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Recensione/”Food Economy”, di Antonio Belloni. L’onnipresenza del cibo analizzata (senza brontolare)

food-economyE così, dopo aver letto 63 pagine fitte di concetti e numeri, molto smart ed informate con rimandi a testi e pagine web, comprendenti una introduzione densa e ritmata in cui tutte le carte vengono subito messe sul tavolo senza commenti inutili e senza allungare il brodo, all’inizio di pag. 64 si legge: “L’onnipresenza del cibo nella società moderna ha molte più ragioni di quelle fin qui raccontate…”

Ecco, perché proprio questo è il punto. Invece di lamentarsi o borbottare perché si parla tanto di cibo ed imprecare contro Tv e ricettari seriali, sarebbe meglio forse chiedersi e provare a capire (e se ci riesce, di spiegarlo agli altri) sul perché di tanto interesse da parte anche di studiosi “estranei” al tema fra cui linguisti (Gianluigi Beccaria), storici (Franco Cardini), neuroscienziati (Gordon M. Shepherd), eccetera eccetera. E provare ad elencare ragioni, come fa l’autore, sguardo sveglio dietro l’occhiale, collaboratore de Il Foglio, Linkiesta.it, Milano&Finanza.

Il fatto è che il cibo si sta trovando (e probabilmente si troverà sempre di più) al centro di un affollato crocevia di trasformazioni economiche e politiche, a livello nazionale ed ancor di più mondiale. In altre parole “oggi il cibo è nutrizione, antropologia, comunicazione, marketing, semiologia, diritto, fisica, ecologia: molto di più di una esperienza sensoriale ed estetica; ma per il mondo dell’informazione è purtroppo confinato negli spazi dedicati a costume e società”.

Ma quello che si stenta forse a capire è che nel 2050 saremo in dieci miliardi da sfamare, molti paesi emergenti già vogliono mangiare di più e meglio e magari imitare i peggiori (ma anche i migliori) modelli occidentali. Invece le terre per produrre cibo soffrono sempre di più la concorrenza del cemento e della produzione di energia “pulita”, e per questo le popolazioni africane sono progressivamente cacciate dalle loro terre vendute a Cina ed a fondi d’investimento.

Sarà dunque necessaria la distribuzione di una quantità sempre maggiore di cibo nel mondo, meglio se cibo “ad alta reputazione” come quello italiano, ossia pieno di quel valore aggiunto impalpabile ma che vale (tanti) soldi veri, fornito dai paesaggi, dalle tradizioni, dalla storia e dalla cultura a cui si trovano ad essere associati e che comunicano sensazioni di bontà e genuinità. E questo, a cui va aggiunta “la penetrazione sempre crescente dei nostri prodotti grazie al successo esponenziale della cucina italiana”, porta alla domanda cruciale che viene giustamente posta: “l’Italia è consapevole di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, seduta su un enorme patrimonio, al centro di una fortunata congiunzione astrale?”

Ma l’Italia, si sa, trova molte difficoltà nell’approfittare della situazione. In parte per slealtà e scorrettezze altrui (i problemi collegati con l’uso fraudolento dell’italian sounding ed il relativo danno economico per i nostri produttori) ed anche, se non soprattutto, per le sue intrinseche inadeguatezze o debolezze economiche che hanno portato allo shopping da parte di multinazionali dei suoi marchi alimentari, negli anni ’70 prima per la caccia al nostro consumo interno (Motta, Alemagna…), poi sempre di più per sfruttare la credibilità del “suono italiano” a livello internazionale (Bertolli, Carapelli, Parmalat) e che ha visto solo in un caso una reazione positiva (il riacquisto della Barilla da parte della famiglia).

E per questo, forse, un grande problema da affrontare è quello di soddisfare in modo intelligente e personale i mercati perché, come viene giustamente notato, mentre la qualità in Cina e negli Usa è legata alla reperibilità e quindi alla coltivazione su larga scala ed alla organizzazione scientifica della distribuzione, in italia essa richiama il concetto di nicchia, di rarità, della “ricerca maniacale del miglioramento senza tentare una crescita dimensionale”. L’individualismo, la frammentazione anzi polverizzazione sono forse ineliminabili e anzi fonti di biodiversità ed originalità, ed andrebbero dunque “corretti” con una organizzazione più efficiente, per esempio con la trasformazione della filiera da “filo” unidimensionale a rete di fili, a network, in cui ci sia comunicazione e coordinamento fra piccole aziende e quindi ottimizzazione delle strategie ed abbattimento delle risorse necessarie.

Insomma, il cibo può davvero significare “Sapore Interno Lordo” per un Paese, soprattutto per il nostro. Esso è segnale di condizione sociale e di status (quante signore azzimate nei mercati contadini, anche dentro trucidi centri sociali!), è visto come un modo per preservare se non migliorare la salute, è un marcatore culturale. Il cibo permea anche la politica “spicciola” (ormai spesso ci si divide fra “coopiani” ed “esselunghiani“), è legame ritrovato con il territorio e radici, come si vede dal successo sempre crescente delle sagre che a fronte di tremende scomodità riproducono lo schema antico del mangiare delle nostre parti, dei prodotti che vengono meglio qui da noi, cucinati come un tempo dalle “signore del paese”. Fino alla ricerca delle innocenze “vegan” e delle purezze “bio” sulle quali l’autore trova un terreno scivoloso con uno strampalato richiamo all'”SS e stratega dell’Olocausto Heinrich Himmler, uno dei primi ad ingaggiare la battaglia oggi tanto in voga contro il cibo Gm, geneticamente modificato”.

Ma è poco più di un dettaglio, e l’auspicio è che la lettura di queste 130 pagine brillanti, informate e ragionate basti per smettere di brontolare ed imprecare contro Tv e ricettari invitando invece ad informarsi e a riflettere.

Antonio Belloni
Food Ecomony – L’Italia e le strade infinite del cibo tra società e consumi
Marsilio – I Grilli (ottobre 2014)
133 pp. – 13 euro. ebook 4.99 euro

2 Comments

  • Antonio Belloni ha detto:

    Grazie per i complimenti e soprattutto per le analisi molto dettagliate!
    Antonio Belloni

  • Riccardo Farchioni ha detto:

    È il minimo da farsi quando si recensisce un libro… E grazie a te per il commento!

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