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Les Grands Jours de Bourgogne, seconda parte. Si entra in Côte de Nuits, tenetevi forte!

di Claudio Corrieri

bourgogneLa seconda giornata dei Grands Jours edizione 2014, forse la più importante dell’intero circuito, ci ha completamente sedotti guidandoci fra le denominazioni più appassionanti di tutta la Borgogna, ossia nel cuore della Côte de Nuits: Morey St Denis, Chambolle Musigny,Vosne-Romanée, Clos de Vougeot, Nuits- St- Georges….. solo per citare qualche appellation evocativa e molto stimolante. La mattinata l’abbiamo dedicata all’evento” Noblesse de Clos Vougeot“, dove i vini di Vosne-Romanée e Clos de Vougeot sono stati la cornice e la sostanza dell’esperienza. Il fascino di poter assaggiare i vini proprio a Clos Vougeot non ha eguali, si sa. Al punto che, seppur travolti da una folla incredibilmente assetata e rumorosa, ci siamo accodati pazientemente con il bicchiere in mano pur di cercare di strappare assaggi memorabili e brandelli di dialogo con i produttori presenti, prodighi di informazioni sulle annate, sulle condizioni meteo o sui cambi di mano nel frattempo intervenuti presso alcune aziende.  Tutti piccoli segni dai quali improvvisare fantasiose micro teorie a proposito di tannini verdi e maturazioni incomplete, o trarne motivi di esaltazione al solo evocare di straordinarie e veraci espressioni di pinot noir provenienti da grandi climat, o esternare subitanee  incazzature per via delle rusticità percepite qua e là, magari in vini provenienti da cru reputati. Tutta passione certo, ma il bello è lì, nei pochi attimi che ti è concesso di pensare ad un vino, cullando l’illusione di poterti astrarre dalla bolgia rumorosa e festante che ruggisce attorno.

E l’annata 2012, per i rossi, non ha deluso le aspettative. Calda ma non caldissima, ha posto in essere le condizioni ideali per ottenere vini di tenera introspezione, densi di succo, dai tannini ben fusi e dal frutto maturo ma non surmaturo. Non è la 2010, sicuramente più fresca e di lunga gittata, ma rimane pur sempre una annata dai connotati “gourmand”, ricca di sfumature floreali e minerali. Insomma, in poche parole, da comprare e tenere in cantina. E i viticoltori più bravi hanno saputo ben tradurre il millesimo al meglio, con interpretazioni anche di altissimo livello. Le note dolenti semmai rimangono i prezzi, i quali, viste le esigue quantità raccolte fra la 2011 (annata meno interessante) e la 2012, tendenzialmente continuano a salire senza sosta, offrendosi come proibitivi per noi appassionati italiani. Ormai un Village, denominazione che sta alla base della piramide qualitativa, può arrivare a costare quanto un titolato Barolo di Langa, offrendosi così per un improponibile confronto a vantaggio dei rossi italici.

I galletti hanno dalla loro l’inopinabile evidenza che l’eccellenza assoluta che un Pinot Nero può raggiungere sta di casa in Borgogna, e non la si può trovare in nessun altro terroir vinicolo al mondo. E questo basta per far scattare gli acquisti a tappeto dei vini borgognoni, in particolare dei miti, quei Grand Cru prodotti in tirature limitate e vincolati alla vendita per assegnazione o frutto di fortuiti acquisti grazie a conoscenze speciali e a portafogli illimitati. Beh, noi ci accontentiamo di questi assaggi. E di qualche acquisto prudente, concessoci dalle ultime riserve monetarie riposte sotto il mattone.

Nel dettaglio le note più interessanti di quella mattinata, nella certezza che, non avendo potuto assaggiare tutto lo scibile, abbiamo sicuramente tralasciato vini altrettanto importanti e meritevoli.

Domaine Confuron-Cotetidot

Come sempre finissimo interprete del Pinot Nero, un po’ rigido se vogliamo nella sua intransigenza stilistica, con quella precisa volontà di vinificare anche con i raspi, quando ben lignificati. Vini di lunga prospettiva qui, spesso in debito di tempo e di maturazione in bottiglia al momento degli assaggi, da bere dopo svariati anni per poterli gustare al meglio. Si perché questi sono vini che si bevono, non solo si assaggiano, grazie alla silhouette scattante e profilata e al gusto denso e succoso. A tal proposito, buonissima pienezza di frutto per  il V.R. 2012, ed eccezionale Echezeaux 2012, rarefatto e sfumato dai mille rivoli odorosi e solcato da una profonda mineralità.

Chateau de la Tour

Francois Labet non si smentisce mai e presenta una mini verticale – 2007, 2008 e 2012-  di Clos Vougeot VV, un rosso di profonda e didattica espressività. Queste vigne vecchissime, poste accanto alla sede del Domaine, proprio a fianco dello Chateau de Clos Vougeot, faticano a produrre una minima quantità di uva e caparbiamente Labet cerca di mantenere la produzione di questo vino-culto a livelli di sostenibilità commerciale. Dagli assagggi appare chiara l’introspettiva austerità  di un vino legato alla terra e alle radici, con note marcatamente minerali e poco compiacenti sulle prime, quindi non sempre di immediata e comprensibile lettura. Riconosco che non sono vini facili, ma ogni conquista val sempre un sacrificio.

Henri De Villamont

Fuori dei circuiti, non essendo un vigneron ma solo un discreto negociant, intendo parlarne dal momento in cui l’ho conosciuto durante una cena abbastanza formale, dove ha sfoggiato doti di simpatia e cultura non comuni. I vini, elaborati in maniera ineccepibile, sono buoni, di approccio facile e lineare. Certo l’anima profonda dello spirito borgognone aleggia in altri interpreti, ma non bisogna nutrire pregiudizi nell’approccio, si tratta pur sempre di uno spaccato -reale- della Borgogna vitivinicola reale.

Domaine Faiveley

Cosi come non dobbiamo avere pregiudizi nei confronti di questa maison molto classica, ritornata in auge da qualche tempo grazie alla proprietà di climat dalle esposizioni uniche e alla ritrovata verve interpretativa dell’enologo, vinificatore attento e preciso . Il Clos Vougeot 2012 è vino denso e succoso, degno di una lirica espressiva fra petali di rosa e rabarbaro. Ha tannini setosi e maturi, e un finale interminabile e scalpitante.

Domaine Forey

Produttore conosciuto e apprezzato al di là della sua presunta rusticità esecutiva, è dotato di un meraviglioso parco di climat. In particolare Les Gaudichots, dove grazie a una vigna invidiata pure dal Domaine de la Romanée-Conti, riesce a sfornare esempi mirabili di eleganza e carattere. L’assaggio merita il viaggio. Il 2012 stacca per materia e succo, ricco ma non sovraestratto , disteso e lineare, polposamente lungo e di incredibile finezza tannica. Di rara intensità Echezeaux 2012, minerale e tannico, ancora in fase di assestamento con quei legni 100% nuovi.

Anne Gros

Il suo Richebourg, Grand Cru di immensa notorietà, è ricercato in tutto il mondo e battuto alle aste internazionali a cifre ormai altissime.  Che poi capita, per circostanze strane, di acquistarlo da lei (una sola bottiglia al massimo) solamente perché durante la visita in cantina gli risultiamo simpatici! Ho assaggiato il 2012 con sommo godimento, senza sputarlo.  Oltre a confermarvi banalmente la classe di questo vino, confermo la via intrapresa da questa meticolosa vignaiola anni orsono, in merito alla adozione di vinificazioni robuste ma calibrate, a cariche cromatiche dense e piene, ma con una purezza di frutto unica, modernamente integrata a legno buono e acidità. Non si può definire Anne Gros vigneronne tradizionale, sempre che ciò abbia un senso, ma una vigneronne classicamente moderna, dallo stile estrattivo e aggraziato al tempo stesso.

Michel Gros

Un altro interprete della famiglia, cugino di Anne. Si perché i Gros a Vosne-Romanèe sono numerosi, e ognuna di queste discendenze ha una propria azienda vinicola. In Borgogna infatti  la parcellizzazione dei climat, sommata alle eredità che nel corso dei secoli sono state redistribuite fra parenti vari, ha creato un dedalo di microcantine, dove fra matrimoni combinati e acquisti pilotati sono nate aziende gloriose o sono decaduti miti enologici. E l’alta tassazione delle eredità fondiarie ha ulteriormente aggravato il quadro. Michel Gros, nella distribuzione della eredità Gros, è diventato fra le altre cose il proprietario del Clos des Reas, una bella parcella disposta sotto “Les Chaumes”. Vini tutti in eleganza e finezza i suoi, mai stancanti o pesanti, di bella prospettiva.

Domaine du Comte Liger-Belair

Oltre a un gran bel vino, puro e lineare, come il VR Aux Reignots, il Conte sfodera una altra bellisima riuscita: l’Echezeaux 2012. Bella scoperta ! Ma in questa versione mi sembra ancora più polposo, senza perdere in finezza. Una qualità tannica assoluta dalla trama setosa e consistente.

Thibault Liger-Belair

Questo simpatico e mastodontico omaccione, contrariamente al suo aspetto virile e minaccioso, conserva dei modi di fare gentili e delicati. Come dire: ti aspetti durezza, ti arriva gentilezza. All’assaggio i suoi vini ti riconducono però alla fattezza esteriore del personaggio, con una impostazione estrattiva poderosa, propiziata anche dai terroir di provenienza (leggi Richebourg e Clos Vougeot), senza però essere mai pesanti, solamente pensati per durare nel tempo. Impressioni molto positive dunque.

Méo-Camuzet

Non foss’altro perché ha la possibilità di girare indisturbato a Clos Vougeot, non ne parlerei nemmeno. In realtà Jean-Nicolas Méo con l’annata 2012 ha trovato una nuova dimensione (ma non su tutti i cru): più leggera nella definizione aromatica e gustativa. Così possiamo tornare a bere felicemente dei Clos Vougeot in versione tenera e minerale ma anche dotata di materia, o i suoi Echezeaux, senza troppi rimpianti per un passato glorioso legato alla leggenda di Henry Jayer.

Mugneret-Gibourg

Figlie del dottor Mugneret, queste tranquille sorelle producono vini aromaticamente teneri e ariosi, dalla trama tannica delicata e setosa, tutte doti che te li possono fare amare. Con la lora gentilezza e semplicità gestuale ti versano due autentici capolavori: il Clos Vougeot 2012 e l’Echezeau 2012, dai ricami floreali e dalla tessiture tanniche delicate e “aeree”, quasi impalpabili. Che bella scioltezza! Il garbo nell’estrazione e la delicatezza degli equilibri è la cifra stilistica di questi rossi, quanto mai apprezzati e ricercati dagli appassionati.

Cecile Tremblay

Produttrice venuta alla ribalta negli ultimi anni e molto acclamata dalla stampa specializzata francese. Un motivo ci sarà! In effetti, dopo le prime claudicanti uscite sul mercato, Cecile sembra aver trovato un suo rigore stilistico fatto di durezze e rimandi floreali, di espressioni pure del territorio e di sanguigne estrazioni, con ritrovate espressioni delle gerarchie dei climat, aspetto fondamentale spesso disatteso anche da buoni interpreti. Provare per credere  il suo Echezeaux 2012; anche gli scettici avranno di che ricredersi, quando sostenevano che i vini di Cecile mancavano di finezza e precisione esecutiva.

Continua….

La foto è stata tratta dal sito www.bourgogne-wineblog.com di Patrick Maclart

 

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