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Les Grands Jours de Bourgogne, terza parte. Nel cuore della Côte de Nuits: Chambolle-Musigny e Morey-Saint-Denis

di Claudio Corrieri

bourgogneDurante Les Grands Jours,  fra un salone e l’altro, si susseguono assai freneticamente i momenti festosi degli assaggi, con tutte le riflessioni d’accompagno riguardanti l’ego del degustatore professionista e la radicata caparbietà di certi pregiudizi ancorati nella memoria. Non è facile alle volte avvicinarsi ad un produttore, parlarci, condividerci  argomenti e questioni importanti sulla sua azienda,  e nel contempo assaggiare con il distacco dovuto per cercare di essere il più oggettivi possibile. Molti colleghi, pur bravi e preparati, per motivi spesso legati alla personale predilezione verso una tipologia di vino o alla propria linea interpretativa, si lasciano “trascinare” ed entusiasmare da produttori carismatici, mettendo da una parte l’oggettività che si dovrebbe al momento dell’assaggio. Niente di così grave, intendiamoci: si può e si deve avere una idea di vino -più o meno condivisibile che sia- ma durante eventi del genere è facile perdersi davanti a un bicchiere, quando la suggestione si mescola col vino. E alla fine forse non siamo del tutto consapevoli se ci troviamo di fronte a un vino veramente buono o solamente buono.

In Borgogna, è pur vero, il mito ci accompagna ovunque, sia per la capacità oratoria  dei francesi, i quali sanno ben esaltare i loro gioielli a prescindere, sia per una storia vitivinicola che effettivamente non ha eguali al mondo. Bisogna stare sempre all’erta comunque, perché qualche produttore, nelle pieghe della conversazione, nasconde i difetti delle annate. E allora? Assaggiare, assaggiare ed assaggiare ancora…fino a chiarirsi le idee. Tale atteggiamento critico è probabilmente la giusta strada per scoprire nuovi talenti, tenere a bada i preconcetti ed essere pronti a rivedere valori dati per scontati.

Nel frattempo ci avviciniamo al paese di Gilly-les Citeaux, dove andiamo a confrontarci con i vini di Chambolle-Musigny e Morey-Saint-Denis. Bel parterre di produttori e storie,  con assenze importanti certo, ma d’altronde i vini delle ultime annate scarseggiano e le richieste nonostante la crisi aumentano. E i prezzi di conseguenza: si impennano! Implacabile ritorna il confronto con i nostri vini  – rossi e bianchi – prodotti  nelle Langhe, a Montalcino,  in Alto Adige o in Irpinia, tanto per citare i primi territori che vengono alla mente. Non c’è partita ormai, con gli stessi soldi si gode di più con i nostri gioielli.

Girando fra i banchi ritrovo facce note e meno note. Immancabile, per lo meno da quando frequento Les Grands Jours, la figura di Pierre Amiot, iconico contadino figlio della terra, dalla cui terra trae i frutti del suo quieto vivere. Da lui non troverete vini calibrati e pettinati, bensì interpretazioni vercai dei vari climat di origine, senza inutili orpelli. Da qui il suo piccolo limite, ovvero la complessità e la finezza, ma se considerate che è fra i meno cari di Borgogna forse vale la pena soffermarsi nell’assaggio. In particolare per il suo Clos de la Roche 2012 , in grado di esprimersi con uno slancio imperioso su toni “baritonali”, cadenzato però da belle sensazioni floreali e di frutti del  bosco, con un bel finale trascinante. Consistenza e materia, saldezza tannica e spinta dall’inizio alla fine del sorso. Il Clos de la Roche, c’è poco da dire, resta un bel Grand Cru, giusto confinante con il Latricières-Chambertin, di cui rappresenta il naturale proseguo geologico.

Poi ecco Amiot-Servelle, uno dei vinificatori più seri e scrupolosi di Chambolle, il quale si presenta con un parterre di invidiabili 1er cru, ma è con lo Chambolle-Musigny 1er Cru Les Amoureuses 2012 che ci ha sedotti. E se straordinaria è la sua collocazione geografica, al di sotto di Musigny, restiamo abbagliati dalla sua espressività nel bicchiere, tutta virata in finezza; quasi un sussurro, una brezza floreale fresca e pura.

E che dire di Cyprien Arlaud, dell’omonimo Domaine Arlaud? Scelte radicate e convinte legate alla coltivazione biologica e all’approccio biodinamico in vigna, rispetto assoluto del territorio per vini dotati di bella complessità e finezza. Non è certo l’estrazione la cifra stilistica dell’azienda, semmai il contrario. Il Morey-Saint-Denis 1er cru Les Ruchottes 2012 ne è una testimonianza. Seppur non manchi di fittezza tannica, mantiene dritte le coordinate sapide ed eleganti dei pinot noir di Morey-Saint-Denis.

A seguire ecco la mano delicatamente femminile di Ghislaine Barthod, di Chambolle-Musigny, la quale si adopra per realizzare vini invitanti giocati tutti in sottrazione, spesso incompresi nella loro intima e sottile delicatezza. Ma l’anima vera dimora lì, gentile e profonda, come dimostra uno Chambolle-Musigny 1er cru Les Cras 2012 davvero fresco e delicatamente acido, slanciato e lunghissimo.

Nel salone fanno presenza anche produttori catalogati come meno classici e tradizionali ma non per questo meno importanti, tipo Bertagna, i cui vini annunciano, già a partire dal colore -marcato e scuro- un’estrazione poderosa e profonda. Esibizione di legni nobili, volume, materia, ma anche chiara identità stilistica e intransigenza tecnica per i palati più esigenti d’Oltremanica.

Ma i riflettori del salone sono inevitabilmente puntati su due Grand cru dirimpettai di Morey-Saint-Denis: Clos de Tart e Clos des Lambrays,  entrambi proposti nella versione 2012. Due vini le cui uve provengono da terreni confinanti, eppur così distanti fra loro per cifra stilistica e caratteristiche territoriali. Laddove insiste un maggior rigore tecnico e una immediata percezione di forza tannica e potenza – Clos de Tart- nel cugino Clos des Lambrays affiora una forza espressiva al limite dell’imprecisione e dell’anarchia, dove è il binomio vitigno-territorio che rimanda alla comprensione del vino. Certo ci vorrebbero più annate a confronto per dare un senso a queste poche parole, ma nel caso del 2012 mi sento di dire tranquillamente che preferisco Clos de Tart per integrità e qualità tannica.

E  non potevamo certo passare davanti a David Duband senza assaggiare vino. E che vino! Clos de la Roche 2012, colto in una versione particolarmente “meditata”, più aderente al territorio e al vitigno, con fattezze tanniche di incredibile precisione  e con una integrità di frutta netta  e polposa. David si è lasciato dietro alcune esuberanze giovanili legate alla ricerca della potenza e del vigore, o le curiosità sperimentali legate a vinificazioni con o senza raspi: ormai ha la misura e la capacità di interpretare al meglio annate e territori; ormai è uno fra i migliori enologi di Borgogna.

Passando ai banchi accanto vediamo un bel codazzo in attesa: ci sono i vini di Hubert Lignier, un nome importante a Morey-Saint-Denis! Dopo la morte di Roman l’azienda ha avuto varie vicissitudini ed ora è gestita, oltre che dal padre di Roman, dal fratello Lucien. Vini grintosi, fini ma anche austeri sotto il profilo aromatico, comunque classici e ispirati, con l’attitudine del “passista”. Rimarranno un po’ ostici per chi cerca esplosività e immediatezza, ma sono ritrosie legate alla particolare fase evolutiva, perché sicuramente il tempo e la maturazione in bottiglia aiuteranno il percorso di “crescita” di questi vini

Il finale di giornata ci parla di grazia e delicatezza con i vini di Chantal Remy, sempre presente lì al suo banchetto con il fido collaboratore sudamericano.  Rimaniamo subito colpiti dalla grazia di Chantal nel muoversi, nel parlare, nel cercare di trasmetterci la proverbiale e impagabile delicatezza dei suoi vini, eterei ma sempre piacevolissimi, quasi impalpabili. Qui non abbiamo sfoggio di colore e potenza, fibra e tannino, casomai una profonda classicità dall’animo nobile.

La foto è stata tratta dal sito www.bourgogne-wineblog.com di Patrick Maclart

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