonte di conoscenza e sapienza. Invece è una frase di Ernest Hemingway, eletta a “motto” di questo A tavola con Hemingway, scritto con passione ed impegno da Craig Boreth, scrittore e giornalista ed imprenditore nel campo del cibo di qualità, che ha seguito passo passo la vita del grande romanziere, intersecandola con le storie narrate, confondendo realtà ed invenzione in un caleidoscopio di luoghi e persone, e di ricette meticolosamente acquisite da libri, memorie, o dai contributi e dalle testimonianze dei ristoranti e degli hotel descritti o frequentati.

Se c’è stata una vita all’insegna della ricerca estrema dell’esperienza, dell’azione e della sensazione questa è stata senza dubbio la vita di Ernest Hemingway. O forse si dovrebbe parlare di tante vite, solo una delle quali potrebbe bastare per generare non poca invidia. Vite vissute con intensità ed in profondità, sempre inseguendo le emozioni, comprese quelle regalate da cibo, vino, alcol. In questo un certo merito va dato al padre, medico dalle convinzioni originali e coraggiose in fatto di educazione alimentare a tal punto che la moglie si lamentava di dover allattare un bambino con l’alito che odorava di cipolla.

Il percorso del libro parte dall’Italia. Il giovane Hemingway non vuole assolutamente perdersi “il dramma più avvincente mai creato”, la prima guerra mondiale. Tenta di arruolarsi ma viene scartato per problemi alla vista, allora si offre volontario come autista di ambulanze. Arriva in Europa, schiva le granate che cadono intorno a Parigi ma mentre distribuisce sigarette e cioccolato nelle trincee lungo il Piave nei pressi di Venezia, viene investito dall’esplosione di un proiettile e finisce in un ospedale della Croce Rossa dove incontra il suo primo amore, l’infermiera americana Agnes von Kurowsky.

L’Italia farà da sfondo ad Addio alle armi e al più tardo Di là dal fiume e tra gli alberi. Dai menu riportati in queste storie la nostra cucina appare alquanto stilizzata, priva di una forte caratterizzazione come invece avverrà per quella spagnola in Fiesta ed in Per chi suona la campana. Per dire, Frederic e Catherine in Addio alle armi mangiano in un hotel di Milano, fra le altre cose,  Beccaccia flambé all’Armagnac, Soufflé di patate, Brioche, e bevono vino St. Estephe…

Lo scrittore subirà comunque profondamente, come è noto, il fascino di Venezia, dove tornerà più volte diventando grande amico di Giuseppe Cipriani, fondatore assieme ad Harry Pickering dell’Harry’s bar, del quale diventerà assiduo frequentatore, oltreché ospite nel suo casotto sull’Isola del Torcello per la caccia alle anatre. Ed alloggerà, ormai famoso, nella grande stanza ad angolo sul Canal Grande del Gritti Palace Hotel.

Il palato di Hemingway si affina però nella Parigi descritta in Festa mobile, dove decide di trasferirsi nei mitici anni ’20 abitando modeste e fredde camere d’albergo e cercando di evitare le strade inondate dai profumi emanati dai bistrot. Tarderà un po’ a trovare il coraggio di presentarsi a Gertrude Stein, la grande intellettuale e collezionista d’arte impressionista, che già viveva con Alice Toklas. Conoscerà ben presto i luoghi cult come de La Closerie des Lilas e il Café du Dôme a Montparnasse, imparerà a distinguere le pregiate ostriche marennes dalle portugaises, e ad apprezzare i vini di Bordeaux e di Borgogna. E conoscerà Fitzgerald, che sveniva per il troppo bere, si addormentava a tavola e veniva colto da forti crisi ipocondriache.

E si arriva alla Spagna. La Spagna del nord, del Paese Basco e della festa di San Fermín di Pamplona, e quella madrileña delle cronache delle corride e delle biografie dei grandi toreri. La cucina spagnola celebra il trionfo dell’olio d’oliva e viene descritta in tutti i suoi classici, dalla paella al cochinillo, dal gazpacho alla tortilla de patata, alle empanadillas. Poi, i tratti di vita trascorsi nelle vacanze austriache nell’Hotel Taube (che esiste ancora), nella Finca Vigía a Cuba con la quarta moglie Mary, fino al ritorno nelle montagne dell’Idaho, a Ketchum, dove una mattina di sole si tolse la vita.

Ampio, naturalmente, anche lo spazio dedicato alle bevande alcoliche. C’è l’amore per il vino: per quello spagnolo, spesso imbattibile vin ordinaire, per i grandi francesi, per Barbera, Valpolicella, Moscato d’Asti e per un ricorrente “vino di Capri”. Per i cocktail preparati nei bar de l’Havana (“mi mojito in la bodeguita/mi daiquiri in el floridita“, recita una scritta di suo pugno conservata ne La Bodeguita del Medio) o in barca. E quello per i superalcolici. A questo proposito, va detto, Hemingway era tecnicamente un alcolizzato e giustificava questa sua condizione come aiuto al suo lavoro: “cos’altro può cambiare le tue idee e indirizzarle su un altro piano se non il whisky?”

Si capisce, leggendo questo libro, che quella per il cibo era per Hemingway una passione vera e non superficiale o improvvisata. Mangiare era solo l’atto finale di una grande curiosità che iniziava con il gusto di visitare i mercati (da quello di Rialto a quello Hong Kong quando era corrispondente di guerra durante lo scontro Cina-Giappone) o, ancora più a monte, con il valore dato alla pesca (fin da bambino trascorreva lunghe ore in solitudine pescando trote) e alla caccia, fino agli aspetti molto poco politically correct dei grandi safari africani, con una foto che ritrae la sua espressione soddisfatta accanto ad un leone abbattuto (non manca una ricetta per cucinarne la carne).

Grazie ad una scrittura diretta e spontanea ed al corredo di foto, ricette, bibliografia, questo libro tratteggia storie vissute ed inventate, vere e letterarie. Ed una passione in tutte le sue sfaccettature, cosa che non è mai facile.

Craigh Boreth
A tavola con Hemingway
Ultra editore (Novembre 2013)
191 pagg. – 17,50 euro

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